La pace senza prospettive di Obama e il vertice di Damasco

10/10/2009

Original version: سلام أوباما الخاسر وقمّة دمشق

Si è conclusa la visita ufficiale di due giorni compiuta dal re saudita Abdullah bin Abdul Aziz a Damasco, durante la quale egli ha avuto colloqui a tutto campo a proposito della Palestina, dell’Iraq, del Libano, dell’Iran e del processo di pace.

Sebbene queste scottanti questioni regionali abbiano sempre costituito il centro dei colloqui bilaterali fra il re saudita ed il presidente Bashar al-Assad, questa volta la natura della visita ha acquisito una diversa dimensione politica rispetto agli incontri del passato. Stiamo parlando degli incontri che avevano riunito i due leader in occasione del vertice economico del Kuwait all’inizio di quest’anno, in occasione del vertice a quattro di Riyadh, e del vertice di Gedda per l’inaugurazione della King Abdullah University of Science and Technology.

E’ vero che l’importanza di quest’incontro deriva dal desiderio dei due paesi di inaugurare una nuova fase in occasione della prima visita ufficiale compiuta dal re Abdullah a Damasco da quando è salito al trono nell’agosto del 2005. Ma è anche vero che la gravità della situazione nella regione ha fatto guadagnare a questo vertice un’importanza specifica, tenuto conto dell’urgenza delle questioni che sono state prese in esame – le questioni legate all’Iraq, al Libano, alla Palestina, all’Iran ed alla Turchia.

Il ministro degli esteri siriano Walid al-Muallim ha sostenuto che il miglioramento che hanno registrato le relazioni fra i due paesi rafforza la solidarietà araba e colma il baratro esistente fra alcuni paesi arabi, cosa che contribuisce alla stabilità in Medio Oriente. Alla luce delle esperienze passate, al-Muallim ha definito il rapporto fra Riyadh e Damasco come “la pietra angolare della stabilità nella regione”.

Sulla stessa falsariga, il presidente Assad ha parlato del re saudita affermando che il suo nome è sinonimo di “arabismo” e di “identità araba”, e di tutto ciò che questi concetti significano in termini di coordinamento al servizio degli arabi. Con queste parole egli alludeva alla posizione di rifiuto adottata dall’Arabia Saudita nel momento in cui ha respinto l’appello del presidente americano Obama sulla necessità di compiere un’apertura nei confronti di Israele come prezzo per il congelamento degli insediamenti. Se l’Arabia Saudita non avesse rifiutato, la proposta americana avrebbe incontrato il parere positivo di diversi paesi arabi. Perciò Riyadh è stata costretta a ricordare l’iniziativa promossa dal regno saudita al vertice arabo di Beirut del 2002, la quale era stata adottata dalla Lega Araba come base per costruire qualsiasi accordo di pace.

L’altra osservazione su cui si è basato il presidente Bashar al-Assad, nella sua descrizione del re saudita come difensore dell’identità araba, è quella che ha citato gli sforzi del re Abdullah per eliminare gli elementi di contrasto tra Fatah e Hamas. Sebbene la riconciliazione promossa da Riyadh (con i cosiddetti accordi della Mecca del 2007 (N.d.T.) ) non durò a lungo, il regno saudita ha continuato a sperare di poter ripetere quel tentativo. Questo desiderio era evidente nelle parole pronunciate dal re saudita in occasione dell’apertura della quinta sessione dei lavori della Shura, quando disse: “Le controversie inter-palestinesi sono più pericolose, per la giusta questione che sta a cuore dei palestinesi e di tutti gli arabi, di quanto non lo sia la perdurante aggressione israeliana”.

Siccome il vertice di Damasco è coinciso con l’esplosione dell’ondata di collera contro la decisione dell’Autorità Palestinese di rinviare il voto sulla relazione Goldstone relativa ai crimini commessi durante la guerra di Gaza, era necessario discutere questo spinoso argomento, soprattutto a causa delle sue possibili ripercussioni negative sulla piazza palestinese.

In conclusione, Netanyahu e Lieberman sono riusciti a rinviare l’esame della relazione Goldstone sull’operazione “Piombo Fuso” a Gaza. Il pretesto a cui hanno fatto ricorso il primo ministro ed il ministro degli esteri di Israele è che lo stato ebraico non può avventurarsi in negoziati politici con Mahmoud Abbas se gli viene negato il diritto all’autodifesa di fronte ai razzi di Hamas. E’ interessante notare come Netanyahu abbia accusato il presidente dell’Autorità Palestinese di condurre trattative politiche e un coordinamento di sicurezza con Israele, e di scatenare allo stesso tempo una guerra diplomatica contro Tel Aviv nelle sedi internazionali. Sulla base di ciò, Netanyahu ha informato Washington che, ai suoi occhi ed agli occhi della maggioranza dei palestinesi, Mahmoud Abbas non è ormai il negoziatore più accreditato presso entrambe le parti.

La sostanza di tutto ciò è che Israele è riuscito ad imporre la sua minaccia secondo cui avrebbe fermato il processo politico se l’Autorità Palestinese non avesse ritirato la propria istanza presso il Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU. Il risultato è stato che Mahmoud Abbas ha perso la propria credibilità anche agli occhi dei palestinesi.

Di fronte a questi sviluppi improvvisi, Hamas ha presentato all’Egitto la richiesta di rinviare la firma dell’accordo di riconciliazione inter-palestinese fissata per la fine del mese prossimo. Senza dubbio, è la situazione esplosiva a Gaza ed in Cisgiordania che ha spinto Hamas a prendere la decisione di questo rinvio, in attesa di vedere cosa decideranno le organizzazioni palestinesi e i paesi arabi a proposito di Mahmoud Abbas e del suo futuro politico.

Alla luce di questi sviluppi, era necessario prendere in esame la crisi palestinese al vertice di Damasco. Si dice che sia stato un esame pacato ed attento da parte di entrambe le delegazioni, che si è soffermato sull’importanza del coordinamento con l’Egitto, essendo quest’ultimo il paese che ha voce in capitolo sul movimento delle merci e delle persone ai valichi di frontiera, e che ha influenza sulle parti politiche interessate a trovare una soluzione.

In quest’occasione il re Abdullah ha ripetuto le sue tradizionali osservazioni sulla questione palestinese, che possono essere riassunte come segue: “Noi stimiamo molto il paziente e tenace popolo palestinese per la sua eroica fermezza di fronte alla brutale macchina bellica israeliana. Tuttavia invitiamo allo stesso tempo tutte le fazioni palestinesi a superare le loro divergenze e ad unire le loro voci ed i loro sforzi, in considerazione del fatto che l’unità di questo popolo e l’indipendenza delle sue decisioni nazionali sono la corretta valvola di sicurezza”.

Egli ha confermato di considerare l’iniziativa di pace araba, che gode del sostegno internazionale, come la miglior soluzione alla questione palestinese, sulla base del completo ritiro dai territori occupati e della creazione di uno stato palestinese indipendente e sovrano con capitale Gerusalemme.

Sebbene i rapporti siro-libanesi non fossero all’ordine del giorno, la controparte siriana ha espresso il proprio interesse per la costituzione in Libano di un governo di concordia che creda nei buoni rapporti con Damasco. Essa ha affermato che i commenti positivi espressi dalla Siria nei confronti del presidente della repubblica del Libano, Michel Suleiman, sotto il profilo del suo patriottismo e del suo desiderio di realizzare la concordia e la stabilità interna, possono essere presi come misura di riferimento per qualsiasi primo ministro che sia interessato a stabilire rapporti saldi con Damasco.

Gli analisti ritengono che queste tesi non differiscano molto dalle tesi saudite relative alla stabilità del Libano ed alla necessità di garantire la riconciliazione nazionale. Ci si aspetta dunque che Saad al-Hariri riuscirà a costituire un governo di unità nazionale che sia pronto ad affrontare le sfide e i pericoli che incombono sul mondo arabo.

Nel comunicato emesso dalla presidenza siriana si affermava quanto segue: “Le due parti hanno sottolineato l’importanza di sviluppare le relazioni inter-arabe, soprattutto tenuto conto del fatto che tutti gli stati del mondo si sforzano di costituire raggruppamenti regionali che diano loro peso a livello internazionale. A questo coordinamento inter-arabo va aggiunto il fatto che la Siria si appresta a creare con gli stati amici della Turchia e dell’Iran uno spazio regionale arabo-islamico che possa affrontare le grandi sfide che attendono il mondo arabo-islamico”.

Ma quali sono le vere ragioni che hanno spinto la Siria ad entrare a far parte di blocchi regionali al fine di salvaguardare i propri interessi e gli interessi dei paesi arabi?

Dopo la rielezione di Angela Merkel in Germania, sono svanite le speranze della Turchia di entrare nell’Unione Europea. La Germania ha annunciato che si sarebbe opposta all’ingresso di 70 milioni di turchi nell’UE. E’ ormai assodato che questa opposizione fa parte di un movimento più ampio all’interno dell’opinione pubblica europea che teme che le masse islamiche possano dominare l’Unione. Sembra che questo movimento d’opinione non si limiti soltanto alla Germania ed alla Danimarca, ma comprenda anche la Francia. 

La politica di apertura adottata dal primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan è l’arma da lui sfoderata di fronte all’Europa ed ai paesi occidentali che considerano la Turchia una minaccia, a causa dei suoi valori culturali. Nel riconciliarsi con il proprio passato in Armenia e nel Kurdistan, la Turchia riapre la strada del raggruppamento regionale per opporsi al rifiuto della sua adesione all’Europa.

Questo movimento transnazionale rappresenta in realtà l’inizio di raggruppamenti regionali in base ai quali la Siria diventerà per la Turchia un ponte verso il mondo arabo, ed in particolare verso i paesi del Golfo. La Turchia, dal canto suo, diventerà per la Siria un ponte verso l’Europa, e la sua via di fuga dall’assedio e dall’isolamento.

Il dato che rimane in tutte queste considerazioni è che l’iniziativa di Obama per la pace in Medio Oriente sembra essere saltata in aria per mano di Netanyahu, e l’infiammarsi della guerra in Afghanistan e in Pakistan sarà per Obama l’alternativa alla pace perduta in Medio Oriente.

Salim Nassar è un giornalista libanese residente a Londra

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