01/09/2009

أوهام عربية تبددها تفجيرات بغداد

Il brancolamento nel buio della sicurezza irachena, tradottosi nella destituzione affrettata di alcuni capi dell’intelligence (allontanati in realtà non perché colpevoli – come si è voluto far credere – del deficit nella sicurezza, ma perché avevano attribuito all’Iran ed ai suoi agenti in Iraq la responsabilità delle esplosioni di mercoledì 19 agosto a Baghdad); il brancolamento politico e diplomatico del governo Maliki, tradottosi nel rocambolesco passaggio, nel giro di 24 ore, dalla firma dell’annuncio congiunto di cooperazione strategica con la Siria alla decisione di rivolgere dure insinuazioni contro questo paese, accusandolo di essersi trasformato in “una retrovia per la distruzione dell’Iraq”; il brancolamento mediatico tradottosi nel lancio di accuse contraddittorie riguardo alle responsabilità di questi attentati – tutto ciò ha spazzato via la prima illusione che il governo di Nuri al-Maliki ha cercato di vendere al mondo arabo: quella di essere un governo forte ed equilibrato, in grado di raggiungere accordi bilaterali o collettivi con i paesi arabi che avrebbero aperto la strada alla normalizzazione dei rapporti arabo-iracheni. Questa illusione si rivela tale a maggior ragione se si tiene conto che le probabilità di Maliki di uscire vincitore dalle prossime elezioni a scapito dei suoi ex alleati della coalizione sciita si sono ridotte, dopo che questi ultimi hanno unito le loro forze contro di lui, e dopo che è fallita la manovra siriana di Maliki volta ad estendere il proprio serbatoio elettorale.

Gli attentati del mercoledì di sangue (che hanno provocato quasi 100 morti ed oltre 500 feriti, imponendosi come i più gravi attacchi terroristici dopo il  ritiro delle truppe americane dalle città, avvenuto il giugno scorso (N.d.T.) ) hanno spazzato via una seconda illusione araba: quell’illusione venduta agli arabi dagli esponenti del processo politico irano-americano in Iraq – ovvero il fatto che la sicurezza in Iraq era stata ristabilita per mano loro, e che gli arabi dovevano di fatto trattare con loro.

La terza illusione che questi attacchi terroristici hanno smascherato, e che dovrebbe rimanere per sempre sepolta sotto le macerie prodotte da tali attacchi, è esemplificata dal modello siriano: presumere che l’esistenza di rapporti strategici tra un qualunque paese arabo e l’Iran, e la presenza di contatti fra questo paese e le forze e le milizie settarie irachene fedeli all’Iran, rappresentino per esso una garanzia politica sufficiente che gli verranno aperte le porte di Baghdad mentre quest’ultima è ancora sotto l’occupazione americana e il predominio iraniano, è un’illusione che è stata spazzata via dalla precisa scelta di tempo con cui sono avvenuti questi attentati, ad appena 24 ore dalla firma dell’annuncio “congiunto” siro-iracheno sulla creazione di un consiglio di “cooperazione strategica”.

Inoltre, il voltafaccia iracheno nel giro di pochi giorni dalla firma di questo accordo, con l’esplicita accusa nei confronti della Siria di essere responsabile di tali attentati, doveva far esplodere una crisi diplomatica accompagnata dal richiamo dei rispettivi ambasciatori. Ciò lascia presagire che la “cooperazione strategica” si trasformerà in una “ostilità strategica”. Yassin Majid, consigliere per l’informazione del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki, ha scritto che la Siria si è trasformata in “una retrovia per la distruzione dell’Iraq”, e che “è da escludere che l’intelligence siriana non fosse a conoscenza” degli attentati. Gli ha risposto il giornale siriano Tishreen con un editoriale in cui si affermava che l’Iraq cerca di “esportare all’estero le sue crisi interne”, ed in cui non si perdeva l’occasione di accennare al fatto che  “la scelta di tempo ed il legame” tra gli attentati e la visita di Maliki a Damasco “non sono casuali”.

Queste allusioni di Tishreen ci conducono alla quarta illusione araba che è stata spazzata via dagli attentati: l’illusione che le relazioni strategiche fra l’Iran e la Siria abbiano come logica conseguenza il fatto che gli interessi siriani e iraniani in Iraq siano simili. Come le complicazioni derivanti dagli attentati hanno dimostrato, questi interessi sono invece dissimili. La controversia relativa ai “baathisti” che gli attacchi terroristici del 19 agosto hanno fatto esplodere fra Baghdad e Damasco è una versione siro-irachena contraffatta del tacito disaccordo esistente in realtà fra il regime di Teheran e quello di Damasco. Il primo vede nel partito Baath e nella resistenza irachena un nemico di stampo “terroristico” sia per il regime iraniano che per il governo di Baghdad ad esso amico, e considera la guerra a questo “nemico” prioritaria rispetto alla resistenza all’occupazione americana. Il secondo invita apertamente a revocare la politica di “estirpazione” del partito Baath e ad includere questo partito e la resistenza irachena nel processo politico al fine di realizzare una vera riconciliazione nazionale in Iraq, che è imprescindibile se si vuole accelerare la partenza dell’occupazione americana. 

Perciò Tishreen, pur senza nominare l’Iran e la sua “longa mano” in Iraq, o il governo della regione del Kurdistan, si è soffermato a considerare questi attori come i soli che sarebbero stati in grado di portare a termine attentati di questa precisione e complessità, i soli che hanno un chiaro interesse a non realizzare la riconciliazione irachena secondo la visione siriana. All’Iran, malgrado la visita del presidente siriano Bashar al-Assad a Teheran all’indomani della firma dell’accordo di “cooperazione strategica” con Maliki, non è sfuggito che questo accordo è stato firmato nel contesto di un’intesa siro-americana che prende di mira i rapporti fra Teheran e Damasco da un lato, e che, dall’altro, mira a ridimensionare l’influenza iraniana sul governo di Baghdad nato dall’occupazione. Di conseguenza, l’Iran era il primo ad essere colpito da simili sviluppi nei rapporti della Siria con Washington e con Baghdad. Allo stesso modo, l’Iran è il primo a guadagnare dal fallimento di sviluppi di questo genere. Dal canto loro, gli Stati Uniti avevano invece da guadagnare da simili sviluppi, ed hanno certamente tutto da perdere dal loro fallimento.

Quanto alla leadership della regione autonoma del Kurdistan, essa era sul punto di perdere il senno all’idea che Maliki firmasse con Damasco un accordo per la riattivazione dell’oleodotto Kirkuk-Banyas (Banyas è una cittadina sulla costa siriana (N.d.T.) ) e per il trasferimento del petrolio e del gas “iracheni” da Kirkuk ai mercati mondiali attraverso la Siria (è questa la questione scottante fra Maliki e la leadership curda, una leadership che Washington sta cercando di contenere, mettendola in guardia sulla possibilità che essa diventi la causa scatenante di una “guerra etnica” fra arabi e curdi dell’Iraq). Le perdite e i profitti che tale leadership ricava dagli ultimi eventi fra Baghdad e Damasco sono chiari a tutti.

Quanto all’accusa preconfezionata da rivolgere contro l’occupazione americana, questa volta quasi nessuno ha ritenuto di lanciarla, così come nessuno ha rivolto accuse al Mossad israeliano, sebbene una simile eventualità non sia da escludere.

Una lettura attenta della risposta ufficiale siriana alle accuse irachene spazza via una quinta illusione araba, di cui la stessa diplomazia siriana è stata l’ultima vittima. Si tratta di quell’illusione in base alla quale gli arabi continuano a sperare invano in sviluppi che consentano al regime nato dall’occupazione americana a Baghdad di trasformarsi in un regime politico che permetta la normalizzazione dei rapporti con gli arabi, mentre invece tutte le circostanze oggettive nelle quali questo regime è nato, ed anche tutte le ragioni politiche per boicottarlo ed isolarlo a livello arabo, restano in piedi ed anzi si rafforzano. Ciò è confermato dalla “precipitazione” – come si è espressa l’agenzia ufficiale siriana ‘Sana’ – “con cui il governo iracheno ha lanciato accuse a casaccio”. Tale precipitazione va fatta risalire ai “contrasti interni” esistenti fra gli esponenti del “processo politico”, ed in particolare  fra gli agenti doppiogiochisti legati ai due partner dell’occupazione: l’Iran e l’America. Questo ribollire di contrasti è un processo tuttora in corso, che prosegue sotto l’egida dei due partner medesimi. O forse si è trattato di “contrasti esteri” che l’agenzia ‘Sana’ non ha ritenuto di dover nominare, ma i cui accenni rimandano chiaramente allo scontro irano-americano per il predominio in Iraq. Di tale scontro gli iracheni costituiscono il combustibile innocente fin dall’invasione del 2003, al pari dei rapporti arabo-iracheni.

L’affermazione sulla “necessità, urgente come mai in passato, di realizzare la riconciliazione nazionale” irachena – affermazione presente all’interno del comunicato ufficiale con cui veniva richiamato l’ambasciatore siriano a Baghdad – ha spazzato via la sesta illusione araba, secondo la quale il regime nato dall’occupazione sarebbe realmente in grado di realizzare un riconciliazione nazionale che ormai viene chiesta a gran voce da tutti i paesi arabi come ulteriore pretesto, oltre alle “pressioni americane”, per giustificare la frettolosa propensione degli arabi a conferire una legittimazione araba ufficiale all’occupazione ed al regime da essa sorto.

Il frettoloso voltafaccia di Maliki contro la “cooperazione strategica” con la Siria non è stato affatto sorprendente. Era anzi prevedibile – non soltanto perché Maliki già in passato non aveva mantenuto precedenti promesse di realizzare questa cooperazione, e non soltanto perché egli si era rivolto a Damasco solo per assecondare le pressioni americane in questo senso, le quali tuttavia erano in contrapposizione con i suoi impegni ben più vincolanti con Teheran (cosa che spiega il contrasto fra Maliki ed il suo capo dell’intelligence Mohamed Abdallah al-Shahwani, addestrato dai servizi segreti americani, il quale aveva addossato all’Iran ed ai suoi agenti in Iraq la responsabilità degli attentati del 19 agosto; ciò aveva spinto Maliki a rimuoverlo dall’incarico, come precondizione per quella che Damasco ha definito la “fabbricazione” di accuse nei confronti della Siria).

Il voltafaccia del primo ministro iracheno era prevedibile anche perché i prossimi appuntamenti elettorali rendevano più probabile il prevalere delle affiliazioni iraniane di Maliki sul suo obbligo a sottostare ai diktat americani. La ragione sta nel fatto che tali affiliazioni sono maggiormente in grado di attrarre voti su base confessionale. La propensione di Maliki, del suo partito e della sua lista elettorale, per la visione iraniana e settaria di riconciliazione irachena – una propensione del tutto simile a quella della coalizione sciita che ha cambiato il suo nome in Alleanza “Nazionale” Irachena (INA) – ha spazzato via la settima illusione araba, quella secondo cui la corrente di Maliki all’interno del “processo politico” avrebbe potuto porre le basi di una indipendenza irachena dal predominio iraniano. Questa illusione era nata sulla scia dello scontro scoppiato tra la lista di Maliki e l’INA per aggiudicarsi il favore di Teheran, considerato una sorta di “passaporto” elettorale per impadronirsi del potere a Baghdad.

Il ritorno della corrente di Muqtada al-Sadr nell’alveo della coalizione settaria sciita sponsorizzata da Teheran, pochi giorni dopo che Damasco aveva ospitato al-Sadr accogliendolo con tutti gli onori ed esortandolo ad aderire alla visione siriana di una vera riconciliazione nazionale in Iraq, ha spazzato via l’ottava illusione araba. Questo ritorno ha rappresentato infatti un voltafaccia analogo a quello di Maliki nei confronti di Damasco e di qualsiasi altra eventuale “partnership” araba con queste forze settarie, un voltafaccia più smaccato di quello che diede vita all’alleanza della corrente sadrista con il partito Da’wa, e che portò Maliki alla guida del governo. Sembra dunque confermato che Maliki non ha aderito – finora – alla coalizione sciita annunciatasi con il nome di “Alleanza Nazionale Irachena” (INA), al cui interno Teheran ha mobilitato tutti i suoi agenti iracheni in vista delle prossime elezioni, non per ragioni settarie, ma semplicemente perché Maliki vuole che all’interno di questa lista il suo partito abbia una quota del 51%, a scapito dei sadristi. Ciò spazza via qualsiasi illusione araba che queste forze settarie nate dalla matrice iraniana siano in grado di cambiar pelle a breve termine.

Di conseguenza, gli attentati di Baghdad hanno spazzato via anche la nona illusione araba, quella secondo cui il governo nato dall’occupazione avrebbe potuto sbarazzarsi della sua dipendenza dalle forze americane di occupazione ed allo stesso tempo rinnegare le proprie affiliazioni iraniane per diventare realmente in grado di riportare l’Iraq all’interno del bacino arabo a cui naturalmente appartiene, confermando la saggezza della diplomazia araba, e saudita in particolare, che continua a ritenere che sia prematuro normalizzare i rapporti arabi con Baghdad.

Nel corso della sua visita a Baghdad, lo scorso marzo, il segretario generale della Lega Araba Amr Moussa si era “vantato” che “tre mesi dopo l’occupazione dell’Iraq, Baghdad aveva avuto un seggio all’interno della Lega Araba”. Egli aveva poi affermato che esiste una risoluzione del Vertice arabo per aprire le ambasciate arabe a Baghdad, e che questa apertura era stata rinviata per ragioni “di sicurezza” (e non per ragioni “politiche”) dopo che era stato sequestrato e assassinato l’ambasciatore egiziano e dopo che era stata fatta saltare in aria la sede delle Nazioni Unite nel 2005 – e prima che le “pressioni americane” si trasformassero in una ragione politica che giustificava l’affluire dei diplomatici arabi a Baghdad a partire dal 2008.

L’illusione che i paesi arabi esitino ad avere rapporti con il regime nato dall’occupazione americana in Iraq, per motivazioni politiche o in ragione delle pressioni americane, è la decima illusione che gli attentati del 19 agosto a Baghdad hanno spazzato via. Lo dimostra, ad esempio, l’affermazione della Lega Araba di essere decisa a mantenere la propria missione diplomatica nella capitale irachena. Lo dimostra anche un secondo esempio: l’affermazione del Cairo di non voler tornare sulla propria decisione di inviare il nuovo ambasciatore a Baghdad a conferma della dichiarazione del presidente Hosni Mubarak sulla necessità di ristabilire “la partnership e la cooperazione” con l’Iraq. Il ministro degli esteri Ahmed Abul Gheit aveva firmato una “bozza d’intesa” a questo proposito alla fine della settimana scorsa, senza trarre alcun insegnamento dal voltafaccia di Maliki nei confronti dell’analogo accordo siro-iracheno – un voltafaccia compiuto prima ancora che si asciugasse l’inchiostro con cui tale accordo era stato scritto, e che fonti siriane ufficiali hanno definito “premeditato”.

La “premeditazione” con cui si è voluto far cadere i siriani in quella che il direttore del quotidiano “al-Quds al-Arabi”, Abdel Bari Atwan, ha definito “la trappola irachena” è stata rivelata in tutta franchezza da Ali Dabbagh, il portavoce del governo Maliki, nel momento in cui ha affermato: 1) che “l’Iraq ha consegnato ripetutamente ai siriani una lista di ricercati”, cosa che aveva fatto lo stesso Maliki nel corso della sua ultima visita (definita “strategica”) a Damasco, senza ricevere risposta; 2) che era stato l’Iraq a “suggerire” di ratificare un accordo strategico con la Siria “che le impone di perseguire i sospettati”; 3) che i rapporti bilaterali fra i due paesi sono ora giunti a “un bivio” a causa di ciò, dopo che il primo ministro iracheno ha minacciato di appellarsi alle Nazioni Unite ed al Consiglio di Sicurezza per chiedere un “tribunale internazionale” che indaghi sugli attentati, da lui definiti “un crimine di guerra”. Ciò sembra confermare che Maliki era andato a Damasco unicamente a questo scopo, cosa che a sua volta spiega quale minaccia rappresenti la resistenza irachena – ed il ruolo guida che il partito Baath ha al suo interno – per il regime di Maliki, e spazza via definitivamente qualsiasi illusione araba sulla possibilità che il regime nato dall’occupazione in Iraq ristabilisca i normali rapporti arabo-iracheni.

Ma l’illusione araba più grande che gli attentati di Baghdad hanno spazzato via è quella secondo cui l’occupazione americana si appresterebbe a lasciare docilmente l’Iraq, ed il ridispiegamento delle forze americane al di fuori delle città – ed il trasferimento di alcune di queste forze dall’Iraq all’Afghanistan – rappresenterebbe l’inizio della fine di questa occupazione, e di conseguenza l’inizio della fine dell’influenza iraniana che all’ombra di tale occupazione aveva preso piede in Iraq. Gli stessi attentati, e le complicazioni che ne sono derivate, sono infatti diventati un pretesto utilizzato dagli esponenti del processo politico sorto all’ombra dell’occupazione per chiedere di non affrettare il ritiro americano. In questa loro richiesta essi trovano una facile sponda nell’analoga richiesta fatta da molti paesi arabi, secondo cui il referendum sul “patto di sicurezza” con gli Stati Uniti, inizialmente previsto lo scorso luglio, sarebbe ormai sepolto sotto le macerie degli attentati di mercoledì 19 agosto.

Tali attentati e le loro conseguenze, assieme alla febbre elettorale, vengono utilizzati per sollevare un polverone che nasconda il rinvio di questo appuntamento, e faccia cadere definitivamente nell’oblio questo referendum. Cosicché la resistenza irachena resterà l’unica verità capace di trasformare le illusioni arabe, spazzate via dagli attentati di Baghdad, in speranze reali in grado di porre le basi di sani rapporti arabo-iracheni.

Nicola Nasser è un giornalista arabo residente a Bir Zeit, in Cisgiordania

Titolo originale:

أوهام عربية تبددها تفجيرات بغداد

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