10/10/2009
Original Version: The Lessons from the Palestinian Goldstone-Gate
Dopo il terribile disappunto suscitato dai deludenti risultati del vertice a tre di New York fra Barack Obama, Mahmoud Abbas e Benjamin Netanyahu, l’unica speranza palestinese era di esercitare pressioni su Israele tramite la relazione Goldstone a causa dei crimini commessi dagli israeliani a Gaza. L’inettitudine dell’ANP, che ha dovuto soccombere alle pressioni israeliane ed americane, chiedendo il rinvio della discussione di tale relazione in sede ONU, deve far riflettere profondamente i palestinesi – scrive il giornalista Daoud Kuttab
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La rabbiosa reazione a livello politico e di opinione pubblica alla decisione, da parte della leadership palestinese, di rinviare la discussione della relazione Goldstone sui crimini di guerra commessi a Gaza richiede uno sguardo sobrio alle ragioni che l’hanno motivata e agli insegnamenti che devono essere tratti per evitare che una cosa simile si ripeta.
La rabbia è venuta sia da parte dei palestinesi che dei non palestinesi, e da molti sostenitori della Palestina. I media arabi, in particolare Al-Jazeera, hanno dedicato ore ed ore in prima serata per dare spazio a roboanti attacchi contro Mahmoud Abbas e la sua leadership. Le accuse pubbliche che definiscono Abu Mazen un traditore che svende il sangue dei palestinesi di Gaza sono diventate così diffuse che il fenomeno è preoccupante.
Manifestazioni anti-Abbas hanno avuto luogo a Gaza e Ramallah, e sono state emesse molte petizioni, pubbliche dichiarazioni e messaggi web.
Sebbene il presidente palestinese abbia istituito una commissione dell’OLP diretta da un membro non appartenente a Fatah per indagare su quanto è accaduto, un certo numero di fatti sono incontestabili. I membri della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU erano pronti e ben disposti a votare a favore della presentazione del rapporto Goldstone al Consiglio di Sicurezza. Almeno 33 dei 45 membri del consiglio sembravano essere disposti a votare a favore.
È altresì fuor di dubbio che, sebbene la delegazione palestinese abbia uno status di osservatore e non abbia diritto di voto, il suo chiaro sostegno del rinvio è stato determinante per la decisione dei delegati al voto. I leader arabi e musulmani che hanno subito anch’essi le pressioni degli Stati Uniti hanno detto in pubblico che non potevano essere “più palestinesi” della leadership palestinese.
Molti dettagli sono ormai emersi a proposito delle pressioni degli Stati Uniti e di Israele, e delle loro tattiche coercitive. Il presidente Barack Obama aveva chiamato Abbas, mentre il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, aveva messo in moto la sua macchina diplomatica utilizzando il consolato americano a Gerusalemme – il tutto, a quanto sembra, a causa delle suppliche degli israeliani.
I media israeliani avevano pubblicamente parlato della minaccia di dure pressioni economiche se il rapporto Goldstone non fosse stato rinviato. Sembra che i palestinesi siano stati ricattati con la possibilità che venisse negata la licenza ad una seconda società di telefonia mobile, cosa che sarebbe costata al governo palestinese 300 milioni di dollari di penalità. Il fatto che la seconda società abbia alcuni rapporti diretti e indiretti con la dirigenza dell’Autorità Palestinese non è stato negato da Ramallah.
La leadership palestinese è stato presa completamente alla sprovvista e ha omesso di fornire giustificazioni soddisfacenti. I tentativi di affermare che la delegazione palestinese non aveva diritto di voto, o che la relazione sui crimini di guerra coinvolgeva anche Hamas, non sono riusciti a convincere nessuno.
Più la leadership palestinese ha rifiutato di assumersi la responsabilità, più gli attacchi sono continuati.
Neanche i punti a proprio favore che Abbas aveva segnato al termine del sesto congresso di Fatah e della riunione del Consiglio Centrale palestinese che ha eletto membri del comitato esecutivo pro-Abbas sono riusciti a proteggere il leader palestinese da furiosi attacchi pubblici.
Comprendere alcune delle circostanze che caratterizzano questo scandalo può contribuire a mettere le cose nel giusto contesto. I risultati terribilmente sconfortanti, agli occhi dei palestinesi, del vertice tripartito di New York, dopo mesi di aspettative nei confronti dell’amministrazione Obama, hanno lasciato i palestinesi e i loro sostenitori totalmente delusi e senza più speranze in una svolta diplomatica guidata dagli Stati Uniti.
Con un disappunto così alto nei confronti del processo politico, l’unica opzione per esercitare una pressione reale sugli occupanti israeliani sembrava consistere nel mettere in evidenza i crimini di guerra commessi da Israele. La relazione Goldstone è stata un “dono del cielo” e l’agitazione degli israeliani sembrava confermare a molti che la minaccia di reali accuse di crimini guerra potesse essere il loro tallone d’Achille.
Un altro problema incidentale è stato la polemica sulla concessione della licenza alla società telefonica Watania. Per oltre due anni l’ANP, con l’aiuto di Tony Blair e di altri in seno al Quartetto, aveva spinto Israele a liberare le frequenze che permetterebbero alla seconda società di telefonia mobile di operare.
Alla vigilia della discussione della relazione Goldstone, gli israeliani hanno detto pubblicamente, senza mezzi termini, che la licenza della Watania era subordinata alla posizione dell’ANP in merito alla relazione.
Che fosse questo il motivo dietro la decisione palestinese o meno, l’apparenza di un “do ut des” ha alimentato le discussioni, al punto che anche l’ex relatore speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, Robert Falk, ha addotto questo fatto come spiegazione, anche se non è stato in grado di fornire la prova di questa affermazione di fronte a un giornalista.
Anche diversi sostenitori dell’Autorità Palestinese hanno ammesso che quest’ultima è stata chiaramente superata in abilità dagli israeliani e dagli americani, ed è sembrata aver perso ogni contatto con la propria opinione pubblica e con i sostenitori arabi e internazionali.
Qual è la lezione che l’Autorità Palestinese deve saper trarre da questa vicenda?
Per cominciare, è chiaro che Abbas ha fatto molto più affidamento sui suoi consiglieri più stretti che non sulle istituzioni che rappresentano i palestinesi o, almeno, la fazione dominante Fatah. Né il Comitato centrale di Fatah né il comitato esecutivo dell’OLP sono stati consultati o coinvolti nella decisione. Indiscrezioni trapelate dai due organi affermano che ogni discussione che aveva avuto luogo all’interno di essi era stata totalmente sfavorevole a rinviare la discussione della relazione Goldstone.
Anche l’amministrazione Fayyad, sebbene sia in gran parte un governo di tecnocrati, sembra essere stata contraria a questa decisione. Se avesse chiesto e ottenuto l’approvazione di questi due organismi rappresentativi, Abbas avrebbe salvato se stesso da gran parte degli attacchi personali e avrebbe reso responsabili tutti i soggetti coinvolti.
Ciò che emerge dalle discussioni dietro le quinte è che Abu Mazen e i suoi più stretti consiglieri raramente usano l’arma dell’opposizione politica e dell’opinione pubblica in Palestina. Proprio mentre il governo israeliano resiste alle tremende pressioni degli Stati Uniti, sottolineando il suo rifiuto di adempiere agli obblighi internazionali, i palestinesi non sono abituati a dire che una determinata decisione non verrebbe mai fatta passare dall’opposizione o dall’opinione pubblica in generale.
In questo contesto, sembra che Abu Mazen esageri le conseguenze derivanti dal dire “no” agli Stati Uniti molto più del primo ministro filo-americano e di formazione occidentale Salam Fayyad.
Fonti attendibili mi hanno rivelato che Fayyad aveva respinto le pressioni degli Stati Uniti su questo tema, dicendo che l’opinione pubblica palestinese non è in grado di gestire questo problema, dopo quello che è successo a New York.
Inoltre, la dirigenza palestinese non sembra preparata ad affrontare politicamente e pubblicamente controparti che si distinguono per esperienza ed astuzia. Invece di farsi prendere in contropiede, la leadership palestinese fa raramente rivendicazioni politiche, né usa i mezzi di comunicazione per prevenire un potenziale problema.
Immaginate se l’ANP avesse chiesto e ottenuto il rilascio di 1.000 prigionieri da parte israeliana, o il blocco della demolizione delle case palestinesi a Gerusalemme, in cambio del suo sostegno a tale mossa impopolare. Immaginate se l’ANP avesse fatto trapelare la notizia delle pressioni americane, al fine di preparare l’opinione pubblica alla sua decisione, o se avesse utilizzato queste indiscrezioni per cercare il sostegno degli arabi e dei musulmani in modo da non dover affrontare da sola queste pressioni insopportabili.
L’ANP deve anche avere una migliore comprensione dei sentimenti della sua gente. Un tentativo di sondare il possibile comportamento dell’opinione pubblica di fronte a una decisione di questo genere avrebbe determinato sufficienti reazioni da allertare la leadership sulle possibili conseguenze.
Infine, come si è appreso da tanti scandali che hanno coinvolto funzionari di alto livello, il tentativo di “coprire” è spesso peggiore dell’errore originale.
Il presidente palestinese ha fatto bene a nominare una commissione di indagine, ma essa non è sufficiente. Egli deve affrontare il suo popolo, assumersi la responsabilità delle proprie azioni, prendere alcune decisioni difficili, anche cacciando alcuni consiglieri, e poi promettere di ascoltare più da vicino i cittadini.
Daoud Kuttab è un giornalista palestinese residente ad Amman, in Giordania; ha scritto per quotidiani quali il Jordan Times, il Jerusalem Post ed il Daily Star; i suoi articoli sono apparsi anche sul New York Times, sul Washington Post, e su altri importanti giornali internazionali; ha insegnato giornalismo all’Università di Princeton




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