
A soli due mesi dal ridispiegamento delle truppe americane, le quali il 30 giugno scorso hanno completato il loro ritiro dalle città, l’Iraq si trova alla confluenza di una serie di eventi che potrebbero avere un’importanza fondamentale nel delineare il futuro del paese.
Mentre si sono svolte da poco (alla fine di luglio) le elezioni legislative e presidenziali nella regione autonoma del Kurdistan iracheno, l’Iraq è già proiettato verso il prossimo anno, durante il quale si prevede lo svolgimento delle seconde elezioni nazionali dopo quelle del 2005, ed il progressivo ritiro delle forze americane.
Sebbene manchino quasi cinque mesi alle elezioni parlamentari di fine gennaio, il panorama politico iracheno è già completamente dominato da questo appuntamento, che secondo molti sarà la chiave che determinerà i futuri orientamenti dell’Iraq.
La situazione delle diverse forze politiche e delle loro possibili alleanze appare estremamente fluida, in un clima dominato da aspri antagonismi e da forti tensioni.
La regione autonoma del Kurdistan è senza dubbio l’area in cui il panorama politico appare più stabile, anche se certamente non privo di incertezze. Il dato più significativo è rappresentato dal buon risultato registrato dalla Lista del “Cambiamento” (Gorran) alle recenti elezioni regionali, che ha spezzato il pluriennale equilibrio esistente fra i due principali partiti curdi, il PUK di Jalal Talabani ed il PDK di Massoud Barzani.
Sebbene le elezioni regionali curde abbiano rappresentato un buon modello di democrazia per la regione mediorientale, l’alterazione degli equilibri politici fra i partiti curdi apre diversi interrogativi riguardo al modo in cui essi si presenteranno alle prossime elezioni parlamentari irachene.
L’affermazione di Gorran fa infatti emergere per la prima volta la possibilità che i curdi non si presentino alle elezioni nazionali con una lista unitaria. Se ciò dovesse verificarsi, essi potrebbero veder ridimensionato il loro potere di contrattazione a Baghdad.
I curdi, che finora hanno beneficiato della protezione di Washington, si trovano davanti alla poco allettante prospettiva di un disimpegno americano, e di fronte all’urgente necessità di risolvere attraverso il dialogo le dispute irrisolte con gli arabi iracheni per evitare il rischio di una devastante guerra interetnica.
Dal canto loro, gli arabi iracheni appaiono estremamente frammentati e divisi, sia a livello dei sunniti che a livello degli sciiti. Mentre le vecchie formazioni politiche perdono slancio e popolarità, nuovi partiti e coalizioni stanno prendendo forma.
Gli sciiti hanno annunciato la nascita dell’Alleanza Nazionale Irachena (INA), che prende il posto dell’Alleanza Irachena Unita (UIA), la coalizione sciita che si era presentata alle elezioni del 2005. L’INA comprende, fra gli altri, il Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) e la corrente di Muqtada al-Sadr, ma, a differenza dell’UIA, non include il partito Da’wa del primo ministro Maliki.
Quest’ultimo sembra invece intenzionato a portare avanti una propria lista indipendente, quell’ “Alleanza per lo Stato di Diritto” con la quale si era già presentato alle elezioni locali di quest’anno ottenendo ottimi risultati.
A seguito di contrasti con le altre formazioni sciite, Maliki sembra determinato a sviluppare un proprio progetto nazionalista includendo nella propria lista anche arabi sunniti, curdi e cristiani.
Tale progetto si scontra tuttavia con l’incapacità che il primo ministro iracheno ha finora dimostrato nel perseguire una reale riconciliazione nazionale irachena, in particolare con gli arabi sunniti. A tutt’oggi non è chiaro se egli persevererà nel proprio progetto politico indipendente, o se sceglierà di rientrare nei ranghi dell’INA.
L’annuncio del varo della nuova coalizione sciita ha in qualche modo segnato l’inizio ufficiale delle ostilità pre-elettorali. L’INA, nei cui ranghi è rientrato anche il “ribelle” Muqtada al-Sadr, ha il chiaro appoggio dell’Iran. Del resto Teheran continua ad esercitare pressioni sullo stesso Maliki perché torni sui propri passi e aderisca alla coalizione.
Sebbene il SIIC e la corrente sadrista, i due principali partiti che compongono l’INA, stiano perdendo popolarità, e nutrano diffidenze reciproche, il regime iraniano ha probabilmente ancora molte carte da giocare in Iraq, mentre lo stesso Maliki appare in difficoltà nel tentativo di concretizzare il proprio progetto di ispirazione nazionale e non settario.
Tutto ciò sembra essere confermato dai drammatici eventi della fine del mese scorso. Mercoledì 19 agosto, una serie impressionante di attentati ha colpito, fra l’altro, alcuni edifici simbolo del potere centrale a Baghdad, come il ministero delle finanze e il ministero degli esteri. Il bilancio è stato di quasi 100 morti e oltre 500 feriti, facendo apparire questi attacchi terroristici come i più gravi degli ultimi mesi.
Ma altrettanto impressionante è il caos che si è impadronito delle istituzioni irachene a seguito di questi attentati. Accuse contraddittorie sono state a più riprese lanciate da diversi esponenti del governo. Si è parlato di collusioni fra esponenti degli apparati di sicurezza e gli attentatori, di un possibile coinvolgimento iraniano, di responsabilità degli ambienti baathisti.
Alla fine le ire del governo Maliki si sono concentrate contro la Siria, accusata di dare rifugio ai responsabili degli attacchi terroristici. Ne è derivata una gravissima crisi diplomatica fra Baghdad e Damasco, che sembra aver mandato in fumo gli sforzi diplomatici degli ultimi mesi fra le due capitali arabe.
Solo pochi giorni prima, Siria e Iraq avevano firmato un accordo di cooperazione strategica facendo illudere molti, nel mondo arabo, sulla possibilità che i due paesi avessero definitivamente riannodato i rapporti, dopo decenni di ostilità e incomprensioni, e che l’Iraq si stesse davvero apprestando a rientrare nell’alveo arabo da cui era stato strappato a seguito dell’invasione americana e dell’affermazione degli sciiti nel paese.
A prescindere dalle reali responsabilità che si nascondono dietro i gravissimi attentati del 19 agosto, la crisi fra Baghdad e Damasco sembra avere al fondo motivazioni eminentemente politiche. Essa riflette fra l’altro l’impossibilità di armonizzare la visione siriana di riconciliazione nazionale irachena, che prevede la fine delle politiche irachene volte all’estirpazione del partito Baath e la riabilitazione della “resistenza sunnita”, con la visione di Maliki che, pur puntando ad un riavvicinamento con i sunniti, continua a ravvisare nei baathisti e nel loro ruolo guida all’interno della resistenza sunnita un nemico mortale del nuovo Iraq.
Nel mondo arabo, è opinione di molti analisti che da questa crisi escano perdenti sia la Siria che il primo ministro iracheno. Damasco vede allontanarsi la possibilità di una riconciliazione nazionale irachena in cui la Siria poteva avere un ruolo di primo piano; vede sfumare un’opportunità di dimostrare a Washington di essere determinante ai fini della stabilità regionale; e vede svanire la possibilità di una proficua cooperazione con Baghdad a livello economico e di gestione delle risorse (un esempio su tutti, la messa a punto di una politica comune per la gestione delle vitali risorse idriche del Tigri e dell’Eufrate ).
Maliki, dal canto suo, vede seriamente messi in dubbio dagli ultimi attentati i risultati della propria politica di sicurezza, la quale costituisce uno dei capisaldi della sua campagna elettorale. Egli vede inoltre compromessa la possibilità di rafforzare il proprio progetto nazionalista guadagnandosi il favore di parte degli arabi sunniti, e si ritrova più esposto ai desideri di Teheran.
Il regime iraniano ha ancora la possibilità di ricompattare il fronte sciita sotto la sua bandiera, e di continuare ad esercitare la propria influenza nel paese sfruttando il caos e le aspre rivalità che dominano la politica irachena.
Ad uscire compromesso dagli ultimi sviluppi iracheni è anche il progetto di disimpegno americano sponsorizzato da Obama – del quale la riconciliazione irachena rappresenta un pilastro imprescindibile – a vantaggio di quegli ambienti politici che, in Iraq, nel mondo arabo, e negli Stati Uniti, sono invece favorevoli ad un prolungamento della presenza militare americana nel paese.



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