La Siria e l’Arabia Saudita tracciano un percorso di pace

08/10/2009

Original Version: Syria, Saudi Arabia plot peace path

La visita del re saudita Abdullah in Siria, la prima da quando è salito al trono nel 2005, è stata salutata dagli osservatori mediorientali come storica e pionieristica.

Abdullah, che è sposato con una moglie appartenente ad una famiglia siriana, ha visitato Damasco innumerevoli volte, in privato e per lavoro, quando era principe ereditario sotto il regno di suo fratello, re Fahd. Fu presente ai funerali del presidente Hafez al-Assad nel giugno del 2000, e fu il primo leader arabo che si recò in Siria dopo che il presidente Bashar al-Assad era salito al potere nel luglio di quell’anno.

I rapporti rimasero stretti negli anni compresi fra il 2000 e il 2005, quando la Siria appoggiò pienamente il piano di pace di Abdullah, poi rinominato “l’iniziativa di pace araba”, ma declinarono con l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, un amico di vecchia data dei sauditi, nel 2005.

Il punto più basso nelle relazioni fra i due paesi fu toccato quando i sauditi criticarono Hezbollah durante la guerra israeliana del 2006 contro il Libano, cosa che alla fine portò al ritiro dell’ambasciatore saudita dalla Siria nel 2008. Sebbene fosse il Libano la causa delle tensioni fra Damasco e Riyadh, entrambe le parti sottolineano oggi che non è il paese dei cedri la ragione del riavvicinamento.

La Siria e l’Arabia Saudita hanno ricucito gli strappi nel corso di un vertice su Gaza nel gennaio del 2009. Simbolicamente, il riavvicinamento ebbe luogo nell’ultimo giorno del mandato del presidente americano George W. Bush alla Casa Bianca. Dopo di allora, Assad si è recato in visita in Arabia Saudita una volta, per consultarsi con il re Abdullah e con il presidente egiziano Hosni Mubarak, e il suo ministro degli esteri Walid al-Muallem si è recato a Riyadh alla vigilia delle elezioni parlamentari di giugno a Beirut.

Le due parti hanno deciso di lavorare per elezioni pacifiche e democratiche in Libano, le quali hanno condotto alla vittoria della coalizione filo-saudita del 14 marzo. La Siria ha appoggiato i risultati elettorali, sebbene le elezioni non abbiano prodotto una vittoria dell’opposizione guidata da Hezbollah e appoggiata da Damasco. Il governo siriano ha ripetutamente affermato di essere disponibile a lavorare con il primo ministro incaricato Saad Hariri, un amico dei sauditi, malgrado le sue aggressive ed aperte posizioni antisiriane fra il 2005 e il 2008.

La scorsa settimana, alla vigilia della visita del re saudita in Siria, Damasco ha nominato un nuovo ambasciatore a Riyadh, l’ex ministro dell’informazione Mehdi Dakhlallah. Alla fine di settembre, Assad si era recato in Arabia Saudita per presenziare all’inaugurazione della King Abdullah University of Science and Technology, un istituto di istruzione superiore costato miliardi di dollari e considerato un successo personale del re saudita.

Il re Abdullah è arrivato mercoledì in Siria con i suoi ministri dell’intelligence, del lavoro e dell’informazione per una visita di tre giorni che lo avrebbe portato nella città di Aleppo, e poi nella grande moschea omayyade di Damasco per la preghiera del venerdì.

L’agenda iniziale del re prevedeva una serie di questioni legate alle relazioni bilaterali, alla situazione nei territori palestinesi ed ai rapporti con l’Iraq. In materia di relazioni bilaterali, i due paesi devono approfondire i temi dello sviluppo economico e politico, e delle operazioni antiterrorismo per combattere l’influenza di gruppi come al-Qaeda, che rappresenta una minaccia comune per entrambi i paesi.

Entrambi sono inclini a favorire un riavvicinamento fra Hamas a Gaza, che è appoggiato dalla Siria, e Fatah, che è appoggiato dagli Stati Uniti e dall’Arabia Saudita. Cosa ancora più importante, i sauditi stanno appoggiando la Siria nella sua attuale disputa con il primo ministro iracheno Nuri al-Maliki. Essi credono che la Siria non abbia nulla a che fare con i sei attacchi che hanno ucciso circa 100 iracheni il 19 agosto a Baghdad, sebbene il governo iracheno sostenga che le menti degli attentati siano baathisti iracheni residenti a Damasco.

L’Arabia Saudita non è troppo entusiasta di Maliki, considerandolo un leader settario che ha lavorato duramente per promuovere l’influenza iraniana in Iraq a spese dell’Arabia Saudita. Egli ha rifiutato di ricucire gli strappi con i sunniti iracheni, non compiendo alcuno sforzo per coinvolgerli nuovamente nel processo politico, e non ha fatto nulla contro le milizie sciite in Iraq, che hanno colpito la comunità sunnita per vendicarsi del fatto che da essa era emerso l’ex presidente Saddam Hussein.

I sauditi temono che alcuni elementi dell’entourage di Maliki stiano ancora flirtando con l’idea potenzialmente dirompente di creare una provincia autonoma per gli sciiti nel sud dell’Iraq, simile alla regione curda nel nord. Se ciò dovesse accadere, i sunniti iracheni, che sono stati tradizionalmente sotto l’ombrello protettivo della Siria e dell’Arabia Saudita, sarebbero abbandonati nell’Iraq centrale, dove non c’è petrolio.

Sia la Siria che l’Arabia Saudita stanno seguendo da vicino la situazione in Iraq, poiché temono che se Maliki dovesse avere la meglio alle elezioni parlamentari di gennaio, l’Iraq potrebbe scivolare verso un settarismo ancora più marcato, e verso ulteriore caos e violenze – tutti elementi che potrebbero pericolosamente propagarsi oltreconfine nella vicina Siria e nella vicina Arabia Saudita.

Più Maliki inasprisce le tensioni con Damasco – come ha fatto presentando il caso del 19 agosto alle Nazioni Unite – più questo atteggiamento riavvicina siriani e sauditi. I due paesi hanno visioni simili per il futuro dell’Iraq, una volta che gli americani avranno lasciato il paese nel 2012, ed entrambi possono colmare il vuoto che secondo le aspettative dovrebbe crearsi.

Damasco e Riyadh hanno cooperato in passato, durante le elezioni provinciali irachene dello scorso gennaio, ed in conseguenza di ciò i sunniti, che avevano boicottato il processo politico iracheno dopo il 2003, hanno partecipato votando in massa, e chiedendo una rappresentanza politica che spetta loro di diritto. Se la scena si ripeterà alle elezioni del prossimo gennaio, ciò potrebbe significare la sconfitta politica di Maliki.

Come emerge chiaramente dalle politiche dell’Arabia Saudita, Riyadh non è più interessata a rompere l’alleanza siro-iraniana. Al contrario, così come il presidente americano Barack Obama, la considera un “dono del cielo”, nella speranza che la Siria possa contribuire a moderare la condotta iraniana nel mondo arabo.

La Siria è un paese ragionevole, laico e moderato, che non ha alcuna storia di radicalizzazione né contro l’Arabia Saudita né contro gli Stati Uniti (con la significativa eccezione dell’era Bush). Distanziandosi dalla Siria negli anni dal 2005 al 2008, i sauditi non hanno fatto altro che rafforzare l’alleanza siro-iraniana, a spese delle relazioni siro-saudite. Ciò ha avuto immediati contraccolpi negativi sugli interessi sauditi in Palestina, in Iraq ed in Libano.

Ben lontana dall’idea di romperla, l’Arabia Saudita vuole invece investire nell’alleanza fra Teheran e Damasco, così come avvenne quando gran parte del mondo arabo si schierò con Saddam nella guerra Iran-Iraq del 1980-1988, allorché i sauditi insistettero che la Siria rimanesse alleata con l’Iran. La Siria era ascoltata dai politici iraniani, ed i sauditi erano propensi a mantenere aperto questo canale con Teheran durante gli anni ’80. Dato il suo peso politico ed economico, i siriani sono orgogliosi di un’amicizia con l’Arabia Saudita, che risale al periodo fra le due guerre mondiali, nel secolo scorso. Negli anni ’20, schiere di uomini d’affari, medici, ed amministratori siriani si recarono a Damasco – ben prima che fosse scoperto il petrolio – per aiutare il re Abdul Aziz a fondare il moderno regno dell’Arabia Saudita.

Quando il leader nazionalista siriano Shukri al-Quwatli giunse al potere nel 1943, ebbe eccellenti rapporti con il re Abdul Aziz, ed il monarca saudita usò la sua considerevole influenza in Occidente per costruire ponti fra lui ed il primo ministro britannico Winston Churchill, affinché la Siria potesse ottenere l’aiuto britannico per porre fine all’odiato mandato francese. Egli cercò anche di organizzare un incontro fra Quwatli ed il presidente americano Franklin Roosevelt.

I due paesi si recarono insieme alla conferenza di fondazione delle Nazioni Unite a San Francisco, coordinando la politica estera relativa agli affari arabi, in particolare la situazione in Palestina nel periodo 1945-1948. Essi co-fondarono un esercito di combattenti arabi, noto come l’Esercito della Liberazione, per combattere i britannici e i sionisti in Palestina poco prima dell’entrata in guerra ufficiale degli eserciti arabi, in conseguenza della creazione dello stato di Israele nel 1948.

I sauditi finanziarono l’esercito ed i siriani fornirono gli uomini, il comando e la copertura politica. Nel 1973, i sauditi accorsero in aiuto della Siria e dell’Egitto, lanciando il loro famoso embargo petrolifero per spingere gli Stati Uniti a smettere di appoggiare Israele durante la seconda guerra arabo-israeliana, nota come la Guerra di Ottobre. Siriani e sauditi riuscirono a porre fine alla guerra civile libanese a Taif nel 1989, ed unirono le forze per espellere Saddam dal Kuwait nel 1991.

Con una simile storia alle spalle, non c’è da stupirsi se Riyadh e Damasco insistono che le relazioni siro-saudite non possono – o non dovrebbero – essere viste solo attraverso il prisma della politica libanese. Sebbene molti politici libanesi siano ottimisti sul fatto che la visita del re Saudita in Siria accelererà la formazione del nuovo governo in Libano, che si trascina ormai da giugno, i siriani insistono che le relazioni siro-saudite non possono essere tarpate dalla situazione in Libano e ricondotte esclusivamente ad essa. Essi sostengono che tali relazioni sono ben più ampie e strategiche, legate alle questioni arabe ed internazionali in generale.

L’Iraq, ad esempio, ha attualmente una maggiore priorità rispetto al Libano per entrambi i paesi, e lo stesso vale per la situazione a Gerusalemme, dove si stanno intensificando gli scontri fra i palestinesi e le Forze di Difesa Israeliane . La visita del re saudita giunge solo pochi giorni dopo che un importante incontro a New York fra Obama, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ed il presidente palestinese Mahmoud Abbas, non è riuscito a risolvere le questioni pendenti.

Il miglioramento dei rapporti fra la Siria e gli Stati Uniti, dopo la salita al potere di Obama, certamente ha avuto un effetto sulle relazioni tra la Siria e l’Arabia Saudita. Se gli americani stavano di nuovo dialogando con i siriani, era soltanto logico che i sauditi facessero altrettanto – sarebbe in effetti stato illogico se essi avessero fatto altrimenti.

Dopo cinque anni di indagini dell’ONU, non vi è alcuna prova che la Siria abbia avuto qualcosa a che fare con l’assassinio di Hariri nel 2005. Questo è qualcosa che i sauditi hanno certamente notato ed apprezzato. Altrettanto considerato è il fatto che la Siria ha un’influenza senza pari su attori non-statuali come Hamas e Hezbollah, e su grossi calibri come l’Iran – tutti protagonisti che possono entrare in gioco nel delineare il futuro del Medio Oriente.

Sami Moubayed è un analista politico siriano; è direttore della rivista Forward;  risiede a Damasco

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