11/07/2009

In un testo di storia per le scuole, israeliani e palestinesi cercano di scoprire le ragioni di 60 anni di ostilità, riportando nello stesso libro due interpretazioni dei fatti : quella israeliana e quella palestinese. Arnfrid Schenk racconta la storia di questo progetto di riconciliazione unico nel suo genere

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Sami Adwan ha una storia da raccontare che ha uno stupefacente cambio di rotta. Si può riassumere così:

Nato nel 1954 in un villaggio accanto a Hebron, in Cisgiordania, trascorre la sua infanzia sotto l’occupazione israeliana. Lavora duro e riesce ad entrare all’università in Giordania. Per molto tempo, pensa degli israeliani quello che tutti in Palestina pensano di loro: “Sono la ragione di tutta la mia miseria e della mia sofferenza”. Adwan la pensa ancora così quando va negli Stati Uniti per studiare educazione – evita conferenze e seminari dove sa che incontrerà studenti ebrei.

A quel punto, non aveva mai parlato con un israeliano; non li conosceva per niente come civili ma solo come soldati ai posti di blocco. Non voleva conoscerli.

Pochi anni dopo, Adwan è uno dei direttori di un istituto israelo-palestinese di ricerche per la pace e lavora al fianco di insegnanti e storici israeliani per scrivere un libro di storia israelo-palestinese sul conflitto mediorientale. E’ una di quelle persone che ci piace chiamare costruttore di ponti. Ma come è arrivato fino a lì? […]

Tornato dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’80, ha insegnato all’Università di Hebron, è diventato membro di Fatah ed è stato rapidamente arrestato dagli israeliani. A quel tempo, Fatah era ancora considerata un’organizzazione terrorista. Durante la sua prima settimana in prigione, non sapeva di cosa era accusato. La sua immagine del nemico veniva confermata.

Ma la disponibilità di un israeliano fece riflettere Adwan.

Accadde qualcosa che non rientrava nella sua visione del mondo. Ascoltò due soldati israeliani avere una discussione riguardo a lui. Era a proposito di un documento che Adwan avrebbe dovuto firmare. Non possiamo obbligarlo a firmare qualcosa che non può leggere, diceva uno di loro. Adwan conosceva quel poco di ebraico da permettergli di capire che un ebreo si stava battendo per i suoi diritti, per i diritti di un palestinese. Più tardi vide un soldato israeliano portare dell’acqua ai prigionieri anche se il suo superiore glielo aveva proibito.

Un tempo in cui la pace sembrava possibile
 
“Queste esperienze mi hanno cambiato la vita”. Divenne ben presto chiaro per lui che non tutti erano uguali. Voleva sapere di più sugli israeliani. Voleva parlare con loro. Quando dopo sei mesi Sami Adwan venne scarcerato, nel 1993, fece tutto il possibile per aprire un dialogo. I colloqui di Oslo fra israeliani e palestinesi erano cominciati; era un periodo in cui la pace sembrava possibile.

Si incontrò con accademici israeliani e conobbe lo psicologo Dan Ber-On della Ben Gurion University[…] con cui fondò il Peace Research Institute in the Middle East (PRIME) e cominciò a lavorare all’idea di un libro di storia israelo-palestinese per gli studenti.

“Ciò che viene insegnato nelle scuole può sia fomentare il conflitto oppure contribuire a trovare una soluzione”, dice Adwan. La speranza è quella di un libro di storia che aiuti a cancellare i pregiudizi da ambo le parti.

Bar-On e Adwan non sono stati così presuntuosi da cercare di trovare un’interpretazione comune del conflitto mediorientale. Volevano solo mettere il punto di vista palestinese accanto a quello israeliano. Questo avrebbe aiutato ad aprire gli occhi della controparte. I testi dovevano essere redatti non solo da studiosi ma anche da insegnanti – dopotutto sono loro quelli che devono presentare il materiale agli studenti.

Due maniere di guardare ai fatti

I tre volumi ora appaiono così: sulla parte sinistra c’è la visione israeliana delle cose e sulla parte destra quella palestinese. Nel mezzo c’è uno spazio per le note, uno spazio per i pensieri dei ragazzi. Questa è il modo in cui il libro tratta la storia israelo-palestinese del XX secolo. Ciò include, per esempio, la Dichiarazione di Balfour del 1917 che aveva promesso agli ebrei la loro propria nazione, il periodo delle rivolte contro gli occupanti conosciute come Intifada, e le guerre del 1948 e 1967.

I fatti sono gli stessi ma ci sono due maniere diverse di guardarli. L’anno 1948, per esempio, rappresenta per gli israeliani la guerra di indipendenza e la fondazione del loro stato ma per i palestinesi è l’anno della catastrofe, la naqba, o dell’espulsione dalla loro patria.

Non era difficile concordare sulle date ma era difficile accettare l’interpretazione degli altri riguardo a queste. “Quello che è un terrorista per gli uni è un eroe per gli altri”, commenta Adwan. Dan Bar-On, che è morto nell’autunno del 2008, era interessato all’idea di “disarmare la storia”.

Il fatto che il disarmo debba incominciare a scuola è qualcosa di cui Adwan è sempre più convinto dopo le sue analisi dei libri di testo di storia palestinesi e israeliani. Egli nota che: “In questi libri non c’è alcun riconoscimento di quello che gli altri hanno sofferto. Nessun riconoscimento dei loro diritti, della loro storia, della loro cultura. L’Olocausto appare appena nei libri palestinesi mentre gli israeliani ignorano l’espulsione dei palestinesi. Nella mappa le città e i villaggi della controparte non sono segnalati.” Nessuno sa niente degli altri. “Il sistema scolastico è quindi parte del problema”, dice Adwan, “e non parte della soluzione”.

Campo neutrale in Germania

“Imparare la narrativa storica dell’altro”: questo è il titolo del nuovo libro di testo, pensato per gli studenti della scuola superiore. Una dozzina di insegnanti in Israele e un’altra dozzina in Cisgiordania stanno lavorando con i testi in scuole selezionate. Ma non durante le ore di istruzione obbligatoria poiché il libro non fa parte del curriculum ufficiale. I rispettivi ministri lo ignorano ma lo tollerano. Il progetto è finanziato da fondazioni americane, l’Unione Europea, l’Ufficio degli Esteri tedesco e altri.

Non è stato semplice organizzare gli incontri fra gli scrittori – non si poteva mai sapere se tutti i partecipanti sarebbero riusciti a passare attraverso i posti di blocco in orario. Il Georg Eckert Institute a Braunschweig offrì alla fine un terreno neutrale sul quale insegnanti e studiosi palestinesi e israeliani potessero regolarmente incontrarsi per seminari della durata anche di vari giorni.

Prima di cominciare il lavoro sui contenuti, gli insegnanti parlarono della loro vita quotidiana. Alcuni parlarono della loro paura di attacchi suicidi, altri delle umiliazioni dell’occupazione.

Tensione emotiva

Che cosa ha spinto gli insegnanti a prendere parte al progetto? Per esempio, Maysoon Husseini al Tal […] che insegna storia in una scuola per ragazze a Gerusalemme Est. Quando un colelga le chiese se sarebbe stata interessata a lavorare al progetto, si rese conto che non aveva mai parlato prima di allora con un israeliano. Esitò a lungo, dice. I suoi sentimenti le dicevano di no, non puoi farlo. Ma la sua testa diceva: è l’unica maniera per parlare con gli israeliani, per mettere qualcosa in movimento, per cambiare le cose – vai avanti e fallo. Si unì al gruppo, anche se suo marito ebbe difficoltà ad accettarlo.

Yiftach Ron, che insegna in una scuola israeliana, dice di avere un problema con la maniera in cui la società israeliana tratta i palestinesi. Pensò quindi che lavorare a questo progetto fosse la maniera migliore per lui di risolvere questo problema. Alcuni insegnanti palestinesi ricevettero minacce dai parenti quando scoprirono cosa insegnavano a scuola ai bambini. Sono nate delle amicizie fra i partecipanti, come quella fra Adwan e Bar-On, ma alcuni si sono dovuti ritirare perché non potevano più sopportare il carico emotivo.

Come l’insegnante il cui cugino cieco si guadagnava da vivere con un chiosco. I soldati israeliani gli hanno demolito il chiosco. L’insegnante ha detto: “Non posso lavorare più con voi; non sarei più capace di guardarlo negli occhi”. Un altro racconta che uno dei suoi studenti è stato ucciso. […]

Un giudizio più cauto degli “altri

E cosa ne pensano gli studenti? Maysoon Husseini e Yiftach Ron hanno avuto prevalentemente delle esperienze positive nelle loro classi. Altri dicono che gli studenti israeliani trovano spesso l’interpretazione palestinese della storia nel libro troppo emozionale, tendente alla propaganda. Molti studenti palestinesi dicono che, anche se sviluppano una maggiore comprensione del punto di vista israeliano della storia, questo cambierebbe difficilmente qualcosa riguardo alla loro situazione. La valutazione va avanti e alla fine di Luglio il progetto sarà presentato ad una conferenza internazionale. Adwan sottolinea che molti studenti ora sono meno radicali nei loro pregiudizi e più cauti nel loro giudizio degli “altri”. E’ un inizio. “Tutto quello che possiamo fare è sperare”, dice.

Arnfrid Schenk è un giornalista del settimanale tedesco Die Zeit

Titolo originale:

The History of the Others

Traduzione a cura di Minareti.it – Il portale del mondo arabo-islamico italiano
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