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15/09/2009

Original Version: القاعدة في السعودية: ماذا وراء تبني “تكتيك الاغتيال”؟

Malgrado il recente attentato ai danni del principe saudita Mohammed bin Nayef, non ci si aspetta che i salafiti jihadisti entreranno in uno scontro diretto con le autorità saudite, come fecero negli anni passati – scrive l’analista giordano Murad Batal al-Shishani

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Il fallito attentato al viceministro dell’interno saudita, l’emiro Mohammed bin Nayef, attraverso un’azione suicida, rappresenta un punto di svolta nel confronto fra la corrente salafita jihadista e le autorità saudite.

Dopo che le due parti erano entrate in uno scontro diretto che aveva avuto il suo culmine fra il 2003 e il 2005, “al-Qaeda nel Paese delle due Sacre Moschee” (l’Arabia Saudita (N.d.T.) ) aveva registrato un declino. La recente azione terroristica segnala dunque l’adozione di un nuovo tipo di tattica da parte degli affiliati a questa organizzazione in Arabia Saudita.

Uno dei teorici del gruppo in Arabia Saudita, Faris bin Shwail al-Zahrani – noto come Abu Jandal al-Azdi, ed attualmente detenuto nelle carceri del paese – scrisse, nel pieno dello scontro con le autorità saudite, un testo intitolato: “Esortazione agli eroici mujahidin a far nuovamente ricorso alla consuetudine dell’omicidio”. In esso egli offriva una base legale alla liceità ed all’utilità di ricorrere alla tattica degli omicidi. Tra gli obiettivi che egli aveva identificato, oltre ai diplomatici, ai militari ed agli agenti stranieri, vi erano i funzionari dello stato, della sicurezza e dell’esercito di quei paesi definiti dall’organizzazione come “empi” o “apostati”.

L’esistenza di una simile teorizzazione testimonia la continuità della linea di pensiero e della linea organizzativa di al-Qaeda in Arabia Saudita, malgrado il declino degli ultimi anni. D’altra parte, il ricorso ad una tattica del genere denota l’incapacità di al-Qaeda di portare a termine operazioni che richiedono un complesso supporto logistico – come nel caso di attacchi a complessi residenziali o a obiettivi petroliferi – e la necessità di basarsi sul fattore umano per compiere azioni che abbiano una sufficiente copertura mediatica nella speranza di destabilizzare il regime.

D’altronde, Mohammed bin Nayef era responsabile della lotta ad al-Qaeda in Arabia Saudita, ed aveva aperto dei canali di dialogo con alcuni fra gli sheikh più influenti, come Safar al-Hawali, il quale aveva contribuito a far sì che alcuni ricercati si presentassero spontaneamente alle autorità saudite. Il fatto che Mohammed bin Nayef sia diventato un obiettivo indica che lo scontro fra le due parti prosegue.

Questo fallito attentato è legato alle trasformazioni regionali che hanno coinvolto i paesi vicini dell’Arabia Saudita – in particolare l’Iraq e lo Yemen – e, di conseguenza, alle trasformazioni avvenute nella strategia della corrente salafita jihadista in generale. Tale nuova strategia si basa, secondo la descrizione del leader di al-Qaeda Osama bin Laden, sulla “apertura di nuovi fronti”, e sulla creazione di rifugi sicuri che garantiscano le infrastrutture e l’addestramento, oltre che fonti per il reclutamento di nuovi affiliati. Questa strategia viene ora preferita rispetto a quella di entrare in uno scontro aperto e all’ultimo sangue con le autorità di un paese – come avvenne in Arabia Saudita – o con la società circostante – come avvenne in Iraq – o, ancora, a quella di radicarsi in un unico rifugio che può diventare il bersaglio di un attacco diretto – come avvenne in Afghanistan.

L’Arabia Saudita è considerata una regione di grande importanza dalla corrente salafita jihadista, tant’è vero che lo slogan “cacciate gli infedeli dalla penisola araba” divenne uno dei concetti fondanti di al-Qaeda in generale. Il ritorno di al-Qaeda a questo slogan, se così si può dire, è legato in gran parte a circostanze regionali. Al-Qaeda ha infatti registrato un forte declino in Iraq, essenzialmente per mano dei “Consigli del Risveglio” . Dato che, come indica la maggior parte degli studi, la maggioranza dei volontari arabi di al-Qaeda era costituita da sauditi, si ritiene che l’Arabia Saudita sia tra i paesi esposti alle conseguenze della questione dei cosiddetti “reduci dell’Iraq”. Tuttavia ciò non dovrebbe avvenire in maniera diretta, poiché il relativo miglioramento nei controlli del confine iracheno-saudita ha fatto sì che il declino di al-Qaeda in Iraq spingesse i jihadisti a dirigersi verso altre regioni, come la Somalia e lo Yemen.

Lo Yemen, in particolare, viene visto dalla corrente salafita jihadista come una retrovia per portare a termine operazioni all’interno dell’Arabia Saudita, la quale da parte sua ha più e più volte sequestrato armi contrabbandate dallo Yemen verso il territorio saudita. Sono stati firmati accordi con la controparte yemenita per il controllo dei confini. Tuttavia i jihadisti hanno attualmente incrementato le loro attività nello Yemen, mentre la crisi dello stato yemenita si sta aggravando. Ciò fa sì che, agli occhi dei salafiti jihadisti, sia ulteriormente cresciuto il valore strategico dello Yemen, visto come un rifugio sicuro. Tutto questo implica che la questione dei “reduci dell’Iraq” e la presenza di rifugi sicuri nello Yemen costituisca una grave minaccia per la sicurezza saudita.

Malgrado ciò, non ci si aspetta che i salafiti jihadisti entreranno in uno scontro diretto con le autorità saudite, come fecero negli anni passati. Piuttosto essi faranno ricorso – qualora dovessero divenire nuovamente attivi – ad operazioni che non necessitano di un grande supporto logistico, ma che allo stesso tempo ottengono una grande copertura mediatica, come il recente attentato ai danni del viceministro saudita.

Murad Batal al-Shishani è un ricercatore giordano di origine cecena; è un esperto di movimenti islamici, con particolare riferimento alla Cecenia; risiede a Londra

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