02/09/2009
الطريق إلى الانتخابات العراقية الثانية
Dovrebbero tenersi il gennaio prossimo le seconde elezioni parlamentari del “nuovo Iraq”. Se le prime elezioni, quattro anni fa, avevano suscitato seri dubbi riguardo alla loro effettiva influenza sul futuro del paese, è opinione prevalente che le prossime elezioni saranno invece di estrema importanza ed avranno un influsso determinante.
Queste elezioni avranno luogo all’inizio di un anno che vedrà il ritiro della maggior parte delle truppe americane attualmente presenti in Iraq, ed in un momento in cui l’Iraq sta scendendo nella scala delle priorità americane. Una simile situazione suggerisce che dal ritiro americano deriverà un vuoto che potrebbe spingere diversi attori regionali a cercare di rafforzare la propria influenza sulla piazza irachena.
Inoltre, l’inizio del ritiro americano rappresenterà un esame di estrema importanza per le capacità di sopravvivenza del nuovo stato iracheno, e per testare il suo grado di preparazione di fronte alle sfide della sicurezza.
Sul piano interno, le elezioni locali dell’inizio di quest’anno hanno segnalato chiaramente che il popolo iracheno ha voltato le spalle al settarismo politico, e vuole costruire la politica irachena su una base nazionale. Accanto a questo chiaro desiderio popolare, la crisi politica interna dell’Iran ha gettato un’ombra sulla posizione delle forze politiche sciite irachene, sebbene il ruolo dell’Iran all’interno del paese sia ancora attivo.
D’altra parte, la crisi delle forze politiche sunnite non è meno grave di quella delle forze sciite, soprattutto dopo che esse hanno fallito nella loro promessa di emendare la costituzione, di esercitare pressioni per privare il nuovo stato della sua natura confessionale, e di contrastare la crescente influenza curda. Tuttavia il prepotente ritorno degli arabi sunniti nelle elezioni locali, e la decisione della Corte suprema di restituire più di dieci seggi parlamentari alle province a maggioranza sunnita, hanno rafforzato la posizione degli arabi sunniti alle prossime elezioni.
Per quanto riguarda i curdi, le recenti elezioni nella regione autonoma del Kurdistan iracheno hanno registrato un forte arretramento dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) guidata da Talabani a vantaggio del Partito Democratico del Kurdistan (PDK) guidato da Barzani e di altre forze esterne ai due partiti principali. A causa del prepotente ritorno degli arabi sunniti, i curdi avvertono di aver perso posizioni nel panorama politico iracheno.
Nelle righe che seguono cercheremo di dare un primo sguardo alla situazione delle principali forze politiche, alle possibili alleanze, ed a ciò che esse potrebbero significare in termini di risultati elettorali.
La coalizione sciita
Le principali forze sciite hanno annunciato una rifondazione della loro coalizione, che aveva vinto a man bassa le precedenti elezioni ottenendo il controllo del governo. Tuttavia, questa volta l’alleanza è stata costituita senza il partito Da’wa guidato dal primo ministro Nuri al-Maliki.
La nuova coalizione è costituita dal Supremo Consiglio Islamico Iracheno (SIIC) guidato dalla famiglia al-Hakim, e dalla corrente di Muqtada al-Sadr, la cui adesione all’alleanza si ritiene essere il risultato di pressioni iraniane. Hanno poi aderito alla coalizione tutte quelle piccole forze e quelle personalità che ritengono che gli sciiti debbano governare l’Iraq in quanto sciiti, e che non sia un problema se il sistema politico iracheno continua a fondarsi su basi confessionali. Tra tali personalità figurano anche il politico laico Ahmad Chalabi e l’ex primo ministro Ibrahim Jaafari, durante il cui governo scoppiò quasi una guerra civile nel paese.
Alcuni leader di questa coalizione temono che il potere sfugga dalle loro mani a vantaggio di un’alleanza nazionale che potrebbe distruggere i privilegi da essi acquisiti nel periodo successivo all’occupazione.
Tuttavia, il rifiuto del partito Da’wa guidato da Maliki e del partito Fadhila (il Partito della Virtù) di aderire alla coalizione, e l’annuncio del partito Da’wa – Tanzim al-Iraq (un’ala del partito Da’wa (N.d.T.) ) che il suo ex leader Abdel Karim al-Anzi, che ha aderito alla nuova coalizione sciita, non rappresenta il partito, rendono tale coalizione molto più debole di quella che aveva preso parte alle precedenti elezioni.
Ai fattori che hanno determinato un indebolimento della coalizione sciita possiamo aggiungere la morte del leader del SIIC, Abdel Aziz al-Hakim, e la complessiva perdita di popolarità di questa formazione politica negli ambienti sciiti iracheni. Oltre alla sfiducia che caratterizza i rapporti fra il SIIC e la corrente di al-Sadr, vi sono aspri contrasti fra i leader della nuova coalizione in merito alla decisione se partecipare alle elezioni con una lista aperta (come vorrebbe Jaafari) o con una lista chiusa (come vuole il SIIC).
Maliki e il partito Da’wa
E’ ancora presto per affermare con certezza che il partito Da’wa non rientrerà nella coalizione sciita, soprattutto tenuto conto che non cessano le pressioni iraniane nei confronti di Maliki affinché torni sui propri passi, ed aumentano i timori che gli sciiti possano perdere la presidenza dei ministri.
Tuttavia è probabile che Maliki vada avanti nella costituzione dell’alleanza dello “Stato di diritto” con la quale si era presentato alle elezioni locali.
Vi sono una serie di ragioni che hanno spinto Maliki a resistere alle pressioni volte a farlo tornare nella coalizione sciita:
1) Gli ex alleati di Maliki hanno rifiutato di confermarlo come primo ministro nel caso in cui la coalizione dovesse risultare nuovamente il principale blocco in parlamento.
2) Le altre forze sciite hanno rifiutato di dare al partito Da’wa la quota maggiore di candidati all’interno delle liste della coalizione. Maliki ritiene che questa quota gli spetti di diritto poiché rifletterebbe la sua vittoria alle elezioni locali e la popolarità delle sue politiche.
3) Maliki, malgrado i suoi legami con gli sciiti, ritiene che sia possibile assicurare il dominio sciita seguendo una politica nazionale attorno alla quale coagulare diversi settori del popolo iracheno.
4) L’esperienza di governo ha insegnato a Maliki la prima lezione sull’Iraq, e cioè che il paese non può essere governato senza un centro forte. Ciò richiede un emendamento della costituzione attuale al fine di rafforzare lo stato centrale, cosa a cui il SIIC si oppone.
5) Maliki in fin dei conti avverte il calo di popolarità del SIIC e della corrente di al-Sadr, e scommette su un’alleanza con le forze sunnite che gli consenta di tornare alla presidenza del governo.
Se Maliki dovesse perseverare su queste posizioni, probabilmente si presenterà alle elezioni con la lista dello “Stato di diritto”, nella quale cercherà di innestare un numero significativo di candidati sunniti che sanzionino il carattere nazionale della sua coalizione, e che gli permettano di ottenere il maggior numero possibile di voti degli arabi sunniti.
Le fortune di Maliki dipenderanno dalle sfide che il suo governo dovrà affrontare nel breve periodo che lo separa dall’appuntamento elettorale. Tuttavia per lui sarà difficile ottenere un numero significativo di voti sunniti nel caso in cui dovesse presentarsi un candidato arabo sunnita che abbia più credibilità di lui.
Il Fronte della Concordia sunnita
Il Partito Islamico (il partito politico dei Fratelli Musulmani) costituisce il pilastro del Fronte della Concordia (Tawafuq) sunnita. Tuttavia il sostegno popolare a questa formazione politica è calato notevolmente, e le dimissioni di Tariq al-Hashimi da segretario del partito ne hanno aggravato la crisi. La leadership che ha preso il posto di Hashimi gode di una minore popolarità e credibilità. E’ inoltre certo che Hashimi prenderà parte alle elezioni con una lista indipendente che potrebbe includere molti quadri del partito che continuano a sostenerlo. Le altre forze e le altre personalità sunnite che hanno aderito al Fronte della Concordia soffrono di un calo di popolarità ancora più grave di quello che affligge il Partito Islamico.
Anche se quest’ultimo dovesse rifondare il Fronte della Concordia, con le stesse forze che attualmente lo compongono o con forze nuove, è difficile che questa coalizione sunnita riesca ad ottenere lo stesso sostegno arabo sunnita che aveva ottenuto alle precedenti elezioni, come del resto le recenti consultazioni locali hanno dimostrato.
Il progetto di una nuova lista nazionale
Gli altri gruppi che, pur non essendo di orientamento confessionale, sono guidati da personalità arabe sunnite, comprendono:
1) La lista del “Futuro”, guidata da Rafi al-Issawi, e composta da personalità indipendenti o fuoriuscite dal Fronte della Concordia, di ispirazione islamista o panaraba
2) Il Dialogo Nazionale, guidato da Saleh al-Mutlaq e composto da personalità di ispirazione nazionalista araba, in gran parte sunnite, ma anche sciite
3) La lista Al-Hadba di Osama Nujaifi, una delle maggiori personalità della città di Mosul
Tutte queste forze hanno dimostrato la propria credibilità e popolarità alle recenti elezioni locali. Attualmente si registrano contatti che fanno presagire la possibilità che nasca un’alleanza tra queste forze e la Lista Nazionale Irachena dell’ex primo ministro Iyad Allawi, sciita di origine, ma nazionalista di orientamento. A tale alleanza potrebbe aggiungersi anche la nuova formazione politica che si sta costituendo sotto la guida dell’ex leader del Partito Islamico, Tariq al-Hashimi.
A prescindere dal fatto che le organizzazioni della resistenza sunnita costituiscano un proprio partito o meno, ci si attende che la maggior parte di tali organizzazioni appoggerà questa nuova coalizione.
Se queste forze nazionaliste dovessero riuscire a costituire una propria coalizione, si presenteranno alle elezioni con una impostazione di ispirazione nazionale che sarà difficile mettere in dubbio, e si prevede che raccoglieranno la maggioranza dei voti arabi sunniti e una parte significativa dei voti degli arabi sciiti. Inoltre ci si attende che intorno a queste forze si coagulerà un certo numero di politici cristiani e turcomanni.
Si ritiene che una coalizione del genere otterrebbe il sostegno di diversi paesi arabi e della Turchia, i quali desiderano che l’Iraq allontani lo spettro delle divisioni interne e recuperi la propria integrità statale.
L’elemento di maggior debolezza di questo progetto elettorale e politico deriva dall’elevato numero di leader che dovrebbero contribuire a costruire questa coalizione, e dalle loro aspirazioni contrastanti e non sempre in armonia con le priorità dell’Iraq attuale.
La lista curda
Alle precedenti elezioni, la lista curda era costituita da rappresentanti di piccoli partiti e da personalità indipendenti, ed era capeggiata dai due principali partiti curdi, l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK) guidata da Talabani, ed il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) guidato da Barzani. Ci si aspetta che questi due partiti (ed in misura maggiore il PDK di Barzani) guideranno la lista curda anche alle prossime elezioni.
Non è chiaro se il gruppo di quadri del PUK che è uscito dalla formazione politica di Talabani ed ha ottenuto risultati significativi alle elezioni curde (si tratta della Lista del Cambiamento (Gorran) guidata dall’ex vicesegretario del PUK, Nawshirwan Mustafa (N.d.T.) ) aderirà alla lista curda principale, o se invece si presenterà alle elezioni con una lista indipendente per confermare la sua linea tesa a rompere il monopolio dei due principali partiti curdi nella vita politica del Kurdistan.
Comunque stiano le cose, è evidente che i problemi dei curdi a queste elezioni sono diventati più importanti dei loro contrasti interni.
Fin dall’inizio dell’occupazione, la politica curda si è fondata sull’alleanza con gli sciiti. Questa alleanza garantiva agli sciiti il controllo del governo centrale in cambio dell’ottenimento di un maggior grado di indipendenza da parte della regione del Kurdistan, e di una quota adeguata del bilancio centrale.
Tuttavia, alla fine i curdi hanno scoperto che la loro alleanza era con il SIIC, e non con gli sciiti nel loro complesso, e che fra i politici sciiti a Baghdad vi era chi era disposto a lanciarsi in una nuova guerra contro il Kurdistan iracheno pur di preservare gli interessi dello stato centrale.
Con il moltiplicarsi dei segnali che indicano un declino del SIIC ed un risveglio politico degli arabi sunniti, i leader curdi hanno cominciato a temere i risultati che potrebbero emergere dalle prossime elezioni. Ad accrescere i timori dei curdi vi è la riduzione dell’impegno americano in Iraq ed il segnale di via libera che l’amministrazione Obama ha dato al ruolo turco nel paese.
Per fronteggiare le possibili minacce, i leader curdi hanno cominciato a cercare di smorzare le tensioni con Maliki, e ad avviare contatti con i leader arabi sunniti, soprattutto quelli che stanno lavorando alla formazione di un’alleanza nazionale. Non è chiaro a che punto siano arrivati questi contatti, tuttavia vi sono segnali che indicano l’esistenza di un orientamento, all’interno della corrente di Barzani, che vorrebbe sbarazzarsi dell’alleanza con il SIIC e dei fardelli che essa comporta in termini di legami con la politica iraniana in Iraq.
In previsione di un massiccio ritiro americano dall’Iraq, i curdi tornano a confrontarsi con i capisaldi geopolitici della regione che li circonda, sia a livello dei vicini dell’Iraq a maggioranza araba sunnita, sia a livello dell’influenza turca negli equilibri di forza regionali, sia a livello della necessità vitale di costruire sani rapporti con la regione araba in generale.
Scenari elettorali
1) Un eventuale ritorno di Maliki e del partito Da’wa all’interno della coalizione sciita potrebbe portare alla rinnovata affermazione di quest’ultima come principale raggruppamento nel prossimo parlamento. Ciò significherebbe che uno dei leader sciiti sarà incaricato di guidare il prossimo governo prefigurando in questo modo una ripetizione dell’attuale esperienza di governo su base etnica e confessionale.
2) Se Maliki dovesse presentarsi alle elezioni separatamente dalla coalizione sciita, e se i leader arabi sunniti ed Allawi dovessero riuscire a costituire una lista nazionale, allora potrebbe essere quest’ultima a diventare il principale gruppo nel nuovo parlamento.
a) In questo caso sarebbe questa lista ad esprimere un primo ministro scelto fra i propri leader. Il primo ministro sarebbe probabilmente un arabo sunnita, soprattutto se questa lista dovesse giungere ad una intesa, tacita o palese, con i curdi. L’Iraq entrerebbe allora in una fase completamente nuova in cui si aprirebbe uno spiraglio, per quanto piccolo, alla ricostruzione dello stato e del governo su base nazionale, e si avvierebbe uno sforzo reale e concreto per dare una soluzione definitiva alla questione curda.
b) La seconda possibilità è che questa lista nazionale stringa un’alleanza condizionata con Maliki, che riporterebbe quest’ultimo alla presidenza del governo con l’obiettivo di rassicurare gli sciiti. Anche il nuovo governo Maliki si impegnerebbe a realizzare programmi volti alla ricostruzione dello stato e del governo su base nazionale.
3) Vi sono, poi, anche scenari che non è possibile prevedere, e che potrebbero emergere a seguito degli aspri antagonismi esistenti fra i leader politici iracheni e della fragilità delle alleanze tra le diverse forze in campo, oppure in conseguenza del mancato raggiungimento dei risultati elettorali previsti da parte di alcune forze politiche, o delle pesanti ingerenze straniere negli affari iracheni.
Bashir Moussa Nafie è uno storico ed editorialista palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano al-Quds al-Arabi
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