I cambiamenti climatici in Medio Oriente e le loro implicazioni strategiche

17/09/2009

Original Version: Mideast climate change and its strategic implications

Negli ultimi anni, i cambiamenti climatici si stanno imponendo sempre di più all’attenzione mondiale, non solo per la loro capacità di influenzare, a volte drammaticamente, la vita delle singole persone, ma anche per le implicazioni strategiche che riguardano gli Stati. Ciò è vero soprattutto per quelle aree, come il Medio Oriente, che già di per sé soffrono di una scarsità delle risorse ambientali

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Le implicazioni strategiche del cambiamento climatico in Medio Oriente interessano alcuni temi chiave – le risorse di acqua dolce, l’aumento della desertificazione e il cambiamento dei modelli meteorologici. In passato, tali questioni hanno creato divisioni a livello regionale. Con i cambiamenti climatici, le loro implicazioni strategiche assumono maggiore importanza.

Una delle questioni più critiche che contribuiscono a determinare i conflitti in Medio Oriente è la carenza d’acqua. Thomas Homer-Dixon, uno studioso di primo piano nel campo della scarsità delle risorse ambientali, ha scritto che conflitti violenti nel mondo in via di sviluppo saranno indotti o aggravati dalla scarsità d’acqua. L’acqua dolce è diventata una risorsa sempre più limitata, che non necessariamente causa conflitti civili e internazionali, ma li può favorire – in particolare nelle zone in cui scarseggia, come nell’arido Medio Oriente.

Uno dei temi meno discussi in relazione al conflitto israelo-palestinese è l’accesso all’acqua dolce. Due delle tre principali falde acquifere di Israele e Palestina si trovano in Cisgiordania: il bacino orientale e il bacino nord-orientale. Israele condivide una falda acquifera costiera anche con la Striscia di Gaza. Tel Aviv non può rinunciare al controllo su queste falde senza compromettere seriamente la propria sicurezza nazionale. Chiaramente, non si può pensare di arrivare a una soluzione duratura senza aver prima affrontato la questione dell’accesso all’acqua. Ciò, tuttavia, ha rappresentato un problema secondario nei negoziati in corso tra le due parti.

Tra i molti mali che affliggono l’Iraq, la mancanza di acqua dolce ha oggi assunto una nuova importanza, poichè alcuni degli altri problemi del paese stanno per essere risolti. Le due principali fonti di acqua dolce dell’Iraq, i fiumi Tigri ed Eufrate, si stanno prosciugando. Diversi anni di siccità e la costruzione di dighe in Turchia e in Siria hanno aggravato l’instabilità idrica dell’Iraq. Ci sono cinque grandi dighe sull’Eufrate in Turchia, e tre in Siria. Ciò che colpisce è come si restringe l’Eufrate man mano che si snoda dalla Turchia e dalla Siria verso l’Iraq. Ciò dimostra la disparità nella distribuzione delle risorse idriche. La produzione di frumento e orzo nel nord dell’Iraq è calata del 95%, e i palmeti e gli agrumeti nella parte orientale del paese avranno un destino simile.

L’Iraq rimane in balia della Turchia e della Siria per le sue risorse di acqua dolce. Parte del problema dell’Iraq è che non esiste alcuna legge internazionale che obblighi la Turchia o la Siria a condividere le loro risorse idriche. Ed anche se esistesse, l’acqua è un bene politicizzato e non può che esserlo ancor di più in futuro. Non vi è dubbio che le guerre saranno combattute per l’accesso all’acqua, mentre il nazionalismo economico aumenterà la probabilità che i paesi con sufficienti risorse idriche le usino come armi politiche ed economiche.

L’impatto a lungo termine di questi sviluppi nella regione è un’altra questione. Si è sostenuto che l’aumento del livello delle acque nel Golfo, per esempio, sia una conseguenza del riscaldamento globale, ma questo effetto dipende dal livello del mare al di fuori del Golfo. Il Golfo è come uno stagno – raggiunge solo 35 metri di profondità al largo della costa degli Emirati Arabi Uniti – come risulta dal movimento circolatorio delle acque. Se, a causa del riscaldamento globale, arriva più acqua nel Golfo dall’Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Hormuz, ciò potrebbe mettere alla prova la resistenza degli attuali progetti volti a strappare strisce di terra al mare. Anche una forte tempesta, come il ciclone Gonu che ha colpito l’Oman nel giugno del 2007, causando uno straordinario ingrossamento del mare, potrebbe benissimo sottoporre questi colossali progetti a grandi sollecitazioni. Ma ciò che potrebbe rappresentare un problema ancora maggiore è il cambiamento delle precipitazioni, come ha dimostrato il ciclone Gonu, durante il quale si sono verificati notevoli danni causati da  flussi di pioggia torrenziale.

La spessa coltre di polvere che ha sommerso la regione un paio di settimane fa potrebbe essere la prova dell’aumento della desertificazione, combinato all’inquinamento industriale ed a sei anni di movimenti di truppe e veicoli nella regione e nelle vicinanze. Tutto ciò non era stato previsto, nonostante le ricerche e le analisi condotte fino ad oggi . Perciò la sicurezza sanitaria, come conseguenza diretta del cambiamento climatico, è un problema strategico che potrebbe determinare nuove sfide. Questo fenomeno solleva anche importanti questioni riguardanti la comprensione dell’ambiente in senso più ampio.

Nel complesso, forse, è la mancanza di dati storici attraverso i quali fare paragoni fra i cambiamenti climatici nel corso dei secoli – necessari per valutare ciò che sta accadendo all’ambiente globale di oggi – a far sì che le attuali proiezioni inevitabilmente dipendano in gran parte da modelli, scientifici o meno, non testati. Questo fatto è ancora più accentuato in Medio Oriente. Ciò conduce a una comprensione ambigua delle problematiche fondamentali legate all’ambiente. Inoltre, poiché le proiezioni spesso prevedono i cambiamenti con un anticipo di un secolo o di mezzo secolo, gli Stati comprensibilmente (anche se non necessariamente a ragione) rimangono concentrati sulle sfide più immediate alla sicurezza, che essi devono affrontare a breve termine (circa cinque anni) e medio termine (circa 15 anni).

Eventi recenti come lo tsunami asiatico e l’uragano Katrina, tuttavia, hanno fornito degli spunti sui tipi di sfide che gli stati devono prepararsi ad affrontare, non sul lungo periodo, ma piuttosto con effetti immediati. Questi eventi hanno dimostrato l’urgente necessità di un’integrazione orizzontale all’interno degli Stati per consentire un coordinamento efficace e rapido tra il governo e gli organismi non governativi al fine di mobilitare risorse a sostegno degli aiuti umanitari e in caso di catastrofi naturali, e per la successiva ricostruzione delle zone colpite.

Inoltre, data la natura transnazionale dei disastri ambientali ed il loro vasto impatto potenziale, si riconosce sempre più la necessità di meccanismi in grado di integrare le risorse regionali in senso verticale tra gli Stati e di migliorare le capacità di reazione regionale per mitigare l’impatto su aree più ampie. Queste sono sfide che in gran parte il Medio Oriente non ha ancora affrontato.

Theodore Karasik è direttore per la ricerca e lo sviluppo presso l’Institute for Near East & Gulf Military Analysis (INEGMA) di Dubai;
Sabahat Khan è un analista presso lo stesso istituto

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