IL LIBRO IN PRIMO PIANO: “L’Islam giudica l’Occidente”, di Franco Rizzi

 

F_Rizzi 

Un articolato ed approfondito dialogo fra alcuni intellettuali – un italiano ed alcuni musulmani – si dipana nell’arco di tre giornate nel giardino di un albergo sulle sponde del Mediterraneo. La conversazione si sviluppa in armonia con lo scorrere del tempo, accompagnata dai profumi tipici di questo mare, profumi che si riconoscono simili a nord e a sud, a est e ad ovest di questo bacino che ha veicolato popoli e culture, che è stato punto di incontro e di scontro.

I temi che emergono progressivamente dal dialogo ruotano attorno al rapporto fra due civiltà e culture, quella islamica e quella occidentale – civiltà che storicamente si sono incontrate, scontrate e mescolate, proprio come le acque del Mediterraneo, sulle cui sponde entrambe si affacciano.

Punto di avvio della discussione è il progetto che una Fondazione europea ha affidato a Roger, il protagonista italiano del libro: scrivere un saggio su come l’immagine dei musulmani viene veicolata in Occidente. Roger, un professore universitario, decide di coinvolgere nel progetto alcuni suoi amici e colleghi musulmani, lasciando che siano loro, parlando liberamente, a far emergere i temi chiave che concorrono a definire il rapporto fra Islam e Occidente. Ne nasce un dibattito sul modo in cui si costruisce l’immagine dell’altro, su come ci rapportiamo con ciò che consideriamo diverso, sui luoghi comuni sui quali ci basiamo nei nostri ragionamenti, ritenendoli reali, e confidando nel fatto che ci condurranno a delle certezze. I vari protagonisti della conversazione arricchiscono il dialogo con le loro differenti opinioni, con le loro diverse interpretazioni della religione e della cultura a cui appartengono, mettendone in luce la varietà e la complessità; ma soprattutto, le loro parole sono portatrici delle loro esperienze concrete, del loro bagaglio personale, della loro vita vissuta.

In forma dialogica, accompagnata dal contrappunto delle diverse opinioni ed esperienze dei protagonisti, sfilano i principali eventi che hanno segnato il rapporto fra Islam e Occidente, fra Europa e mondo arabo, negli ultimi due secoli: dalla drammatica esperienza coloniale, alla questione palestinese, alle speranze deluse del processo di pace, al terrorismo, all’Afghanistan e all’Iraq.

Vengono messi in risalto e smascherati gli stereotipi che caratterizzano le reciproche rappresentazioni dell’altro, ed il modo in cui questi luoghi comuni sono stati strumentalizzati a fini politici.

Emerge anche il senso di esclusione degli arabi e dei musulmani, che vedono negata la propria cultura e l’enorme contributo che essa ha dato alla storia della civiltà, al quale la stessa cultura occidentale ha attinto. Questo contributo è negato dal complesso di superiorità dell’Occidente, dall’immagine piatta e stereotipata che esso ha sovraimposto al mondo arabo-islamico, costringendolo nella gabbia fittizia dell’arretratezza, dell’estremismo e della violenza.

Dalla conversazione che si sviluppa nelle pagine del libro emerge dunque la necessità di abbattere la barriera degli stereotipi per avviare un dialogo vero fra protagonisti di pari dignità, ciascuno con la propria storia ed il proprio bagaglio culturale – un dialogo il cui orizzonte sia finalmente sgombro dalle nebbie dei pregiudizi e dei luoghi comuni, e che permetta davvero di vedere e conoscere l’altro.

 
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L’ISLAM GIUDICA L’OCCIDENTE
Franco Rizzi
Argo, Lecce, 2009

http://islamgiudicaoccidente.com/

 

 

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3 Responses to “IL LIBRO IN PRIMO PIANO: “L’Islam giudica l’Occidente”, di Franco Rizzi”

  1. Francesco Ratano scrive:

    Un giardino bellissimo, avvolto nell’ombra serale di una tiepida città sul mediterraneo, qualcuno pensa “il paradiso terrestre”. Nella cartografia europea per lungo tempo il paradiso terrestre fu posto proprio a est, forse è questa la motivazione della tensione degli occidentali verso i paesi del levante: la ricerca del paradiso.
    L’islam giudica l’occidente, e L’occidente, promise con la mano sulla bibbia dire la verità, ma era storia e ciò che aveva da dire il giudice già lo sa, lo vive.
    Ma nel libro, chi è questo giudice? La bellezza,la gentilezza,il sapere a chi rendere conto,l’effimera fragranza di un fiore e l’eternità, poi Roger: Franco Rizzi in persona forse
    Nel libro viene a crearsi un giudizio, di una parte di mondo su un’altra. Ogni personaggio rappresenta un sentire largamente condiviso da molti orientali, ed al tempo stesso un insieme di idee presenti in ogni mente, componenti di un sentimento a metà tra l’amore l’odio, nei confronti di un occidente scaltro, permaloso, violento e mercantile. Nell’insieme di emozioni che si provano in un secondo, una prevale sempre, ed ecco, il dolore, la nostalgia, la rabbia e poi il pianto, una chiave appesa al collo, a volte, un fucile in mano. Libertà, di scegliere tra diversi tipi di pistacchi, e libertà di essere sé stessi, poi la prigione con sbarre di ferro e la prigione con sbarre di plastica (un derivato del petrolio).
    Poi il verdetto: colpevole? A volte. Innocente? A volte. Colpevole di farsi guardare ed imitare, ma allora innocente di essere guardato ed imitato. Colpevole di cercare di riempire un vuoto interiore attraverso il denaro? Ma allora innocente perché vuoto; ma allora colpevole di coinvolgere altri nella ricerca di sé, ma allora innocente…
    Nel mosaico della cattedrale di Otranto, che i turchi non distrussero (alcuni dicono perché lo sapessero leggere), si vede un cavallo che cerca di mordersi la schiena. Esiste un giudice tanto agile da saperlo fare?
    Il libro non ha questa tracotanza, ma si limita a seguire un vecchio detto secondo il quale seminando i semi de dubbio si raccolgono i frutti della saggezza e soprattutto, titanico sforzo, cerca di mostrare ai nostri occhi occidentali, abituati a chiedersi il perché di qualunque cosa ma forse spaventati di rispondere a questi, che la maschera che poniamo all’oriente davanti a noi, è di paura; una maschera di paura dipinta con i colori dell’ignoranza.

    Francesco Ratano studente dell’università roma3

  2. Andrea Masseroni scrive:

    “L’Islam giudica l’Occidente”: è un libro che stupisce per molti motivi. È un libro che affronta le tematiche dell’Islam, contemporaneo e non (poiché non si può descrivere il contemporaneo sradicandolo dal resto della storia), attraverso dei personaggi che ne rappresentano delle posizioni, dei punti di vista. I punti trattati ricoprono a 361 gradi il mondo dell’Islam: dalla riconoscenza culturale e storica (che manca da parte dell‘Occidente), alla questione palestinese, all’integrazione, al jihad. È un libro con funzione “palindroma” (se può essermi concessa come espressione) poiché può leggerlo chi abbia già delle conoscenze in materia d’Islam, che avrà così modo di “interagire” con vari ed interessantissimi punti di vista sugli argomenti, e chi non abbia già delle conoscenze pregresse sull’Islam, che svilupperà sicuramente la volontà di approfondimento, poiché il libro stesso per la sua struttura rende possibile lo sviluppo di questo sentimento. È un bel libro sempre: per i suoi intrecci, l’umanità dei personaggi, lo stile discorsivo, per il lettore che non abbia conoscenze pregresse sull’Islam e per la varietà dei punti di vista su argomenti di interesse storico ma anche “quotidiano” che sono trattati per il lettore che, invece, ne abbia. Un libro per chiunque voglia conoscer meglio “il volto dell’Islam”, per chiunque voglia abbattere il proprio “muro” nei confronti di questa religione che incontra troppo spesso, in Occidente e in Oriente (soprattutto nel Vicino Oriente e in Europa) delle manipolazioni e strumentalizzazioni negative che nulla, con questa, hanno a che fare. Un libro da acquistare. Un libro da leggere e soprattutto da meditare e ragionare. Pertanto complimenti al Professor Franco Rizzi. Davvero complimenti.

  3. Benedetta Cutolo scrive:

    In un giardino di una città nel Sud del Mediterraneo, dove il tempo sembra essersi fermato ed i profumi addolciscono l’aria, un gruppo d’intellettuali d’origine araba si ritrova per affrontare la difficile questione del rapporto tra mondo islamico ed Occidente. Tra di loro vi sono Roger e Jamal, amici di vecchia data “l‘uno col bisogno di perdersi, l‘altro con quello di ritrovarsi“, Abeer, dalla bellezza tipica dell‘incontro tra due culture, Halima e Khaled, genitori di un aspirante terrorista suicida ed, infine, Ahmed, esponente dell’Islam più radicale.

    Il dibattito si protrae per diversi giorni, articolandosi lungo quelli che sono i punti cardinali di una problematica notoriamente complessa: dall’apporto che la cultura araba ha fornito a quella occidentale, alle cicatrici lasciate dal colonialismo, dalla strumentalizzazione delle masse popolari da parte dei governi arabi alla demonizzazione della religione islamica condotta dai media occidentali.

    La discussione, così, si alterna tra la critica all’atteggiamento “utilitaristico” che Europa ed America hanno avuto nei confronti dei paesi della Riva Sud, ad una sorta di auto-critica verso quei movimenti radicali e violenti che, lasciandosi dietro una scia di sangue infinita, alimentano lo stereotipo occidentale dell’Islam come religione guidata unicamente dal fanatismo.

    Un dialogo reale e costruttivo tra le due Rive, in questa prospettiva, risulta così più lontano di quanto le illusioni, che hanno caratterizzato il biennio ‘93-’94 conducendo a diverse Dichiarazioni (tra cui quella di Barcellona), vogliano far credere.

    Alternando uno sguardo ora volto al panorama storico, ora all’intimità dei personaggi, l’autore riassume tutti gli errori di una politica che non ha saputo (o non ha voluto) cogliere le intenzioni di pace, concentrandosi sull’aspetto più crudele della guerra (il terrorismo, appunto) per giustificare la propria incapacità all’incontro con una cultura sì diversa, ma quanto mai vicina, nelle radici, a quella europea.

    Quello che rappresenta questo libro non è soltanto una lotta al pregiudizio e all’ignoranza che alimenta la violenza, esso è un invito a guardarsi dentro, a scardinare gli stereotipi sui quali si è costruita un’idea senza temere ciò che ne rimarrà, è riconoscere nella ricchezza di una dimensione altra il principio della propria mancanza.

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