25/10/2009
Original Version: Yemen: snapshot of a potential future
Il conflitto attualmente in corso nello Yemen contiene in sé un aspetto molto preoccupante: il fatto che esso può rappresentare un modello per futuri conflitti in altri paesi arabi – scrive l’ex diplomatico giordano Waleed Sadi
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Il conflitto (o dovremmo dire piuttosto i conflitti) nello Yemen nasce da un mosaico di ragioni differenti.
Apparentemente, il conflitto armato in corso nel paese ha avuto origine da uno scontro avvenuto nel 2004 tra le forze di sicurezza governative e un gruppo di studenti che protestavano per la guerra in Iraq e per il dispiegamento delle forze americane in quel paese. I dimostranti erano guidati da un religioso zaidita di nome Hussein al-Huthi, all’epoca membro del parlamento. Al-Huthi è stato poi ucciso in un’imboscata organizzata dalle forze governative. Il problema dell’Iraq e della guerra tuttora in corso laggiù è quindi uno dei fattori scatenanti del conflitto nello Yemen.
Un’immagine più ampia del conflitto, che si è esteso incessantemente a partire da quel momento, ad ogni modo deve comprendere il fatto che lo Yemen manca di istituzioni democratiche completamente sviluppate, ed è strutturato per essere di fatto governato da un solo uomo, cioè il presidente Ali Abdullah Saleh, che è anche il leader della tribù Hashid. La gente zaidita, che ha fatto scoppiare il conflitto con le proprie proteste contro la guerra in Iraq, è una minoranza sciita che nutriva i propri risentimenti nei confronti del governo centrale. Gli zaiditi erano ovviamente pronti ad esplodere alla prima scintilla, e la guerra in Iraq ha avuto essenzialmente questa funzione.
Eppure la portata della crisi yemenita non si riduce a questo. I recenti pesanti bombardamenti delle roccaforti dei seguaci di al-Huthi a Dhahian, al-Mahader e al-Ghabeir hanno fatto sì che la rabbia si diffondesse in tutto il paese, soprattutto dopo che circa 85.000 residenti di Saada sono fuggiti dai combattimenti e dai bombardamenti portati avanti dal governo, scatenando così un’enorme crisi umanitaria e ulteriore malcontento. I rimanenti 750.000 residenti di Saada hanno iniziato a soffrire la fame quando le forze governative hanno assediato ed isolato la città ribelle. I connotati tribali del conflitto sono stati poi ulteriormente rafforzati quando è stata proclamata dal governo la costituzione di un cosiddetto “esercito dei cittadini”, composto principalmente da membri della tribù Hashid.
Il conflitto ha poi assunto una portata regionale a causa delle accuse lanciate dal governo centrale di Sanaa contro la Libia e l’Iran, entrambi accusati si sostenere i ribelli. Di sicuro l’Arabia Saudita viene considerata schierata a fianco del presidente Saleh. Gli sforzi di mediazione non sono stati poco numerosi, ma hanno fallito tutti quasi sul nascere. Il Qatar ha tentato per primo, nel giugno dello scorso anno, e i suoi sforzi sono quelli che si sono protratti più a lungo, ma si sono arenati nel gennaio di quest’anno presumibilmente perché il governo si è rifiutato di mantenere l’impegno di ritirarsi da alcune aree dove risiedono i ribelli. Nel frattempo, nel corso degli scontri 400 ribelli si sono rifugiati a Bani Hushaish, una città di 75.000 abitanti. Le forze governative sono determinate a stanarli, ed hanno recentemente dato inizio a bombardamenti e attacchi armati per scacciarli. Questo sforzo bellico è ancora in corso.
Il pieno significato del sempre più esteso conflitto nello Yemen sta nel fatto che esso potrebbe fungere da modello per potenziali conflitti in altre parti del mondo arabo. Lo Yemen ha molte caratteristiche in comune con altri paesi arabi, a causa della sua natura tribale, delle divisioni settarie al suo interno, e dell’assenza di democrazia. Anche l’interazione delle politiche regionali con il conflitto non è limitata esclusivamente al caso yemenita. La determinazione del governo centrale di mantenere la propria unità territoriale è chiaramente un obiettivo legittimo. Nondimeno, i mezzi utilizzati per proteggere e consolidare tale unità hanno implicato la violazione dei diritti civili e politici di alcuni gruppi etnici, religiosi e tribali.
La questione più generale sollevata dal conflitto yemenita riguarda il modo di costruire uno stato-nazione arabo laddove il terreno politico e sociale sul quale si vuole edificare tale stato è costituito da un pacifico miscuglio di differenze religiose, tribali ed etniche. Ciò che sta accadendo nello Yemen rappresenta un modello di ciò che potrebbe accadere altrove nel mondo arabo. Il diritto all’autodeterminazione rappresenta una delle questioni più tormentate e problematiche con cui si confrontano gli stati di tutto il pianeta. Conciliare il diritto degli stati con quello dei popoli, appartenenti a diverse religioni, etnie e culture, di determinare il proprio futuro è un problema che ha dominato le conferenze sui diritti umani fino ad oggi, e – come il caso yemenita dimostrato – tale problema non ha ancora trovato una chiara risposta.
Waleed Sadi è stato ambasciatore giordano in Turchia, alle Nazioni Unite, e presso altre organizzazioni internazionali a Ginevra; scrive attualmente per i quotidiani Jordan Times e Al-Rai




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