26/10/2009

Original Version: Saudi-Iranian hostility hits boiling point

L’attentato che domenica 18 ottobre ha ucciso diversi alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria iraniana nella regione sud-orientale del Sistan_Baluchistan è stato rivendicato da Jundallah, un gruppo sunnita attivo nella regione. Teheran ha spesso accusato il Pakistan, l’Arabia Saudita, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna di fornire sostegno a questo gruppo. Quest’ultimo episodio si inserisce nel contesto di un progressivo inasprimento dei rapporti fra Arabia Saudita e Iran – scrive l’ex ambasciatore indiano M. K. Bhadrakumar

***

Il buon senso suggerisce che l’attacco terroristico del movimento Jundallah nel sud-est dell’Iran, domenica 18 ottobre, potrebbe aver avuto l’appoggio degli Stati Uniti o della Gran Bretagna. Ma oggi Jundallah costituisce un’attrazione “fatale” per un discreto numero di potenze straniere che sono interessate a disorientare le politiche dell’Iran.

Sia Washington che Londra si sono affrettate con una rapidità inusuale, non solo a declinare ogni coinvolgimento nell’attacco che ha ucciso sette alti ufficiali del corpo della Guardia Rivoluzionaria iraniana, nonché altre 42 persone, ma a condannare l’accaduto con toni molto decisi.

Domenica 18, un portavoce del Dipartimento di Stato americano, Ian Kelly, è stato incaricato di effettuare una categorica smentita . “Noi condanniamo questo atto di terrorismo e ci rammarichiamo per la perdita di vite innocenti. Le voci di un presunto coinvolgimento americano sono completamente false”, ha detto.

A Londra, una portavoce del Foreign Office ha dichiarato: “Noi respingiamo con forza qualsiasi affermazione che questo attacco abbia qualcosa a che fare con la Gran Bretagna”. Ha poi aggiunto che la Gran Bretagna condanna l’episodio nella riottosa provincia del Sistan-Baluchistan come un attacco terroristico, e che “il terrorismo è aberrante ovunque si manifesti. La nostra solidarietà va a coloro che sono stati uccisi o feriti nell’attacco, e alle loro famiglie “.

Il fatto è che l’attacco è stato messo in scena con attento tempismo. Innanzitutto, il prossimo passo importante nel processo diplomatico sulla questione nucleare avrebbe avuto luogo il lunedì successivo.

Un tentativo di silurare i colloqui sul nucleare?

Sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno motivi che li spingono a cercare di fare progressi nei colloqui di Vienna. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha un interesse personale nei risultati.

Secondo i dettagli rivelati dalla rivista Time, che ha citato funzionari dell’amministrazione USA, “Obama è intervenuto personalmente per tre volte durante i negoziati segreti con gli iraniani nel corso degli ultimi quattro mesi – in quello che è diventato non solo un test sulle intenzioni nucleari dell’Iran, ma anche un banco di prova per il tentativo di Obama di limitare le ambizioni nucleari iraniane”. Teheran è sospettata da molti di voler sviluppare un programma nucleare militare, un’accusa che il regime iraniano smentisce.

Obama aveva spinto personalmente Mosca e Parigi ad accettare l’idea che la Russia avrebbe ricevuto l’uranio a basso arricchimento dall’Iran per arricchirlo al livello necessario per essere utilizzato nel reattore nucleare iraniano di ricerca, in modo che, con un passo successivo, la Francia avrebbe potuto trasformarlo nelle piastre speciali che vengono utilizzate per la produzione di isotopi.

Chiaramente, Obama dovrebbe essere impazzito per spingere i suoi servizi di intelligence a pianificare un attacco terroristico contro l’Iran che rischiava di silurare il proprio piano volto ad affrontare la questione nucleare iraniana, nell’attuale fase estremamente delicata.

Tutto sommato, quindi, Teheran ha mostrato cautela prima di saltare alle conclusioni in merito all’attacco di domenica. La Guida suprema, Ayatollah Ali Khamenei, ha evitato di lanciare accuse dirette contro Washington. Si è limitato a dire: “I nemici devono sapere che tale animosità … non può macchiare l’unità delle religioni e delle tribù. Coloro che violano la vita e la sicurezza delle persone saranno puniti per i loro atti traditori”.

Un’analoga moderazione si nota anche nelle dichiarazioni del presidente Mahmud Ahmadinejad, del capo della magistratura iraniana, Ayatollah Sadeq Larijani, e del ministro della Difesa Mostafa Mohammad Najjar. Curiosamente, Larijani, un funzionario chiave in materia di sicurezza nazionale, ha anche suggerito che il motivo dietro l’attacco terroristico era quello di distruggere i legami tra sciiti e sunniti. “Questi atti vigliacchi non avranno alcun effetto sulla propensione alla solidarietà tra sciiti e sunniti”, ha detto (il riferimento è ai rapporti fra sciiti e sunniti all’interno dell’Iran, ed in particolare nella regione del Sistan-Baluchistan dove è avvenuto l’attentato; l’incontro al quale stavano presiedendo gli alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria che sono caduti vittime dell’attacco aveva infatti lo scopo di rafforzare i legami fra gruppi sunniti e sciiti rivali nella regione (N.d.T.) ).

Questo ci porta all’Arabia Saudita, i cui rapporti con l’Iran stanno attraversando un periodo di reciproca antipatia, vicini all’aperta ostilità. Teheran ha sostenuto che i pellegrini iraniani che hanno compiuto il hajj (il pellegrinaggio alla Mecca (N.d.T.) ) sono stati maltrattati dalle autorità saudite, e che l’intelligence saudita è responsabile della misteriosa scomparsa di uno scienziato nucleare iraniano che era stato in pellegrinaggio alla Mecca di recente.

I giornali legati all’establishment saudita hanno portato negli ultimi mesi attacchi estremamente brutali contro il regime di Teheran – spesso a livello personale, nei confronti della leadership iraniana. Essi si sono estremamente rammaricati, ora che le turbolenze per le strade di Teheran, seguite alle contestate elezioni presidenziali, si sono ridotte. Ahmadinejad ha affermato che l’opposizione iraniana avrebbe stretto legami con Riyadh nel tentativo di determinare un “cambio di regime” a Teheran.

L’Arabia Saudita ha due grandi preoccupazioni in merito all’Iran. In primo luogo, teme che Obama stia portando avanti un processo di normalizzazione con Teheran – un “disgelo” era visibile ai colloqui di Ginevra, il 1 ° ottobre, e Teheran ha iniziato a rispondere alle aperture degli Stati Uniti. Il peggiore incubo saudita forse si sta avverando.

Re Abdullah, che aveva in precedenza rifiutato di andare a Damasco, vi è approdato due settimane fa per una visita di tre giorni nel disperato tentativo di riportare la Siria nell’alveo arabo e di “isolare” l’Iran. Riyadh teme che lo status di potenza regionale dell’Iran riceverà una spinta enorme se il processo di normalizzazione con i gli Stati Uniti dovesse fare progressi; il timore di Riyadh è che ciò potrà avvenire solo a spese della preminenza saudita nella regione. I sauditi guardano impotenti una serie di altri Stati del Golfo che tendono la mano a Teheran per trovare un compromesso.

In altre parole, Riyadh ha un interesse concreto, non inferiore a quello di Israele, nel perturbare i colloqui USA-Iran sul nucleare.

Riyadh umiliata nello Yemen

La seconda preoccupazione dell’Arabia Saudita è che, mentre la guerra civile nello Yemen è entrata in una fase cruciale, Sana’a ha cercato la mediazione iraniana. Il Ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki ha annunciato l’intenzione di recarsi in visita nello Yemen. Il consigliere di politica estera della Guida suprema, Ali Akbar Velayati, si è già recato nel paese.

Il governo yemenita e gli sciiti seguaci di al-Houthi sono impegnati in un’aspra guerra nelle regioni settentrionali del paese da quando le forze armate del governo yemenita hanno scatenato l’operazione “Terra Bruciata” l’11 agosto. Sana’a sostiene che i militanti seguaci di al-Houthi stanno cercando di ripristinare l’imamato zaidita, che fu rovesciato da un colpo di stato nel 1962. Ma i seguaci di al-Houthi – sciiti che costituiscono circa il 40% della popolazione – dicono di difendere i loro diritti di minoranza.

Alcuni osservatori ritengono che questa sia una guerra per procura fra Iran e Arabia Saudita. L’assistenza saudita su larga scala al governo sunnita di Sana’a non ha aiutato quest’ultimo a schiacciare i combattenti di al-Houthi, e Sana’a è ora costretta a cercare i buoni uffici di Teheran. Si tratta di un enorme passo indietro per il prestigio saudita, mentre l’intera regione sta a guardare.

La reputazione  dell’Iran potrebbe migliorare notevolmente, allorché esso scende in campo come operatore di pace in questo paese strategicamente vitale. Una recente dichiarazione iraniana ha affermato:

La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sottolineato l’importanza dell’integrità territoriale e dell’indipendenza dello Yemen, della sovranità e dell’unità nazionale del paese. L’Iran, a fianco della Repubblica dello Yemen, sta compiendo sforzi nel contesto della pace, della sicurezza e della stabilità. Noi crediamo che l’escalation della tensione e i contrasti che portano allo spargimento di sangue non siano utili alla pace, alla stabilità e all’unità nazionale dello Yemen. Speriamo di essere testimoni dell’unità nazionale, della sicurezza e della stabilità nella Repubblica dello Yemen, attraverso i provvedimenti adottati e la saggezza della leadership e del governo dello Yemen.

Teheran considera importante affermare che Jundallah ha legami con al-Qaeda e i Talebani, le due entità con le quali l’intelligence saudita ha storicamente avuto flirt di qualche genere – soprattutto con i Talebani. E’ significativo che la leadership di Jundallah sia stata intervistata dalla televisione saudita Al-Arabiya. In un’intervista rilasciata a dicembre, il leader di Jundallah, Abd el-Malik Regi, aveva minacciato attacchi contro Teheran se il governo iraniano non avesse concesso ai sunniti del paese “pieni diritti”.

Organi di informazione filo-sauditi, e il Gulf Research Center con sede a Dubai, hanno sempre liquidato Jundallah come un gruppo iraniano puramente “locale”, che non gode di alcun aiuto esterno di sorta.

Ciò che merita attenzione è che Jundallah si propone come il paladino dei diritti della minoranza sunnita in Iran da quando l’organizzazione ha lanciato la sua campagna di violenza nel 2005. Evidentemente, come qualsiasi altra organizzazione terroristica, anche Jundallah si è evoluto attraverso alleanze mutevoli nella sua ricerca di protettori esterni.

Un reportage di ABC News nell’aprile 2007 aveva insinuato l’esistenza di un incoraggiamento segreto da parte americana (e pakistana) nei confronti di Jundallah. Ma esso aveva anche affermato che “alcuni funzionari americani dicono che il rapporto fra gli Stati Uniti e Jundallah è organizzato in modo che gli Stati Uniti non forniscono alcun finanziamento al gruppo – cosa, questa, che richiederebbe un ordine presidenziale ufficiale [allo stato attuale da parte di Obama]“. Alcune fonti tribali hanno rivelato alla ABC che il denaro proveniente da fonti straniere veniva indirizzato alla leadership di Jundallah attraverso “gli Stati del Golfo”.

Curiosamente, un’irruzione condotta in un covo dalle forze di sicurezza pakistane nel gennaio 2008, nel corso della ricerca di un diplomatico iraniano rapito a Peshawar, si imbatté in alcuni quadri del Lashkar-e-Jhangvi, un gruppo sunnita fondamentalista che è noto per i suoi brutali attacchi alla comunità sciita in Pakistan. L’appoggio saudita nei confronti di Lashkar-e-Jhangvi è un fatto ben noto.

Vi è ragione di ritenere, a un’attenta analisi, che l’antagonismo fra Iran e Arabia Saudita si sia propagato fino alla provincia iraniana orientale del Sistan-Baluchistan.

M. K. Bhadrakumar ha servito come diplomatico presso l’Indian Foreign Service per più di 29 anni; è stato ambasciatore in Uzbekistan (1995-98) ed in Turchia (1998-2001)

Leave a Reply

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab