24/09/2009
Original Version: البديل قرار دولي بدولة الأمر الواقع الفلسطينية
Il palese fallimento in cui si è risolto l’ultimo tentativo di mediazione relativo alla crisi mediorientale ed alla questione palestinese non è stato una sorpresa o un evento inatteso, né per gli arabi e i palestinesi né per gli stessi Stati Uniti. Infatti, questo governo israeliano, le cui figure simbolo sono Benjamin Netanyahu e Ehud Barak (a cui bisogna aggiungere Avigdor Lieberman), non è un governo di pace. Al contrario, a causa della sua composizione, esso non è in grado di prendere alcuna decisione, neanche sul piano del congelamento degli insediamenti (fosse anche per un solo giorno).
Lo sanno bene i palestinesi, e lo sanno gli arabi, che continuano a rimanere scottati dalla questione palestinese. Nonostante ciò, essi hanno deciso tutti insieme di aderire al processo di pace fino all’ultimo, poiché si sono resi conto che la recente mobilitazione mondiale merita un atteggiamento positivo, soprattutto per quanto riguarda le nuove posizioni americane che sottolineano la necessità di creare uno stato palestinese indipendente sui territori occupati nel 1967 (ovvero la Cisgiordania e la Striscia di Gaza), e in grado di vivere fianco a fianco con lo stato israeliano.
Dopo la decisione della “spartizione” presa dal Consiglio di Sicurezza nel 1947, gli arabi avevano sempre adottato una posizione di rifiuto, accogliendo con un atteggiamento eccessivamente negativo ogni orientamento di questo tipo. Ciò ha sempre permesso a Israele di evitare qualsiasi confronto con la comunità internazionale, consentendo allo stato ebraico di continuare a voltare le spalle a qualsiasi discorso di pace e a qualsiasi soluzione pacifica della questione palestinese.
Nessun arabo e nessun palestinese ha mai scommesso sulla realtà israeliana venutasi a creare con l’assassinio di Yitzhak Rabin. Questo assassinio ha infatti di per sé mostrato che gli israeliani non erano in grado di accettare gli accordi di Oslo malgrado i pochi sacrifici che tali accordi comportavano per essi. Per sbarazzarsi degli accordi di Oslo, gli israeliani si sono sbarazzati del generale che aveva guidato i loro eserciti vittoriosi nella guerra del 1967, che era entrato a Gerusalemme come primo conquistatore israeliano e che aveva camminato sulla spianata delle moschee. Dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, gli israeliani non hanno accettato come loro primo ministro neanche un uomo politicamente fluido – ed “irrequieto come il mercurio” – come Shimon Peres. Da allora in poi, essi hanno sempre scelto gli uomini più estremisti, da Ehud Barak a Benjamin Netanyahu, da Ariel Sharon a Ehud Olmert. Ciò indica che la stessa società israeliana si è spostata sempre più in direzione della destra, ed ha ormai bisogno di una forte scossa per tornare al buonsenso. E questo è un compito che possono portare a termine solo gli Stati Uniti, assieme all’Unione Europea, ed agli altri stati del mondo che possiedono una sufficiente influenza. La più miope delle politiche sarebbe dunque quella di far piegare gli arabi più ragionevoli alla volontà di coloro che giocano al rialzo, di farli sottomettere all’Iran ed alla sua alleanza, e di farli ritirare dal confronto politico lasciando campo libero a Israele affinché faccia ciò che vuole.
Dopo che è accaduto quel che è accaduto, e dopo che l’ultimo viaggio del negoziatore americano George Mitchell si è risolto in un eclatante fallimento, gli arabi ormai scottati dalla questione palestinese ascolteranno coloro che gli suggeriscono di abbracciare la bandiera dell’Iran, che a sua volta sta sprofondando nei suoi problemi interni. Ma la verità è che accogliere questi appelli, che abbiamo cominciato ad ascoltare subito dopo che la missione dell’inviato americano si è scontrata contro il muro del rifiuto israeliano, non farà che realizzare ciò che vogliono i leader israeliani, i quali si augurano che il loro avversario sia Mahmoud Ahmadinejad e invece temono più di ogni altra cosa la possibilità che si moltiplichino le azioni arabe costruttive a livello mondiale ed a livello dell’attuale amministrazione americana guidata da Barack Obama.
Ciò che ora è necessario è che gli arabi si mobilitino in maniera coordinata, con l’obiettivo di guadagnarsi un maggiore appoggio da parte dell’opinione pubblica mondiale, degli Stati Uniti e della comunità internazionale. Ciò richiede di prendere le distanze da posizioni estemporanee, da coloro che giocano al rialzo, e da quegli slogan tipici di una fase ormai conclusa, che ha inflitto ai palestinesi ed agli arabi terribili sconfitte politiche e militari facendo apparire lo stato ebraico usurpatore ed aggressore come una colomba della pace e come un angelo di misericordia.
Non ci possiamo permettere di lasciar cadere l’iniziativa di pace araba. Essa deve invece rimanere sul tavolo, non certo nella speranza che gli israeliani recedano dalle proprie posizioni radicate nell’estremismo, ma per spingere gli Stati Uniti, l’Unione Europea e gli altri stati del mondo ad esercitare maggiori pressioni su questo governo israeliano, o a farlo cadere – se necessario – così come fu fatto cadere il governo Netanyahu nel 1999.
E’ necessario far capire agli Stati Uniti ed al mondo intero che questo stato israeliano, con i suoi comportamenti e le sue politiche, è uno stato fuorilegge, uno stato più pericoloso per la pace mondiale di quanto non lo siano la Corea del Nord e l’Iran, e che voltare in questo modo le spalle alla pace espone gli interessi americani più vitali a minacce reali, soprattutto nel momento in cui il presidente Obama cerca di disegnare una nuova mappa politica nella regione e nel resto del mondo che sia in armonia con gli interessi americani da qui alla fine del secolo. E’ necessario impegnarsi in una battaglia politica consapevole per convincere lo stesso americano medio che Israele, con i suoi comportamenti e le sue politiche estremiste che rifiutano la pace, spinge questa regione di enorme importanza strategica per l’America e per il mondo intero verso una nuova “Tora Bora”, la spinge a diventare un avamposto di al-Qaeda. Quando Israele rifiuta di dare soluzione alla questione palestinese, in realtà non fa altro che annientare gli arabi moderati e lasciare campo libero all’Iran ed al suo presidente Ahmadinejad.
Ora, dopo che è accaduto quel che è accaduto, ed è emerso in maniera incontrovertibile che Israele sotto l’attuale governo di destra non è in grado di compiere un solo passo verso la pace, è necessario lavorare fin da subito allo scopo di emanare una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che riconosca uno stato palestinese indipendente entro i confini del 1967. Ciò richiede che gli arabi lavorino in maniera coordinata con gli Stati Uniti, l’Unione Europea e le altre potenze mondiali per obbligare Israele a riconoscere lo stato palestinese.
Quanto al fatto che gli israeliani continuano a prendere tempo ed a voltare le spalle alla volontà internazionale ed al mondo intero, tutto questo deve finire ed è necessario porvi termine. L’unica alternativa rimasta è dunque una risoluzione del Consiglio di Sicurezza con cui venga riconosciuto uno stato palestinese indipendente, di fatto. Ciò richiede un’azione araba molto più incisiva di quella attuale, un maggior riavvicinamento con gli Stati Uniti, ed uno sforzo più intenso per tagliare la strada a coloro che simpatizzano con le politiche di Ahmadinejad e ritengono che sia giunto il momento opportuno per far mancare la terra sotto i piedi ai paesi arabi moderati.
Saleh al-Qallab è un editorialista giordano; è stato ministro del Regno di Giordania, e direttore del canale satellitare al-Arabiya




Delicious

