I movimenti islamici e Obama: la necessità di cogliere il momento opportuno

19/07/2009

Con il discorso del Cairo, il presidente americano ha aperto un (seppur angusto) spiraglio ai movimenti islamici nel mondo arabo; l’interrogativo è, ora, se tali movimenti saranno sufficientemente avveduti da sfruttarlo – scrivono i ricercatori Amr Hamzawy e Jeffrey Christiansen

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Quando si parla di sviluppo della democrazia nel mondo arabo, la partita si gioca nella metà campo dei movimenti islamici di opposizione. Obama ha parlato. Sfidando le previsioni secondo le quali egli avrebbe trascurato gli affari interni e la promozione della democrazia a favore di una visione più realistica, Obama ha utilizzato la sua tribuna all’università del Cairo per annunciare una politica nuova. Gli Stati Uniti – ha affermato – rispetteranno “tutte le voci rispettose della legge … anche se dovessimo essere in disaccordo con loro”, e accoglieranno “tutti i governi democraticamente eletti e pacifici”. Con queste parole Obama intendeva rivolgersi ad un pubblico specifico: i movimenti islamici di opposizione nel mondo arabo che hanno rinunciato alla violenza, hanno accettato il processo politico e, attualmente, rappresentano una forza popolare e un potenziale fattore di pluralismo nella regione. Ora che gli Stati Uniti sono disposti ad impegnarsi con loro, quali altre condizioni dovranno essere soddisfatte perché essi si siedano allo stesso tavolo?

I movimenti islamici di opposizione hanno più bisogno degli Stati Uniti di quanto essi stessi ammettano. Tali movimenti cercano di essere riconosciuti a livello internazionale come forze politiche serie. E vogliono che lo storico impegno degli Stati Uniti a favore della democrazia nel mondo arabo si traduca in pressioni sui regimi arabi per un maggiore pluralismo politico. Ma essi dovranno inviare ad Obama segnali coerenti riguardo alle loro intenzioni.

Le loro risposte al discorso tenuto al Cairo dal presidente americano non sono state proprio un esempio di audace apertura. In Marocco, il partito ‘Giustizia e Sviluppo’ ha affermato che il discorso di Obama è stato “certamente positivo”, ma ha messo in discussione la diplomazia americana nei confronti del conflitto arabo-israeliano. Nei territori palestinesi, Hamas ha inizialmente accusato Obama di attenersi alla stessa politica adottata negli ultimi tempi dagli Stati Uniti, ma ha poi riconosciuto il suo “linguaggio positivo”. In Egitto, la Fratellanza Musulmana ha criticato Obama per aver ignorato la realtà dei “regimi autoritari e dei sistemi corrotti ” della regione. La maggior parte di tali movimenti ha ribadito le abituali critiche.

Per catturare l’attenzione degli Stati Uniti, tuttavia, i movimenti islamici di opposizione devono rispondere a due delle principali preoccupazioni degli Stati Uniti: la loro posizione sulle principali questioni internazionali darà valore alla stabilità? E le loro posizioni sulle principali questioni interne rispecchieranno un impegno a favore degli ideali e dei metodi democratici?

A livello internazionale, la più grande preoccupazione è che i movimenti islamici mirino a perturbare il sistema internazionale. Essi rispetterebbero gli impegni assunti dai loro rispettivi paesi in base agli accordi internazionali vigenti? Un governo egiziano controllato dalla Fratellanza Musulmana, ad esempio, rispetterebbe i termini dell’accordo di Camp David, e manterrebbe delle relazioni diplomatiche con lo stato ebraico? La Fratellanza giordana rispetterebbe il trattato di pace tra Giordania e Israele? Hamas può impegnarsi nel quadro degli accordi stabiliti ad Oslo e riconoscere il diritto di Israele ad esistere? Non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che il mancato riconoscimento, da parte di questi movimenti, dei trattati stipulati dai loro paesi di appartenenza li farebbe rimanere, agli occhi degli Stati Uniti, nella condizione di movimenti “paria”.

Sul piano interno, i movimenti islamici devono chiarire la loro posizione su vari temi. Per quanto riguarda il ruolo politico dell’Islam, i movimenti islamici non possono ripudiare la loro fedeltà alla Sharia. Ma potrebbero fugare molti timori se fossero più chiari in merito ai principi della Sharia che ritengono centrali. I movimenti islamici devono anche affrontare la loro duplice identità di movimenti religiosi e attori politici. Alcuni di loro, come il partito ‘Giustizia e Sviluppo’ in Marocco, hanno già fondato movimenti politici distinti. Ma altri, come la potente Fratellanza Musulmana egiziana, sebbene siano stati i governi ad impedire loro di formare dei partiti politici, sono in linea di principio restii a costituire delle formazioni politiche distinte dal movimento religioso.

I movimenti religiosi hanno a che fare con i valori assoluti – le questioni del bene e del male, di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato – e, nella misura in cui l’adesione è volontaria, possono esigere dai loro membri di conformarsi a tali valori. I movimenti politici, al contrario, prendono – o contribuiscono a prendere – delle decisioni che riguardano tutti i cittadini e, quindi, sono tenuti a rispettare alcuni principi fondamentali universalmente condivisi. Devono tollerare il dissenso, essere aperti al compromesso, e rispettare la legge dello stato, anche se dovessero non ritenerla appropriata. I movimenti che non riescono a separare la loro identità politica da quella religiosa rischiano di perdere sia l’una che l’altra, e di vedere le loro credenziali democratiche messe in dubbio.

Infine, i movimenti islamici devono chiarire la loro posizione riguardo alle donne e alle minoranze. Non è sufficiente rilasciare dichiarazioni generali sul rispetto nei confronti delle donne e delle minoranze all’interno di un quadro islamico; essi devono chiarire la loro posizione sui diritti delle donne nei confronti dei loro familiari di sesso maschile, e trattare equamente donne e uomini nella sfera pubblica. Inoltre, molti movimenti islamici non sono stati chiari per quanto riguarda il diritto dei membri delle minoranze religiose a ricoprire cariche pubbliche.

Nel formulare la loro posizione su questi temi, i movimenti islamici dovrebbero tenere a mente il criterio unico utilizzato dal Presidente Obama nei confronti di tutti coloro che detengono il potere: “Dovete mantenere il potere attraverso il consenso, non attraverso la coercizione; dovete rispettare i diritti delle minoranze e partecipare con uno spirito di tolleranza e di compromesso; dovete situare gli interessi del vostro popolo e il legittimo funzionamento del processo politico al di sopra del vostro partito “.

Dare una risposta a queste preoccupazioni potrebbe far molto per convincere gli Stati Uniti ad aiutare i movimenti islamici a rendere il mondo arabo un posto migliore. Naturalmente, alla fine, sono gli stessi regimi autoritari che devono riformarsi. Ma una pragmatica collaborazione tra la nuova amministrazione americana e i movimenti islamici pacifici potrebbe spingere tali regimi verso un mondo arabo più pluralista. Ora che la partita si gioca nella loro metà campo, i movimenti islamici di opposizione dovrebbero cogliere il momento opportuno.

Amr Hamzawy è “senior associate” presso il Carnegie Middle East Center di Beirut; Jeffrey Christiansen è un ricercatore presso lo stesso istituto

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Seize the day

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