11/10/2009

Original Version: الإسلاميون بين الدولة واللادولة.. أفغانستان نموذجاً

Nel mezzo degli scontri elettorali a cui ha assistito l’Afghanistan a partire dall’agosto scorso, i leader del movimento islamico afghano si sono distribuiti come al solito tra le diverse parti in conflitto, alcune delle quali cercano di giungere al potere, mentre altre cercano di mantenerlo.

Alcuni esponenti del movimento, come Abdul Rabb Rasul Sayyaf, leader del partito della Da’wa Islamica, Mohammad Qasim Fahim e Ismail Khan della Jamiat-e Islami, e Abdul Hadi Arghandiwal, leader del diviso Partito Islamico, hanno stretto accordi con Karzai. Altri, come Burhanuddin Rabbani, leader della Jamiat-e Islami, si sono schierati al fianco di Abdullah Abdullah, il principale rivale dell’attuale presidente afghano.

Sul fronte opposto, il movimento talebano che combatte sotto la bandiera dell’ “Emirato Islamico” ha annunciato il proprio totale rifiuto del processo elettorale. Anche il Partito Islamico di Gulbuddin Hekmatyar ha espresso una posizione di rifiuto nei confronti delle attuali consultazioni, chiedendo invece elezioni eque ed  imparziali dopo il ritiro delle forze NATO dal paese.

Malgrado l’evidente contrasto tra i due opposti schieramenti nell’attuale confronto militare ed elettorale, si ritiene generalmente che vi sia un denominatore comune fra i diversi leader islamici: l’interesse per lo stato. In Afghanistan tutti cercano il potere, e tutti cercano di raggiungerlo alla propria maniera. Poiché lo stato, ai loro occhi, è l’unico mezzo per imporre la religione e regolare il mondo.

In principio vi era lo stato

L’idea dello stato continua a rappresentare la pietra angolare dei teorici dei grandi movimenti islamici che hanno contribuito a plasmare le idee e la visione degli islamisti afghani. Il concetto di stato ha cominciato a dominare il loro pensiero al punto che essi non vedono altro che questo unico protagonista, che giganteggia nei loro cuori ed acceca la loro vista.

Dopo il crollo dello stato dell’Islam globale, rappresentato dal califfato ottomano, è emerso il movimento islamista che ha lanciato lo slogan “Islam religione e stato”, interessandosi al concetto di stato e cercando di realizzarlo, per poi riorganizzare e rimodellare la società attraverso l’uso dell’autorità.

Da qui segue che il termine “stato” è diventato una delle categorie più importanti che esprimono e connotano l’identità del movimento rispetto agli altri gruppi religiosi nel mondo islamico. La religione, nella concezione del movimento islamista, è un sistema che copre i settori del governo e dello stato, il settore giuridico e quello militare e nazionale. Nella letteratura del movimento, lo stato è venuto a rappresentare uno strumento di estrema importanza per la salvaguardia della religione e la tutela della società, uno strumento senza il quale il progetto islamista non si regge in piedi.

La maggior parte delle ramificazioni del movimento islamista in Afghanistan si è posta un unico obiettivo essenziale, quello di dominare lo stato. Questo controllo dello stato è considerato una bacchetta magica che risolverebbe i problemi “in un sol colpo”. Gli strumenti che le varie espressioni di questo movimento hanno utilizzato vanno dalle pressioni politiche alle azioni belliche ed alla pianificazione di golpe militari. Tuttavia l’obiettivo finale era uno solo: impadronirsi dello stato. Ciò ha contribuito ai fallimenti del movimento e ne ha ridimensionato il potenziale propagandistico e educativo.

Lo stato: fardello o valore aggiunto?

Nel mondo attuale, la maggior parte dei movimenti che nascono nella società non considera più l’obiettivo di arrivare al potere come l’obiettivo supremo. Gran parte dei movimenti riformatori contemporanei considerano lo stato come un peso per loro. Rimanere al di fuori del sistema statale e della responsabilità di governo non soltanto dà a questi movimenti una maggior capacità di raggiungere i propri obiettivi, ma può costituire una fonte di forza impressionante. I settori dell’istruzione, della cultura, dell’economia, dell’informazione, del non profit, della questione femminile e dei giovani, non hanno meno influenza nel determinare il cambiamento sociale rispetto alla politica ed all’azione di governo.

Se lo scopo della fondazione dello stato nazionale moderno era quello di difendere una certa terra ed una data società politica, la difesa e la tutela nel terzo millennio hanno acquistato un significato differente. Oggi lo stato non è più l’unica istituzione che organizza ed amministra la società. La moderna tecnologia delle comunicazioni può contribuire a creare una coesione fra grandi gruppi di persone, e può aiutare ad organizzarli ed a gestire i loro affari.

Lo stato, nel mondo di oggi, non è che un peso che necessita di essere difeso. Vi sono gruppi che non vogliono basarsi su uno stato, perché esso può essere distrutto o intimidito. Il desiderio di evitare il fardello di uno stato emerge chiaramente anche nelle organizzazioni più potenti ed influenti.

Forse tra le prime cause della comparsa dello stato moderno come forma suprema di organizzazione sociale vi è stata la sua capacità di amministrare grandi gruppi di persone e di sfruttare le risorse. Ma oggi questa capacità non è appannaggio esclusivo dello stato.

La diffusione delle tecnologie della comunicazione, dalla radio alla televisione, ai canali satellitari, a internet, permette di aprire nuovi orizzonti all’organizzazione di una società, e nuove possibilità di sostituire le istituzioni ufficiali. Le telecomunicazioni oggi sono a basso costo, sono diffuse in tutto il mondo, e giocano un ruolo importante nella mobilitazione delle masse.

Tra slogan e realtà

Il movimento islamico afghano, come altri movimenti islamici, ha fatto proprio il grande sogno – diffuso nella letteratura politica – della città virtuosa, che può essere considerata una copia dello stato instaurato dal Profeta e dai suoi seguaci. Tuttavia, quando si è trovato al potere, esso si è visto costretto a trattare, a fare concessioni e compromessi con i propri nemici, ed è entrato in conflitti sanguinosi con i propri stessi figli. Tutto questo lo ha indebolito e gli ha fatto perdere il proprio serbatoio popolare.

Quando il movimento si è visto incapace di raggiungere la perfezione e di tradurre in realtà le proprie idee assolute, ha inevitabilmente cozzato contro il muro degli ostacoli e della realtà. Ciò ha generato profondi risentimenti nelle fasce popolari ed una sfiducia crescente nei propri affiliati. Il potere era destinato ad indebolire il movimento, ed a ridimensionarne la capacità di attrazione e la purezza ideologica. Rimanere fuori dalla cerchia del potere può invece contribuire a salvaguardare la forza del movimento, ed aiutarlo maggiormente a determinare un cambiamento nella società.

A destare sconcerto nel caso afghano è il fatto che i primi pionieri del movimento islamista, quando cominciarono ad entrare in contatto con gli ufficiali dell’esercito, ed a pianificare il golpe ai danni del regime di Mohammed Daud nel 1975, non avevano neanche finito i loro studi universitari. Oggi la gente si chiede cosa sarebbe accaduto se quel piano avesse avuto successo e se questi giovincelli avessero preso il potere. Quale catastrofe avrebbero attirato su loro stessi e sul paese?

L’esperienza del movimento islamista in Afghanistan, dal punto di vista delle vittime, della durata, e del livello di distruzione che ha lasciato dietro di sé, è considerato fra le esperienze belliche più devastanti del XX secolo, se non degli ultimi tre secoli.

Questa esperienza ha confermato il successo degli islamisti nell’arte della guerra ed il loro fallimento nel campo dello sviluppo e della civiltà. Se sfogliamo la letteratura del jihad afghano, saremo colti dallo sconcerto nel riconoscere una logica colma di significati rivoluzionari ma priva di qualsiasi visione strategica in grado di illuminare la via. L’esperienza islamista in Afghanistan ha ricalcato in grande misura i modelli di comportamento dei nomadi ed il loro coraggio, contrassegnati però da una notevole grossolanità.

L’esperienza dell’Islam combattente in Afghanistan ha dimostrato che il sacrificio di vite umane non può cambiare una data situazione, neanche con fiumi di sangue e montagne di cadaveri. La filosofia della spada, adottata da diversi gruppi nella storia dell’Islam non è mai riuscita a cambiare una data situazione o ad ottenere un diritto.

Queste esperienze hanno portato gli esperti di giurisprudenza islamica a proibire la discordia e la ribellione contro colui che detiene il potere, anche se quest’ultimo fosse ingiusto. Questo punto di vista, sebbene singolare, è espressione del fallimento delle rivoluzioni e dei progetti violenti nella storia islamica.

Un impero che fa a meno dello stato

Non lontano dall’Afghanistan, vi è un’altra esperienza, guidata da Fethullah Gülen in Turchia, che si concentra invece sulla costruzione dell’uomo. La corrente di Gülen non è un’organizzazione politica, ma un movimento religioso  e sociale la cui preoccupazione è quella di determinare un cambiamento nella società attraverso l’istruzione e l’informazione, grazie alla fondazione di scuole e di università ovunque.

Il movimento di Gülen possiede oggi migliaia di scuole e università, in più di 90 paesi in tutto il mondo. Esso possiede anche canali satellitari, riviste, giornali e grandi istituzioni benefiche e culturali in numerosi paesi. Il quotidiano Zaman da solo stampa un milione di copie al giorno.

Il movimento di Gülen, che è considerato un generoso sostenitore di altri movimenti islamici in Turchia, ha le sue peculiarità che lo differenziano dalle altre esperienze islamiche in Medio Oriente. Tali peculiarità consistono essenzialmente nell’evitare lo scontro con l’autorità, nel concentrarsi sul lavoro e non sugli slogan, e sulla sostanza piuttosto che sulla forma.

Nel frattempo il mondo sta assistendo alla nascita di un nuovo impero turco che ha cominciato a estendere il suo dominio sull’area geografica turcofona, dal nord della Cina al cuore del Caucaso. Tale impero cerca di diffondere la lingua e la cultura turca in altre aree del pianeta.

Se gli Ottomani avevano schiacciato le fortezze dell’Europa con la spada, i seguaci di Gülen oggi entrano invece nei centri mondiali della scienza attraverso la porta principale.

Un’altra esperienza in Bangladesh

Un’altra esperienza positiva è rappresentata dall’economista musulmano Muhammad Yunus, il padre fondatore della banca dei poveri in Bangladesh (Yunus, considerato l’ideatore del microcredito, è stato insignito del premio Nobel nel 2006 (N.d.T.) ). Se un solo uomo è riuscito a realizzare una rivoluzione economica nei luoghi più poveri del mondo, perché altri movimenti che hanno uomini e mezzi a loro disposizione non riescono a fare neanche un decimo di ciò che ha fatto quest’uomo?

Muhammad Yunus non ha riempito le orecchie dei bengalesi indigenti con discorsi di fuoco, tuttavia ha realizzato una rivoluzione nel settore dell’economia e dello sviluppo contribuendo a migliorare la situazione dei poveri non solo in Bangladesh ma anche altrove.

Mentre l’informazione occidentale denuncia ai quattro venti la discriminazione sessuale ai danni della donna musulmana, Yunus non ha risposto con sermoni religiosi, ma ha fatto in modo che il 94% degli impiegati della sua banca fossero donne bengalesi vittime dell’oppressione sociale.

Conclusione

A mezzo secolo dalla nascita del primo nucleo del movimento islamista in Afghanistan, vediamo che esso è ormai su posizioni ancora più arretrate rispetto a quelle da cui era partito, a causa del fatto che l’Islam è stato ridotto soltanto alla politica ed allo stato. Ma la società islamica con i suoi aspetti educativi, culturali, spirituali, sociali ed economici, non può essere ridotta soltanto alla questione del governo.

Se il movimento si fosse dedicato ad istruire la gente, a combattere la povertà della conoscenza prima ancora della povertà economica, se si fosse impegnato a cancellare l’analfabetismo e ad amministrare la società, avrebbe costruito una civiltà e riportato la speranza in una società che sta sprofondando nella violenza, nella droga, nel tribalismo, nella povertà, nella paura e nell’occupazione straniera.

Il movimento islamista in Afghanistan è riuscito a sfidare la più grande potenza terrestre dell’epoca (l’Unione Sovietica), instillando lo spirito del jihad nelle vene di milioni di persone, ma oggi è incapace di fondare una scuola o un’università, o un orfanotrofio per coloro che hanno perso i loro genitori sotto la sua bandiera.

Il movimento islamista in Afghanistan non ha bisogno di uno stato, soprattutto se quest’ultimo è considerato il quinto stato più corrotto del mondo, uno stato che esporta il 90% dell’eroina mondiale, ed il cui presidente vive al riparo della protezione americana.

Non è giunto il momento di imparare dai nostri errori, di porre un limite alle nostre aspirazioni nei confronti del potere, e di sforzarci piuttosto per creare nuove forme di civiltà, di interazione sociale e di azione popolare?

Bashir al-Ansari è uno studioso e diplomatico afghano; ha studiato in Sudan e negli Stati Uniti; esperto di sharia e di studi islamici, ha scritto su numerosi giornali arabi, quali al-Sharq al-Awsat, Dar al-Hayat, al-Qabas, ecc.

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