01/09/2009
Original Version: Acknowledging America’s arrogance
Quando il più alto ufficiale delle forze armate statunitensi, l’Ammiraglio Michael Mullen, capo degli stati maggiori congiunti, ammette: “Ci danneggiamo ancor di più [nei rapporti con le nazioni musulmane] quando le nostre parole non sono in linea con le nostre azioni. I nostri messaggi sono privi di credibilità perché non abbiamo investito abbastanza nel costruire un rapporto di fiducia, e non abbiamo sempre rispettato le nostre promesse”, ciò rappresenta una visione infrequente ma benvenuta dell’esercito sulla politica estera statunitense.
“Ogni volta che non ci comportiamo in maniera consona con i nostri valori, o non manteniamo una promessa fatta, assomigliamo sempre più a quegli americani arroganti che il nemico pretende che siamo”, ha scritto Mullen sulla rivista Joint Forces Quarterly. “Siamo giunti a credere che i messaggi siano qualcosa che si può lanciare come un razzo, che sono un qualcosa che possiamo ‘sparare’ per ottenere un certo effetto. Non è così. Una buona comunicazione è bidirezionale. Non significa dire la nostra. Dobbiamo anche saper ascoltare meglio”.
Alcuni musulmani, come Haroon Moghul del Centro Islamico della New York University, hanno ottimisticamente salutato l’intervento di Mullen come un notevole segno di cambiamento: “Dimostra che l’esercito pensa criticamente, ed è incoraggiato a farlo da una Casa Bianca che prova a sviluppare delle strategie efficaci, non categorie ideologiche ed atteggiamenti acritici”. Tuttavia, Aziz Poonawalla del sito web “Talk Islam”, avverte: “Sostanzialmente, l’amministrazione Obama deve articolare un insieme chiaro di obiettivi espliciti e realizzabili per il nostro esercito in [Afghanistan] – fra cui un calendario preciso per il ritiro”.
Infatti, un recente sondaggio nei paesi musulmani mostra che le azioni hanno di gran lunga un’eco maggiore rispetto alle pur eloquenti parole del Presidente Obama che prometteva “rispetto reciproco” e “partenariato”. Malgrado l’intervento ben accolto di Obama al Cairo a metà di quest’anno, l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti “continua ad essere profonda e costante”, secondo un sondaggio Pew – soprattutto in Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania. Le ragioni più evidenti di questo rancore includono gli attacchi per mezzo degli aerei senza pilota (drone) in Pakistan e il recente rafforzamento delle truppe in Afghanistan di 17.000 unità, il che ora porta il numero totale dei soldati americani dispiegati laggiù a 57.000.
Tragicamente, la presenza statunitense in Afghanistan non è riuscita a mettere fine al fiorente commercio illegale di stupefacenti che finanzia e alimenta l’esistenza dei Talebani. Inoltre, la corruzione e la rivalità tribale minacciano la sovranità democratica del governo afghano, come dimostrato dalle recenti elezioni nel paese, che hanno suscitato proteste da parte dei principali candidati in quanto sarebbero state oggetto di brogli.
Nel frattempo, i Talebani sono diventati un mostro “a molte teste” nella regione. I Talebani dell’Afghanistan, ancora capeggiati dal Mullah Omar, usano la violenza contro i soldati della NATO, che considerano come imperialisti e invasori. I Talebani del Pakistan, che commettono atti di terrorismo contro il proprio governo ed il proprio stesso popolo, continuano ad esistere nelle remote province frontaliere sebbene l’attacco di un aereo senza pilota Predator, il mese scorso, abbia ucciso il loro leader, il famigerato Baitullah Masood. Senza perdere tempo, il Consiglio talebano della “shura” ha eletto un successore. I 53 attacchi per mezzo di drone sferrati dagli Stati Uniti a partire dall’anno scorso hanno ucciso quasi 500 persone, nella maggior parte civili, e sono serviti ai Talebani come utile strumento di reclutamento che ha spinto membri delle famiglie in lutto ad arruolarsi per cercare vendetta.
La retorica e l’azione militare aggressiva di Obama in Pakistan non solo hanno come conseguenza danni collaterali sotto forma di vittime civili – come i sei bambini pakistani rimasti uccisi in un recente attacco di un drone – ma erode anche la fiducia nel governo statunitense e nelle sue intenzioni. La sensazione prevalente fra i pakistani è che la via per Islamabad, la loro capitale, passi per la Casa Bianca, in quanto il presidente pakistano Asif Ali Zardari sarebbe solo una marionetta dell’America.
In conseguenza di tali politiche, Mullen ha ammesso che la situazione in Afghanistan “è grave e si sta deteriorando… L’insorgenza talebana è diventata più forte e più sofisticata nelle sue tattiche”.
L’immagine dell’America non è certo favorita dalle rivelazioni provenienti da documenti declassificati della CIA che descrivono l’uso della tortura come tecnica applicata negli interrogatori, ivi comprese le minacce da parte dei soldati di stuprare o uccidere i familiari dei detenuti. La recente liberazione di Mohammed Jawad, imprigionato all’età di 12 anni a Guantanamo Bay per quasi 7 anni, riapre le ferite in coloro che a livello globale sono stati traumatizzati dalla guerra. Per coloro che evidenziano i cambiamenti politici di Obama, come l’ordine esecutivo di chiudere Guantanamo o di avviare indagini circa gli interrogatori illegali della CIA, il ricordo della violenza e dell’ostinato unilateralismo dell’amministrazione Bush, così come le interminabili campagne militari, spiegano perché molte comunità musulmane continuino ad avere un parere sfavorevole riguardo agli Stati Uniti.
Tuttavia, l’amministrazione Obama dovrebbe essere lodata per aver riformulato la visione retorica ed ideologica delle intenzioni americane in Medio Oriente, lontana dalla postura arcaica e reazionaria del “noi contro loro”, e nello spirito di un partenariato più inclusivo e conciliatorio basato sugli interessi reciproci.
Secondo Hussein Rashid della Hofstra University, il commento di Mullen riflette una possibilità: “L’esercito sta cessando di essere un braccio politico della casa Bianca, e sta diventando un servizio che cerca di soddisfare le esigenze della sicurezza americana”. E l’ammissione pubblica di Mullen circa l’inconsistenza delle azioni militari statunitensi rispetto agli obiettivi dichiarati e alle promesse fatte è notevole, vista la storia recente nella quale un presidente statunitense posava con arroganza davanti a uno striscione che recitava “Missione compiuta”, nel rifugio sicuro di una portaerei, mentre migliaia di persone continuavano a combattere e morire inutilmente.
Come minimo, l’esercito statunitense può oggi riconoscere che la sua missione reale è appena iniziata.
Wajahat Ali è un musulmano americano di origini pakistane; avvocato e scrittore, è autore di “The Domestic Crusaders”, opera teatrale sui musulmani nell’America post-11 settembre




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