La sconfitta di Hosni all’UNESCO: una sconfitta del regime egiziano, non dell’Egitto

26/09/2009

Original Version: خسارة للنظام وليس لمصر

La mancata elezione del ministro egiziano Farouk Hosni alla presidenza dell’UNESCO ha suscitato la reazione indignata di gran parte della stampa araba, soprattutto in Egitto, la quale ha denunciato le pressioni della lobby israeliana ai danni di Hosni. Tuttavia sui giornali arabi più indipendenti sono apparsi anche commenti (come l’articolo qui proposto) che hanno rivolto dure critiche nei confronti dei regimi arabi, accusati di corruzione e di malgoverno, e di non avere alcun peso a livello internazionale

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La sconfitta del ministro egiziano della cultura, Farouk Hosni, nella competizione per la presidenza dell’UNESCO, di fronte alla candidata bulgara Irina Bokova è un’ulteriore conferma del declino della reputazione dei regimi arabi – e di quello egiziano in particolare – nel panorama internazionale, e della poca considerazione di cui tali regimi godono in tutti i settori, non solo quello culturale.

E’ la seconda volta che un candidato arabo alla presidenza dell’UNESCO perde in meno di quattro anni. In precedenza, il ministro ed intellettuale saudita Ghazi al-Qusaibi aveva subito una pesante sconfitta malgrado i grandi sforzi che erano stati compiuti per assicurare la sua vittoria.

In entrambi i casi, il difetto non sta nei candidati, tutti e due di elevate competenze, ma nei regimi che li hanno gettati in questa battaglia persa in partenza. Questi regimi, infatti, mancano di un livello minimo di democrazia e di libertà pubbliche, sono dominati dalla corruzione, applicano politiche che sono ostili alla cultura ed all’innovazione, impongono una censura di tipo medievale,  e contrastano lo sviluppo e l’apertura alle culture moderne e progredite.

Il paradosso sta nel fatto che questi due candidati – Qusaibi e Hosni – rappresentano i due maggiori paesi arabi, rispettivamente dal punto di vista del numero di abitanti (l’Egitto) e da quello della ricchezza economica e finanziaria (l’Arabia Saudita). Entrambi ricoprivano incarichi ministeriali. E, cosa ancora più importante, il regime egiziano e quello saudita rappresentano i due pilastri fondamentali del progetto americano ed occidentale nella regione mediorientale, offrendo ad tale progetto ottimi servigi.

Ma, invece di sostenere questi due candidati, ripagando l’Egitto e l’Arabia Saudita per i servizi resi (facilitando l’occupazione dell’Iraq e il rovesciamento dei Talebani, nel contesto della cosiddetta “guerra al terrorismo”), gli Stati Uniti e l’Occidente hanno fatto esattamente il contrario, mobilitando molte voci dell’Europa e del Terzo Mondo per far perdere questi due candidati – oltretutto in maniera provocatoria ed umiliante.

Dobbiamo riconoscere, peraltro, che noi stessi ci siamo trovati in imbarazzo mentre seguivamo la competizione per l’elezione del nuovo presidente dell’UNESCO, e siamo stati colti da sentimenti contrastanti, ed a volte da vero e proprio sconcerto. Infatti, Farouk Hosni ha certamente una storia di opposizione alla normalizzazione culturale con Israele, di sostegno alla questione palestinese, e di critica all’occupazione ed ai massacri israeliani ai danni del popolo palestinese – basti dire che egli non si era mai recato in visita a Tel Aviv, malgrado le grandi pressioni esercitate nei suoi confronti in questo senso. Egli tuttavia – e lo diciamo con grande dispiacere – ha rinnegato le proprie posizioni, chiedendo scusa in maniera umiliante per averle adottate in passato , nella speranza di ottenere questa carica internazionale.

Non avremmo mai immaginato che sarebbe venuto il giorno in cui il presidente del grande Egitto, detentore di un’eredità culturale e di civiltà che si estende per più di 7.000 anni, avrebbe chiesto a Benjamin Netanyahu, primo ministro di uno stato usurpatore che ha commesso crimini di guerra e contro l’umanità, che è stato fondato a spese di uno stato arabo e musulmano, e la cui età non supera i sessant’anni, di utilizzare la propria influenza per favorire il candidato egiziano, aiutandolo ad ottenere questo incarico.

Questa carica meritava davvero una simile umiliazione di fronte ad Israele, per poi scoprire che è stata proprio la lobby israeliana sostenuta dall’America a giocare un ruolo chiave nella sconfitta di Hosni, nella sua pubblica diffamazione, e nella formulazione delle accuse di antisemitismo nei suoi confronti?

Il mondo arabo possiede un immenso serbatoio di personalità della scienza e della cultura che meriterebbero la carica di presidente dell’UNESCO, ma il loro problema è che sono protette da regimi totalitari e corrotti, che ormai costituiscono un peso per l’umanità intera, e non solo per gli arabi ed i musulmani.

Il mondo arabo non produce più innovazione, se non nel campo della repressione e della produzione di sciocchezze. Il teatro è assente, il cinema è morto, l’arte del romanzo e del racconto ha toccato livelli infimi, dopo la scomparsa di giganti come Naghib Mahfuz, al-Tayyib Salih, Tawfiq al-Hakim, ed altri. Certo, vi sono delle eccezioni, ma sono limitate e non si addicono ad una comunità che conta più di 350 milioni di persone.

Alla sconfitta di Hosni tuttavia si potrebbe applicare il proverbio arabo “non tutto il male vien per nuocere”, poiché se egli avesse vinto sarebbe stata una grande disgrazia per gli intellettuali egiziani che si oppongono alla normalizzazione culturale con Israele così come alla repressione delle libertà fondamentali in Egitto.

Essi avrebbero ricevuto maggiori pressioni da parte dello stato e di Hosni stesso per accelerare il processo di normalizzazione. Hosni aveva infatti promesso la normalizzazione dei rapporti con Israele se avesse vinto, così come aveva promesso di recarsi in visita a Tel Aviv, il che significa che egli avrebbe dedicato tutto il periodo della sua presidenza all’UNESCO ad affermare di essere amico di Israele e di non essere antisemita.

La promessa più importante che egli aveva fatto è che, se avesse vinto, si sarebbe dimesso dalla carica di ministro della cultura, dopo ben 22 anni. Tuttavia non sappiamo se egli avrebbe mantenuto la sua promessa lasciando spazio a un volto nuovo, o se avrebbe conservato la propria carica a causa dell’ostinazione del regime, cosa che la maggior parte degli intellettuali egiziani non avrebbe accettato di buon grado.

L’esito della battaglia per la presidenza dell’UNESCO invia un chiaro messaggio ai regimi arabi ed alle famiglie che li governano – siano essi dei regni o delle repubbliche. Il messaggio è che essi non appartengono all’epoca moderna, e non sono accettati a livello mondiale, oltre ad essere rifiutati a livello locale. Non è infatti possibile che isole di repressione, di violazione dei diritti umani, e di confisca delle libertà esprimano candidati a ricoprire cariche che si situano ai vertici del panorama culturale mondiale.

Dobbiamo poi chiederci che cosa ha offerto l’UNESCO a noi in quanto arabi, e che cosa hanno offerto alla nazione araba i candidati arabi che hanno ottenuto incarichi internazionali. La risposta è: nulla di nulla. Sono diventati servi dei progetti occidentali, sono diventati più occidentali dell’Occidente stesso. Dunque non c’è da recriminare sull’UNESCO e su chi ha perso la presidenza di questo organismo.

Quando diventeremo una nazione che rispetta i suoi cittadini, che apre davanti ad essi spazi di libertà e di innovazione, e che appoggia le loro cause, a quel punto non avrà importanza se otterremo la presidenza dell’UNESCO o delle Nazioni Unite, poiché il vero vantaggio sarà per la nostra patria.

Non è stato l’Egitto ad essere colpito dalla sconfitta di Hosni, e nemmeno la nazione araba. Chi ha perso è il regime che ha spinto Hosni in questa competizione, nella speranza di ottenere una vittoria che sarebbe stata motivo di celebrazione per un’informazione la quale si inebria della propria vicinanza ad un potere che pratica ogni forma di inganno e di tradimento contro il suo popolo.

Abd al-Bari Atwan è un giornalista palestinese residente in Gran Bretagna; è direttore del quotidiano “al-Quds al-Arabi”

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