20/10/2009
Original Version: Is Escalation Obama’s Only Choice in Afghanistan?
Il fatto che il Presidente dell’Afganistan, Hamid Karzai, abbia accettato che i brogli elettorali gli hanno sottratto una vittoria al primo turno rimuove, teoricamente, anche l’ultimo ostacolo menzionato dall’amministrazione Obama contro l’invio di ulteriori migliaia di militari americani a combattere laggiù. Rahm Emanuel, il capo dello staff della Casa Bianca, ha dichiarato durante il weekend che non si potevano inviare rinforzi finché non si fosse risolto il nodo dei brogli elettorali, in quanto la strategia militare statunitense è strettamente correlata alla difesa di quello che è il governo legittimo. Ma dato che la commissione elettorale afghana ha decretato che, dopo il rigetto delle elezioni falsate, Karzai non ha vinto con la maggioranza assoluta al primo turno, egli dovrà affrontare una competizione durissima contro il suo sfidante più quotato, l’ex ministro degli Affari Esteri Abdullah Abdullah.
In ogni caso, il ragionamento della Casa Bianca secondo cui la decisione di inviare ulteriori truppe avrebbe dovuto attendere a causa della débacle elettorale, è sbagliato. E il Ministro della Difesa Robert Gates è stato tra coloro che ci tenevano a mettere in risalto questo punto. “Non possiamo starcene con le mani in mano, ad aspettare l’esito delle elezioni e la formazione di un governo a Kabul”, ha dichiarato Gates martedì scorso. “L’esito delle elezioni, con i suoi problemi, ha complicato la faccenda per noi. Ma di certo non è che un giorno la situazione è complicata, ed il giorno seguente diventa semplice”.
In effetti, se guardiamo all’obiettivo di creare un governo rappresentativo in grado di appoggiare la strategia antiribellione degli Stati Uniti, il difetto maggiore delle elezioni di agosto in Afghanistan non sono stati i diffusi brogli elettorali, ma, piuttosto, il fatto che quasi tre elettori su quattro non si sono fatti vedere ai seggi a causa delle minacce alla sicurezza poste dai Talebani. Sicché, mentre un ballottaggio potrebbe mettere a tacere le lamentele riguardo ai brogli, di certo non renderà il futuro governo molto più rappresentativo, a meno che questa volta non compaiano molti milioni di votanti in più ai seggi. Ma la situazione della sicurezza, che continua a precipitare, e lo scarso potere di attrazione di cui dispongono entrambi i candidati, non fanno sperare che il secondo turno vedrà un boom di voti. Anzi, il risultato sarà probabilmente persino più basso.
Inoltre, nonostante le risultanze della commissione d’inchiesta, a Kabul si dubita largamente che un ballottaggio potrà effettivamente funzionare. Il risultato più probabile è un accordo per la spartizione del potere tra Karzai e Abdullah. Ma in realtà il modo in cui sarà risolto lo stallo elettorale non altererà sostanzialmente l’alternativa che si presenta a Obama: inviare decine di migliaia di soldati americani in più, i quali, secondo il comandante Stanley McChrystal, sono necessari per bloccare l’avanzata talebana, o porre mano a un’operazione di polizia esclusivamente contro Al Qaeda ed abbandonare l’obbiettivo di sconfiggere i Talebani.
McChrystal pare abbia offerto a Obama differenti opzioni, con diversi livelli di rischio. Sembra che egli abbia detto che anche l’aggiunta di altri 20.000 uomini ai 68.000 già impegnati nella guerra manterrebbe alto il rischio di un fallimento, mentre il rischio sarebbe molto basso se la Casa Bianca dispiegasse una cifra compresa fra i 60.000 e gli 80.000 uomini. Il numero di rinforzi di cui si vocifera in molte notizie riguardanti il dilemma di Obama (un incremento di 40.000 uomini) rappresenta lo scenario di rischio moderato, tra quelli di McChrystal.
Il problema che riguarda ogni eventuale tentativo di limitare l’invio di soldati e di concentrarsi, invece, sull’accelerazione dell’addestramento delle forze afghane (come hanno proposto molti scettici dell’escalation militare), è che rappresenterebbe il peggio di entrambe le scelte. In questo modo, infatti, si negherebbero a McChrystal i rinforzi che egli ritiene essenziali per evitare la sconfitta (“Le risorse militari non ci faranno vincere questa guerra, ma è certo che la mancanza di risorse potrebbe farcela perdere”, dice il generale). Allo stesso tempo, però, tutto ciò farebbe ben poco per proteggere il Presidente dalle critiche della sinistra, secondo cui egli starebbe dilapidando vite e ricchezze americane per una guerra impossibile da vincere.
Sicché, fino a quando il Presidente Obama non sarà disposto a gestire una ritirata che sa di sconfitta, potrebbe essere tentato dalla logica tipica di un vecchio modo di dire inglese relativo alla misura del rischio: “Se ci provi per un penny, provaci per un pound”.
Anche qualora gli scettici abbiano ragione, e la vittoria contro i Talebani rimanga improbabile, la seconda scelta migliore (negoziare qualche forma di compromesso con i Talebani, che includa la l’eliminazione di Al Qaeda e una qualche forma di compartecipazione talebana al potere, insieme con il governo regolarmente eletto) implicherebbe comunque la necessità di convincere i ribelli che essi non possono vincere in campo aperto. Far affluire altre decine di migliaia di soldati statunitensi nel teatro dell’Afghanistan potrebbe essere necessario, anche se l’obbiettivo fosse solo quello di mantenere le posizioni. (In ogni caso, le limitazioni logistiche fanno pensare che l’invio di rinforzi potrebbe diventare uno stillicidio, perché gli USA in questo momento non hanno la possibilità di dispiegare più di circa 4.000 uomini al mese in Afghanistan.)
Una soluzione della “querelle” elettorale sarà certamente spacciata come prova di un progresso, al fine di convincere i democratici più scettici della necessità di inviare rinforzi, per quanto il “contentino” sarà la promessa di dare maggiore impulso all’addestramento delle forze di sicurezza afghane. Ma sul breve periodo l’Afghan National Army (ANA) sarà poco più di un comprimario nel dispiegamento di ulteriori migliaia di soldati americani per mantenere le posizioni contro i Talebani. L’ANA conta di fatto circa 95.000 uomini in questo momento, ma la sua capacità di contrastare i Talebani resta difficile da valutare. Certamente esso non è immune dai conflitti politici che alimentano la ribellione: è dominato da un corpo di ufficiali tagiki che sono sgraditi al principale gruppo etnico afghano, i pashtun, i quali compongono anche la base sociale dei Talebani. L’addestramento delle truppe potrebbe essere solo una delle tante sfide, nel trasformare persone che oggi sono considerate solo come partigiani di forze straniere, nel bel mezzo di una guerra civile, in un esercito realmente disposto e in grado di combattere.
Sebbene vi siano timori ben fondati intorno ai costi sempre maggiori di una guerra senza fine, Obama non vuole essere “il presidente che era in carica quando ci fu la sconfitta in Afghanistan”. Ma, in questo caso, le sue possibilità di scelta sono molto più ristrette di quanto le settimane e settimane di dibattiti su questo argomento facciano pensare – al di là di come andrà a finire il problema delle elezioni.
Tony Karon è un giornalista originario del Sudafrica e residente a New York; è senior editor della rivista americana Time, per la quale segue le questioni mediorientali




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