Se cent’anni fa ci si fosse chiesti che cosa fosse la diplomazia la risposta sarebbe stata più semplice e diretta rispetto ad ora. Gli attori coinvolti nel processo diplomatico erano essenzialmente gli Stati oltre ai loro rappresentanti accreditati. Tuttavia, gli sviluppi tecnologici nel campo della comunicazione e l’espansione della partecipazione di massa ai processi politici, hanno determinato significativi cambiamenti nelle relazioni tra gli Stati e nello svolgimento delle loro negoziazioni. L’opinione pubblica è diventata parte attiva all’interno dell’azione diplomatica influenzandone gli esiti in maniera visibile.
Lo sviluppo sempre più crescente della comunicazione globale e delle sue applicazioni, ha fatto sì che i Governi non potessero più rimanere legati ai tradizionali canali di pratica diplomatica. Come ci ricorda lo studioso J. Melissen, oggi gli attori della diplomazia sfuggono a un controllo diretto: gli interlocutori degli odierni funzionari degli Affari Esteri non sono necessariamente le loro controparti, quanto piuttosto un ampio numero di persone che possono essere comunque coinvolte nell’attività diplomatica, oppure completamente estranee alle politiche internazionali (1). Il broadcast è emerso come un necessario ed effettivo elemento della pratica diplomatica e un nuovo attore è diventato parte integrante di questo processo: l’opinione pubblica. Contemporaneamente allo sviluppo dei mezzi di comunicazione, i policy maker si sono resi conto che, per avere successo, la diplomazia deve essere svolta attraverso una cooperazione multilivello che prevede la partecipazione di diverse tipologie di attori. Alla metà degli anni Sessanta il diplomatico E. Gullion, ha coniato il termine Public Diplomacy per descrivere quell’attività che si occupa di come gli atteggiamenti pubblici influiscano sulla formazione e implementazione delle politiche estere (2). Attraverso la diffusione dei valori e degli ideali di un Paese si può comprendere ed eventualmente condividere le sue politiche, riducendo le eventuali percezioni errate e le incomprensioni che complicano le sue relazioni con le altre Nazioni. Attraverso la diffusione di immagini e l’uso della propaganda, la Public Diplomacy è divenuta negli anni uno dei principali strumenti di politica estera utilizzati dagli Stati nel corso delle due Guerre Mondiali e, successivamente, nel periodo della Guerra Fredda. Per mezzo della carta stampata prima e della radio poi, essa si è sviluppata in tutto il mondo. E’, tuttavia, con l’arrivo della televisione, e con l’unione tra suono e immagini, che il legame tra comunicazione e pratica diplomatica è divenuto indissolubile.
Il rapido sviluppo tecnologico nel campo della comunicazione ha portato alla nascita di ciò che è stato definito “real time global television” ossia la messa in onda di eventi nel momento esatto in cui accadono, in qualunque parte del mondo, grazie alla tecnologia satellitare di ultima generazione. L’avvento del “real time global television” ha segnato un significativo passo in avanti all’interno dello scenario della comunicazione diplomatica, rendendo i mezzi di comunicazione di massa dei veri protagonisti all’interno dello scenario di politica estera dei diversi Paesi. I fattori chiave di questo processo sono l’immediatezza del messaggio e l’impatto che esso stesso riesce a suscitare nel telespettatore. Con la nascita delle televisioni globali si è aperta, dunque, una nuova era per la pratica diplomatica. Ancora una volta, infatti, i progressi tecnologi in campo comunicativo si sono riversati direttamente nelle relazioni diplomatiche tra gli Stati. Come sostiene lo studioso R. Ammon, “si è aperta una nuova epoca per la diplomazia, l’era della Telediplomacy, un nuovo tipo di diplomazia dominato dai media, e che si differenzia per l’impatto e l’immediatezza della real-time television” (3). Ciononostante, con Telediplomacy non si intende semplicemente un tipo di diplomazia che passa attraverso la televisione, né solo enfatizzata o resa più visibile da quest’ultima. Con Telediplomacy ci si riferisce ad un nuovo tipo di diplomazia, guidato dai media, e in particolar modo dalle televisioni, che con le loro immagini e coperture hanno avuto un ruolo centrale nelle scelte diplomatiche degli ultimi decenni. Le televisioni sono state utilizzate per comunicare con attori statuali e non statuali al fine di far avanzare i negoziati tra gli Stati e ottenere pubblicamente l’avvallo degli accordi internazionali. In questo contesto, tuttavia, le parti politiche continuano a svolgere un ruolo centrale. Per questo motivo la Telediplomacy non può essere propriamente definita la “diplomazia della televisione”, bensì, la “diplomazia delle parti politiche”, resa tuttavia possibile dall’esistenza del canale televisivo. E’ con l’arrivo sulla scena televisiva internazionale dell’emittente americana CNN che si è dato il via all’era della Telediplomacy. La Cable News Network ha completamente rivoluzionato il modo di fare informazione tanto da spingere policy maker e studiosi internazionali a parlare del cosiddetto “CNN effect”, ossia dell’effetto che determinate immagini di violenza e sofferenza della popolazione civile hanno prodotto sull’opinione pubblica mondiale.
Ed oggi, alle soglie del 2010, di che tipo di diplomazia si può parlare? L’avvento di internet all’interno dello scenario comunicativo globale ha portato all’avvio di una nuova era per le relazioni tra gli Stati? Quali sono gli attori coinvolti? Queste sono le domande che esperti di comunicazione e di relazioni internazionali si sono posti anche alla luce del ruolo assunto, all’interno del mondo dell’informazione, da un potente nuovo strumento comunicativo: il social network. Se ad oggi il più popolare social network (o rete sociale), ossia un gruppo di persone connesse tra loro da diversi legami sociali, risulta essere Facebook, il fenomeno comunicativo web dell’anno è sicuramente Twitter. Un mezzo di comunicazione che per molti rappresenta una risorsa, per altri, invece, una minaccia.
A seguito dei risultati delle elezioni presidenziali del 12 giugno scorso in Iran, milioni di giovani e donne si sono riversati nelle strade per denunciare come la riconferma di Ahmadinejad rappresentasse un “tradimento del voto popolare”. Dalle proteste pacifiche dei primi giorni le manifestazioni di piazza si sono trasformate, in breve tempo, in teatri di violenze a causa della dura repressione adottata dal regime. Le difficoltà da parte della stampa nazionale ed estera di documentare le violenze e di fornire informazioni attendibili circa la reale situazione interna iraniana, sono state molteplici. Il governo iraniano, fin dai primi giorni post-elezioni, ha fatto sapere che non avrebbe accettato nessuna interferenza negli affari interni del Paese da parte degli Stati e della stampa occidentale. Nei primi giorni della rivolta ai cameraman sono stati strappati i permessi di stampa, è stato loro impedito di filmare le manifestazioni e di intervistare la popolazione che, al grido di “Where is my vote?” chiedeva disperatamente giustizia. Tutto questo mentre la televisione di Stato trasmetteva le immagini della folla che esultava per la riconferma del leader politico ultraconservatore (4).
L’Iran ha una lunga storia di palese limitazione della libertà di espressione che inizia a seguito del consolidamento del potere dello Scià Reza Pahlevi nel 1953, e prosegue con la rivoluzione iraniana, che lo ha definitivamente deposto, nel 1979. Verso la fine degli anni ‘60 il regime monarchico persiano utilizzò molti metodi per controllare i mezzi di comunicazione, ad esempio attraverso la promozione e il supporto di direttori dei giornali vicini al potere regio. Tra il 1974 e il 1978 gli ufficiali dell’intelligence governativa controllarono personalmente i quotidiani supervisionando addirittura il numero delle colonne scritte e la formattazione delle pagine (5). Anche a seguito della Rivoluzione del 1979, che trasformò la millenaria monarchia persiana in una Repubblica Islamica, le sorti della libertà di stampa iraniana non cambiarono. Le televisioni e le radio sono sotto il controllo statale e l’Art. 175 della Costituzione assicura che sia il Leader della Repubblica Islamica colui al quale spetta la nomina e la revoca dei presidenti di radio e televisioni (6).
Internet è stato il principale mezzo di comunicazione usato da giornalisti ed editori per poter aggirare la censura governativa nei confronti di radio, televisioni e giornali. Le elezioni del 12 giugno scorso, tuttavia, hanno dimostrato come il regime sia riuscito a rispondere prontamente alla minaccia proveniente dalle nuove tecnologie. Prima ancora della chiusura delle urne, il provider di telefonia mobile controllato dallo Stato si è spento. L’invio di SMS, strumento primario utilizzato dai sostenitori di Mousavi per organizzare e coordinare i cortei, è stato dunque bloccato. Poche ore dopo, è stato limitato anche l’accesso alla rete. Youtube, Facebook e Messenger sono stati disattivati, così come i blog dei giovani contestatori. Nei rari casi in cui le linee telefoniche hanno funzionato, la popolazione ha evitato, in ogni caso, di scambiarsi informazioni di alcun tipo per paura di essere intercettata. Tale preoccupazione sembra poi esser stata confermata con la notizia, apparsa in un lungo articolo del Wall Street Journal del 22 giugno, riguardante la joint venture per le telecomunicazioni formata dalle aziende Nokia-Siemens. Sulla brochure che presentava le tecnologie Nokia-Siemens vendute all’Iran è stato scritto: “Consente di controllare e intercettare ogni tipo di comunicazione voce e dati su tutte le reti”. Si tratta più precisamente della Deep Packet Inspection (DPI), la stessa tecnologia di controllo usata per combattere la pirateria in rete attraverso un’analisi che analizza tutto il flusso del traffico in internet, e proprio per questo motivo criticata dagli utenti che la ritengono limitativa della propria libertà (7).
Davanti a tutto questo però, il popolo della “rivoluzione verde”, non è rimasto in silenzio a guardare. Mentre continuavano le proteste pacifiche di piazza, il popolo di Moussavi e lo stesso leader politico hanno continuato a diffondere la loro voce attraverso l’unico strumento sfuggito alla censura governativa: Twitter. Il social network, fondato 3 anni fa da Biz Stone, nel 2008 ha visto un incremento delle registrazioni del 600%, con una media, calcolata sempre nello stesso anno, di 5/10.000 nuove registrazioni al giorno (8). Comunicare in questo modo è semplice, immediato e mobile: i messaggi possono essere inviati anche via cellulare, ovunque ci si trovi, basta che si sia in possesso di una connessione internet. Le hashtags (#) permettono un facile raggruppamento delle notizie per argomento, la conseguente veloce ricerca delle stesse e la ri-trasmissione ad altri utenti. Fin dai primi giorni Twitter è diventato il vero protagonista della rivolta iraniana, l’unico strumento di comunicazione funzionante a disposizione dei manifestanti che lo hanno utilizzato per cercare di mantenere continuamente focalizzata l’attenzione del mondo sulle vicende iraniane.
Tuttavia, prendendo come esempio il caso iraniano e cercando di analizzare il fenomeno in un’ottica più generale, emergono anche alcuni suoi considerevoli limiti. Tra esperti di comunicazione e giornalisti affiorano critiche legate principalmente: all’esigua disponibilità di caratteri nell’invio di messaggi (solo 140), alla “polverizzazione dei contenuti” (9) per lasciare invece spazio all’immediatezza, alla semplicità e all’essenzialità del messaggio, e alla difficoltà di selezione delle informazioni. Alla luce dei fatti iraniani è importante analizzare soprattutto quest’ultimo punto. Le difficoltà di selezione, filtraggio e controllo incrociato dei tweet hanno portato, nei giorni delle rivolte, alla proliferazione di notizie poco utili e inattendibili. Tutto ciò perché, su Twitter, niente è sottoposto a verifica ed è compito degli utenti controllare le fonti dalle quali le informazioni sono trasmesse. Il numero di re-tweet (ri-trasmissione) è sicuramente un modo efficace per selezionare i messaggi, ma non è sempre sufficiente. Ecco, quindi, il diffondersi della disinformazione, come è accaduto nel caso della notizia circa gli arresti domiciliari del leader Mousavi o nei riguardi della cifra dei partecipanti alle manifestazioni (10). Inoltre, nell’uso di Twitter come utile strumento per l’organizzazione della rivolta, ciò di cui i giovani iraniani non hanno tenuto conto, è stato come i messaggi inviati potessero essere letti anche dalle stesse forze di sicurezza del regime. I sostenitori di Mousavi hanno quindi dovuto organizzarsi immediatamente al fine di evitare che le autorità iraniane riuscissero ad intercettare i capofila della protesta. Dopo pochi giorni dall’inizio delle rivolte è stato addirittura diffuso, sempre attraverso la rete, un elenco di regole da seguire per evitare di essere localizzati (11).
La “rivoluzione Twitter”, se così si può chiamare nel caso specifico dell’Iran, ha messo inoltre in evidenza un aspetto che, più in generale, riguarda la sfera della comunicazione internazionale. Per la prima volta dalla fine degli anni ‘80, infatti, un social network ha battuto sul tempo le emittenti satellitari all news americane ed inglesi. La CNN International, divenuta famosa negli anni della guerra del Golfo per l’immediatezza dell’informazione e per il suo stile giornalistico unico al mondo, nel caso iraniano, tuttavia, non è riuscita, a proporre una copertura efficiente degli eventi. CNN e BBC hanno replicato alle proteste di centinaia di utenti che, proprio attraverso Twitter, hanno commentato l’accaduto. I direttori dei canali satellitari hanno fatto sapere che le pericolose situazioni in cui dovevano lavorare giornalisti e reporters hanno impedito, in alcuni casi, di poter dare le notizie in modo immediato e completo. Di certo non si può mettere in dubbio la pericolosità della ripresa in diretta delle notizie per le strade di Teheran, tuttavia, questa situazione caratterizza tutti gli scenari di scontri e violenze. L’elemento di novità invece è rappresentato dalla forza e dall’efficacia informativa del “cinguettio” del social network.
Secondo alcuni esperti di social media, anche il governo americano si è reso conto della potenza di Twitter e da qui la decisione di richiedere, ai gestori del network, di posticipare la manutenzione del servizio, prevista per il 17 giugno a Teheran. Del resto, non è certo un segreto che il governo americano creda da tempo nell’impiego dei mezzi di comunicazione come importante arma diplomatica. Nei giorni post-elezione, mentre i contestatori di Ahmadinejad scendevano in piazza a manifestare, il numero degli utenti americani che, sotto la voce “iranelection” postavano notizie inneggiando alla democrazia e alla libertà, si sono moltiplicati. E’ ipotizzabile, dunque, che il nuovo social network sia diventato lo strumento prescelto dagli Stati Uniti per comunicare direttamente con il popolo iraniano. Si tratta più semplicemente, di politiche di public diplomacy. Ad oggi, tuttavia, è importante riflettere su come le tradizionali tecniche di public diplomacy utilizzate durante gli anni della guerra fredda siano ormai superate.
Nell’era di una diplomazia guidata dal mezzo televisivo, è importante capire qual è il suo più “giusto” utilizzo. Con la moltiplicazione delle emittenti d’informazione internazionale che trasmettono notizie in diretta 24 ore su 24, programmi di approfondimento e talk show, lo studioso americano E. Gilboa sostiene l’importanza di ciò che lui definisce media diplomacy ossia “l’azione dei media per comunicare con attori statuali e non statuali al fine di costruire fiducia e far avanzare i negoziati” (12). E Twitter? come si colloca il nuovo potente “micro-blogging” in questo contesto di dialogo tra i diversi attori della diplomazia? C’è chi ha parlato di “twitter diplomacy” (13), un nuovo tipo di diplomazia che si esplica attraverso i brevi messaggi di testo del social network. Oggi, in realtà, è importante capire più semplicemente che, indipendentemente dal mezzo utilizzato, è il dialogo e il confronto tra i vari strati della società l’arma segreta da utilizzare perché la diplomazia funzioni.
Secondo quanto sostenuto fino ad ora e con uno sguardo alle manifestazioni di giugno contro il regime, risulta chiaro che non è più possibile considerare le popolazioni come semplici destinatari finali di informazioni che provengono “dall’alto”. Ciò di cui ha veramente bisogno l’Iran oggi, è di poter agire concretamente per la costruzione del futuro democratico della propria area geopolitica. Questo è ciò che hanno chiesto i milioni di giovani scesi in piazza a manifestare. La scrittrice iraniana trasferitasi negli Stati Uniti, Azar Nafisi, in un’intervista rilasciata a Repubblica, del 14 giugno scorso, ha detto di non sentirsi delusa dei risultati delle elezioni presidenziali nel suo Paese: “la cosa più importante è stata la reazione della gente”. “Voi occidentali sbagliate a focalizzare l’attenzione solo sulle élite politiche, gli iraniani hanno detto forte e chiaro ciò che vogliono”. Questo è senz’altro vero, ora rimane da vedere, però, se ci sarà qualcuno disposto ad ascoltarli.
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(1) J. Melissen, The new public diplomacy: soft power in international relations, Houndmills, Palgrave Macmillan, 2005.
(2) All’origine della teoria della public diplomacy si ritrova la distinzione fatta da J. Nye tra soft power e hard power. Il soft power, ossia la capacità di un corpo politico di attrarne altri tramite risorse tangibili quali la cultura i valori e gli ideali, si differenzia dal hard power, individuabile, invece, nel potere economico e militare. Tuttavia, come sostiene lo studioso, entrambi hanno un’importanza decisiva per il raggiungimento di obiettivi di politica estera, oltre ad essere inevitabilmente legati tra loro. La public diplomacy è uno degli strumenti di soft power. Per un ulteriore approfondimento al riguardo si veda: J. S. Nye, Soft Power: un nuovo futuro per l’America, Torino, Einaudi, 2005.
(3) R. J. Ammon, Global Television and the Shaping of World Politics, North Carolina, Mc Farland &Company, 2001.
(4) Il video è visibile sul sito del Washington Post, www.washingtonpost.com.
(5) Massoud Behnoud Chigunih Khabarnigar Shud, nel report, “Ctrl+Alt+Delete: Iran’s response to the Internet”, Iran Human Rights Documentation Center, May 2009.
(6) The Constitution of Islamic Republic of Iran, Chapter XII (Radio and Television), Article 175, “The freedom of expression and dissemination of thoughts in the Radio and Television of the Islamic Republic of Iran must be guaranteed in keeping with the Islamic’ criteria and the best interests of the country. The appointment and dismissal of the head of the Radio and Television of the Islamic Republic of Iran rests with the Leader. A council consisting of two representatives each of the President, the head of the judiciary branch and the Islamic Consultative Assembly shall supervise the functioning of this organization”, in www.iranchamber.com
(7) “Deep packet inspection involves inserting equipment into a flow of online data, from emails and Internet phone calls to images and messages on social-networking sites such as Facebook and Twitter. Every digitized packet of online data is deconstructed, examined for keywords and reconstructed within milliseconds. In Iran’s case, this is done for the entire country at a single choke point, according to networking engineers familiar with the country’s system. It couldn’t be determined whether the equipment from Nokia Siemens Networks is used specifically for deep packet inspection”. The Wall Street Journal, June 22, 2009.
(8) Dati raccolti in un’analisi di ricerca chiamata: State of the Twittersphere scaricabile dal sito: http://Twitter.Grader.com oppure all’interno del proprio account Twitter, l’hashtag di riferimento è: #SOTwitter.
(9) Espressione “presa in prestito” da un articolo di A. Sofi, L’Iran, Twitter e i mille occhi dei nuovi media, in www.apoeonline.com
(10) Come riportato nel sito www.trueslant.com
(11) L’elenco di regole da seguire è visibile sul sito: www.boingboing.net
(12) E. Gilboa, “Mass communications and diplomacy: a theoretical framework”, Communication theory, N. 10, OxfordJournals online, agosto 2000.
(13) S. E. Ante, Twitter Diplomacy, in www.businessweek.com
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Federica Bordelot ha studiato Relazioni Internazionali alle Università di Bologna, Roma e Liège. Ha scritto una tesi sulla Public Diplomacy e la Media Diplomacy approfondendo lo studio di all news internazionali quali: CNN, AL Jazeera, Euronews e France 24



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