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Lo sviluppo degli eventi nell’area che va dall’Asia centrale ai confini dell’India ad est e dell’Iran ad ovest, passando per l’Afghanistan e il Pakistan, sembra aver subito un’accelerazione impressionante in queste ultime settimane.

In Afghanistan è stato fissato al 7 novembre il secondo turno elettorale per decidere il nuovo presidente del paese, dopo che il primo round, svoltosi lo scorso 20 agosto, era stato macchiato da pesanti brogli e da un’affluenza molto bassa.

Intanto, l’amministrazione americana è alle prese con la definizione della strategia militare da seguire, e con la difficile decisione legata all’invio di ulteriori rinforzi nella regione.

Il Pakistan, dal canto suo, ha lanciato un’imponente offensiva militare contro i Talebani pakistani arroccati nel Waziristan meridionale – offensiva portata avanti in stretto coordinamento con Washington. Nel frattempo il paese è paurosamente scosso da un’ondata di terrore senza precedenti, con attentati che stanno colpendo obiettivi civili e militari in tutte le città pakistane.

A complicare ulteriormente la situazione, è intervenuta l’improvvisa bufera nei rapporti americano-pakistani a seguito dell’approvazione del pacchetto di aiuti americani a Islamabad, che subordina i finanziamenti al rispetto di una serie di condizioni da parte del governo pakistano. Ciò ha suscitato una violenta reazione da parte di molti ambienti politici e di una grossa fetta dell’opinione pubblica nel paese, secondo cui Washington sarebbe intenzionata a dirigere le politiche di Islamabad, riducendo il Pakistan a una sorta di protettorato americano.

Infine, mentre a sud-est l’irrisolta crisi tra Islamabad e Nuova Delhi (che ha come epicentro il Kashmir) continua ad avere i suoi alti e bassi, rischia di aprirsi un nuovo focolaio di tensione al confine sud-occidentale del Pakistan, a seguito dell’attentato nel quale, domenica 18 ottobre, sono rimasti uccisi diversi alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria in Iran, nella regione del Sistan-Baluchistan.

L’attacco terroristico è stato rivendicato da Jundollah, un gruppo iraniano sunnita di etnia baluchi che si ritiene (e soprattutto lo ritiene Teheran) abbia le proprie basi nel vicino Baluchistan pakistano. E’ opinione di molti analisti che questo gruppo abbia legami con i Talebani pakistani e con il gruppo Lashkar-e-Jhangvi, un movimento settario anti-sciita presente nella provincia pakistana del Punjab.

E’ per questa ragione che l’Iran ha energicamente chiesto a Islamabad di intervenire per smantellare le basi di questo movimento, ventilando in caso contrario la possibilità di un intervento iraniano diretto, per colpire questo gruppo oltreconfine.

Da questa rapida panoramica si comprende come il baricentro del rompicapo centro-asiatico – o forse sarebbe meglio dire l’occhio del ciclone centro-asiatico – si stia progressivamente spostando verso il Pakistan, lasciando dietro di sé rovine e distruzione in Afghanistan.

Le elezioni presidenziali afghane di agosto, inizialmente salutate come una grande dimostrazione di democrazia, si sono rivelate un fiasco, con un’affluenza non superiore al 35% e brogli su vasta scala che hanno portato all’annullamento di oltre un milione di schede (in gran parte favorevoli a Karzai), mentre i Talebani fanno ormai registrare la loro presenza stabile nell’80% del paese.

Karzai, inizialmente dato vincente al primo turno, si è visto quindi costretto a sottoporsi a un ballottaggio fissato in tutta fretta per il 7 novembre, a due settimane dall’annuncio dei risultati definitivi, mentre il durissimo inverno afghano comincia a stringere il paese nella sua morsa.

Il rischio estremamente concreto è, dunque, che si ripeta il fallimento di agosto, possibilmente aggravato da un’affluenza ancora minore.

In ogni caso, sebbene sia illusorio attendersi che il secondo turno elettorale possa modificare l’attuale situazione in Afghanistan, molti a Washington sperano che il ballottaggio fornisca al processo politico afghano una legittimazione sufficiente a consentire agli Stati Uniti di giustificare – soprattutto di fronte all’opinione pubblica interna – l’invio dei rinforzi chiesti dal generale McChrystal, il comandante delle truppe americane in Afghanistan.

A definire la reale entità dei rinforzi, tuttavia, non sarà il risultato elettorale, ma il tipo di strategia militare che i vertici del Pentagono, di concerto con l’amministrazione Obama, decideranno di seguire. Per ammissione dello stesso McChrystal, tali rinforzi non saranno certamente sufficienti a vincere la guerra, ma permetteranno forse di non perderla.

Mentre gli strateghi americani si affannano nel tentativo di adattare all’Afghanistan le strategie ritenute vincenti in Iraq (con esiti tutt’altro che scontati, non solo a causa delle radicali differenze esistenti fra i due paesi, ma anche perché gli attacchi terroristici di questi giorni , ed il clima complessivo in Iraq, fanno temere che i “successi” iracheni siano tutt’altro che duraturi), il punto nodale sembra essere quello di decidere se continuare a combattere al-Qaeda e i Talebani come se fossero due manifestazioni di un’unica entità ostile (com’è avvenuto finora), o se concentrarsi esclusivamente su al-Qaeda cercando allo stesso tempo di aprire una trattativa con i Talebani.

Il grimaldello per separare le due entità dovrebbe essere rappresentato dalla differente vocazione dei due movimenti. Infatti, sebbene entrambi traggano ispirazione da un’ideologia di matrice islamica estremista, mentre al-Qaeda ha una vocazione “internazionalista”, come dimostrano i suoi reiterati appelli a condurre il jihad in svariate regioni del mondo, dalla Palestina, all’Iraq, fino alla Cina , gran parte dei movimenti della galassia talebana ha invece una vocazione “nazionale”.

Resta comunque il problema che – come ritiene la maggioranza degli analisti – anche solo per convincere i Talebani a “trattare”, sarà necessario “persuaderli” del fatto che essi non potranno vincere sul campo. In base a questo ragionamento, i rinforzi saranno comunque necessari, anche se si dovesse decidere di perseguire questo obiettivo “di ripiego”.

La strategia militare che gli americani decideranno di seguire in Afghanistan avrà a sua volta un ruolo determinante nel definire il futuro dei rapporti fra Washington e Islamabad. Se l’amministrazione Obama dovesse decidere di combattere al-Qaeda ed i Talebani a tutto campo, probabilmente sorgeranno tensioni fra l’esercito pakistano e le truppe americane. Washington chiederà ai pakistani di attaccare i cosiddetti “santuari talebani” in Pakistan, suscitando l’opposizione dell’establishment militare di Islamabad.

Una guerra senza quartiere ai Talebani afghani in Pakistan, non solo avrebbe conseguenze umanitarie spaventose suscitando l’ira di aree consistenti del paese contro l’esercito pakistano (il quale verrebbe accusato di combattere il proprio stesso popolo e di essere una marionetta nelle mani del nemico americano), ma – portando alla distruzione del movimento talebano – verrebbe a far mancare quello strumento che, agli occhi dell’establishment militare pakistano, garantisce a Islamabad la sua “profondità strategica” in Afghanistan, permettendole di contrastare la crescente influenza indiana in quel paese, ed impedendo a Nuova Delhi di portare a compimento una “manovra a tenaglia” che schiaccerebbe il Pakistan.

E’ questa la ragione per cui gli strateghi pakistani vedrebbero di buon occhio una eventuale decisione americana di identificare al-Qaeda come il vero nemico da combattere, aprendo invece una trattativa con i Talebani afghani, la quale potrebbe infine portare questi ultimi ad essere integrati nel governo del paese.

Dal punto di vista di Islamabad, una decisione del genere potrebbe anche aiutare l’esercito pakistano a combattere con maggior decisione il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), ovvero i Talebani pakistani, che rappresentano una minaccia reale per la stabilità del Pakistan.

Dal modo in cui si evolverà la situazione militare in Afghanistan e in Pakistan, e dal conseguente andamento dei rapporti fra Islamabad e Washington, dipenderà il futuro degli aiuti americani al Pakistan.

Obama ha recentemente firmato l’atto di “partnership rafforzata con il Pakistan”, approvato a fine settembre dal Congresso, ed anche noto come legge Kerry-Lugar, dal nome dei suoi promotori. Questo atto subordina l’erogazione degli aiuti finanziari a una serie di condizioni che il governo pakistano dovrà soddisfare.

Sebbene, secondo molti, si tratti di una richiesta del tutto legittima da parte di un paese donatore, essa ha suscitato una reazione durissima da parte dell’esercito pakistano, di ambienti politici dell’opposizione, e di gran parte dell’opinione pubblica. Una fetta molto consistente della stampa pakistana ha accusato Washington di voler trasformare il Pakistan in uno stato neocoloniale, dettandone le politiche economiche e sociali, con l’obiettivo di americanizzare la società pakistana.

Molti analisti, anche pakistani, hanno considerato questa reazione del tutto esagerata ed ingiustificata. Resta il fatto che essa è emblematica di quanto pesi ancora il retaggio coloniale in un paese come il Pakistan, e di quale fardello rappresentino le politiche fallimentari che gli Stati Uniti hanno portato avanti nella regione afghano-pakistana per decenni.

Si tratta in effetti di un fardello che rischia di far fallire ogni ulteriore sforzo americano nella regione, per quanto sensato possa essere. Da qui discende anche l’importanza, a giudizio di molti analisti, di abbandonare un approccio unilaterale, che si è protratto fin troppo a lungo in quest’area. E’ significativo, ad esempio, il fatto che nessuno degli stati confinanti con l’Afghanistan ed il Pakistan sia coinvolto nei tentativi di risolvere la crisi che attanaglia i due paesi.

Ma vi è anche un’altra dimensione, nella bufera scoppiata attorno alla legge Kerry-Lugar. Essa è rappresentata dai crescenti contrasti fra il governo di Islamabad e l’establishment militare. Il primo ha fortemente appoggiato la legge, che contiene in effetti delle esplicite accuse all’esercito ed all’ISI (i servizi segreti pakistani), ritenuti responsabili di aver appoggiato ed aiutato attivamente i Talebani.

Secondo alcuni, diversi esponenti del governo avrebbero attivamente appoggiato questa legge a Washington per “dare una lezione all’esercito”. Secondo altri, nel far ciò i politici pakistani continuano a dimostrare una sconcertante sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, ritenendo di poter essere eletti dal popolo pakistano, ma di poter governare solo con il consenso di Washington.

Resta il fatto che il governo Zardari sembra avere in politica estera orientamenti molto più vicini a quelli di Washington, rispetto ai militari pakistani. Il governo civile di Islamabad desidera infatti compiere un’apertura nei confronti dell’India, e troncare ogni rapporto con i Talebani – punti sui quali esso entra in rotta di collisione con l’esercito.

Quest’ultimo accusa l’India di ingerirsi pesantemente negli affari afghani, mantenendo fra l’altro due consolati indiani a Jalalabad e Kandahar, in regioni al confine con il Pakistan. L’India è uno dei maggiori paesi donatori in Afghanistan, essendosi impegnata a spendere circa 1,2 miliardi di dollari nel paese.

Secondo alcuni osservatori, il più grande incubo dell’esercito pakistano è che possa esservi una collusione fra Nuova Delhi e Washington, collusione che – agli occhi dell’esercito – sarebbe confermata dalla volontà ingiustificata di Washington di incrementare la propria presenza in Pakistan. L’India, dal canto suo, è accusata anche di fomentare la ribellione in Baluchistan, una regione nel sud-ovest del Pakistan, economicamente povera e sottosviluppata (ed emarginata dal governo centrale pakistano), ma di enorme importanza strategica, per la presenza del porto di Gwadar (considerato da Pechino essenziale per gli interessi cinesi), e per il fatto di essere una potenziale via di transito di oleodotti e gasdotti.

Se a ciò si aggiunge che il governo Karzai sta stringendo alleanze con molti signori della guerra appartenenti alla cosiddetta “Alleanza del Nord”, che hanno rapporti storici con Nuova Delhi (la quale li aveva sostenuti negli anni ’90 contro i Talebani), si completa il quadro che porta l’esercito pakistano a soffrire di una “sindrome da accerchiamento”.

Nonostante ciò, i militari pakistani hanno lanciato ultimamente un’imponente offensiva contro il TTP, i Talebani pakistani stanziati nel Waziristan meridionale. Tale offensiva viene condotta in stretto coordinamento con Washington, che fornisce un fondamentale apporto a livello di intelligence. La ragione dell’offensiva militare pakistana sta nel fatto che la galassia dei movimenti militanti di matrice islamica, che Islamabad ha storicamente sostenuto e finanziato, sta cominciando a rappresentare una minaccia reale per il paese.

Nelle ultime settimane, il Pakistan sta vivendo un clima di terrore che non aveva mai conosciuto in passato. Attentati e attacchi terroristici stanno colpendo ovunque nel paese, prendendo di mira gli obiettivi più disparati, dalle sedi dell’esercito all’Università Islamica nella capitale Islamabad.

Ma tutto questo non è opera solo dei Talebani. Esistono nel paese svariati movimenti militanti, di ispirazione islamica, laica o nazionalista. Gli stessi Talebani in realtà sono un insieme di movimenti tra loro slegati, che spesso intrattengono solo rapporti di carattere opportunistico. L’elemento più inquietante della recente ondata di terrore sta nel fatto che a colpire, ultimamente, sono state fazioni estremiste del Punjab e del Kashmir, alcune delle quali avevano stretti legami con l’esercito.

Diversi osservatori sottolineano come il Pakistan, che solo due anni fa aveva un’economia in forte crescita, una delle più promettenti dell’Asia, e sembrava avviato verso una brillante esperienza democratica, si trovi oggi sull’orlo del collasso economico, governato da istituzioni clientelari, costretto a dipendere dagli aiuti stranieri per evitare il tracollo, e pesantemente destabilizzato dalla presenza di movimenti estremisti in varie parti del paese.

Il peso assolutamente eccessivo dell’esercito nella vita politica pakistana, la presenza di governi fragili e facilmente manipolabili, la struttura multietnica, caratterizzata da numerose conflittualità e priva di una identità unificante, e l’ingombrante tutela americana, che ha abitualmente favorito l’establishment militare a danno delle forze più genuinamente democratiche del Pakistan, hanno soffocato lo sviluppo del paese spingendolo progressivamente verso la crisi attuale.

Il problema dei movimenti militanti, in particolare, va individuato da un lato nelle politiche fallimentari adottate dal governo nelle aree tribali, e dall’altro nel ricorso altrettanto fallimentare a tattiche puramente “belliche” per contenere le turbolenze che di volta in volta si manifestano in queste aree. Se a ciò si aggiunge la strumentalizzazione dei movimenti militanti a fini di “politica estera”, sia nel Kashmir che in Afghanistan, il quadro si completa.

Se da un lato il governo pakistano non è mai stato in grado di dare soluzione alle crisi nelle aree tribali attraverso riforme efficaci, dall’altro l’esercito è intervenuto con operazioni militari mal pianificate e spesso condotte a causa delle pressioni americane. Il risultato è che operazioni come quelle recenti nella valle di Swat e nel distretto di Malakand, che hanno causato oltre un milione di profughi, e come quella attuale nel Waziristan meridionale, che ne ha già provocati oltre 100.000, difficilmente debellano i movimenti militanti, ed hanno l’effetto di produrre sempre nuove emergenze umanitarie. Le ondate di profughi hanno fra l’altro la conseguenza di destabilizzare nuove aree del paese.

Va sottolineato che Washington ha storicamente pesanti responsabilità in tutto questo, essendo scesa a patti con dittatori come Zia ul-Haq e Musharraf, ed avendo anteposto il legame con l’establishment militare pakistano alla promozione del processo democratico nel paese.

L’effetto complessivo è devastante per il Pakistan. La violenza estremista e le operazioni belliche compromettono ulteriormente le possibilità di sviluppo di regioni già di per sé povere e sottosviluppate. L’assenza delle istituzioni statali favorisce il fiorire di un’economia illegale, dominata dal traffico di armi e di stupefacenti. La permeabilità dei confini e la presenza di altre aree di instabilità come il Kashmir, il vicino Afghanistan, e la regione del Sistan-Baluchistan nell’Iran sud-orientale, favoriscono l’espansione di questi traffici a livello internazionale, così come le interconnessioni fra i movimenti militanti, e fra questi ultimi e le organizzazioni criminali.

La presenza di questo tipo di condizioni non solo in Pakistan , ma in un’area che va dall’Iran e dall’India, al sud, fino alle repubbliche dell’Asia centrale, al nord, sommata alla presenza di conflitti irrisolti e di rivendicazioni etniche e nazionali, ha fatto sì che le turbolenze nella regione si estendessero progressivamente.

Il termine “AfPak” che è stato coniato per identificare l’area di instabilità afghano-pakistana appare dunque già sorpassato. Il rompicapo da risolvere, infatti, si estende ormai dall’Asia centrale al subcontinente indiano, e dall’Iran alla Cina.

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