23/10/2009
Original Version: Paranoia over Pakistan
I Talebani sono “ a 60 miglia da Islamabad”, dichiarava un editoriale allarmista del New York Times lo scorso 27 aprile. Un rapporto di quello stesso mese, da parte del generale Petraeus, indicava che il Pakistan era in grave pericolo. I pakistani, secondo il sentire comune di allora, erano semplicemente incapaci di comprendere il pericolo esistenziale che stavano correndo. Quindi, l’imperativo rimaneva per gli Stati Uniti quello di spingere l’esercito pakistano all’azione, e a raddoppiare i propri sforzi per smorzare la minaccia talebana. Dopo qualche titubanza, ed adeguati nuovi aiuti militari, l’esercito pakistano ha finalmente lanciato l’operazione Rah-e Rast (Operazione Retto Sentiero) nello Swat, la quale ha fermato l’avanzata talebana, ma in realtà ha anche prodotto milioni di sfollati ed ha notevolmente ampliato la portata della crisi umanitaria.
Contemporaneamente, gli Stati Uniti hanno aumentato il numero di attacchi missilistici con aerei senza pilota su obiettivi prefissati, riportando moderati successi (l’uccisione di Baitullah Mehsud in agosto), ma provocando una sempre più lunga lista di vittime civili, e diffuse condanne nei confronti degli Stati Uniti in tutto il Pakistan. Né l’operazione dell’esercito pakistano né gli attacchi aerei americani hanno comunque prodotto miglioramenti nella stabilità o nella sicurezza in Afghanistan, mentre il Pakistan è ora impantanato in una delle maggiori crisi umanitarie della propria storia.
Ma torniamo all’inizio di quest’anno. Il Pakistan correva davvero il rischio di cadere nelle mani dei Talebani – un rischio che sarebbe stato evitato solo dall’attacco nella valle di Swat? Leggendo i rapporti provenienti dalla regione ( l’esercito pakistano sta operando in una situazione di blackout dei media) e le testimonianze dei cittadini sfollati, la risposta è chiaramente “no”. I Talebani che operano nelle regioni del nord e del sud-ovest erano e sono ancora un gruppo amorfo e mal definito, ideologicamente e politicamente frammentato – composto da jihadisti, nazionalisti laici e gruppi tribali. Non vi era alcun percorso logico che avrebbe portato a pensare che essi sarebbero stati capaci di sopraffare una nazione di circa 180 milioni di abitanti, con un esercito permanente di 600.000 uomini, vibranti megalopoli e stabili infrastrutture civili.
Allo stesso modo, la storia del Pakistan è stata rozzamente liquidata, nella fretta di dichiararlo un paese vacillante, in procinto di diventare uno stato radicale o uno stato fallito. Anche un’analisi sbrigativa mostrerebbe che i cittadini del Pakistan, nelle poche opportunità dategli, hanno mantenuto i partiti islamici conservatori al di sotto del 10% in ogni elezione. E ciò malgrado il fatto che il Pakistan abbia dovuto sopportare un decennio di politiche di islamizzazione ad opera del generale Zia ul-Haq, che ha fatto del suo meglio per radicalizzare e militarizzare i suoi cittadini nello sforzo di lanciare il jihad in Afghanistan e in India. Eppure il Pakistan è emerso da quell’epoca buia ed ha abbracciato le politiche largamente laiche dell’ex primo ministro Benazir Bhutto e di Nawaz Sharif.
Forse però la svista più grande è consistita nel fatto che l’amministrazione Obama ha ignorato il passato recente del Pakistan. Esso era nuovamente diventato uno stato democratico. A partire dal 2007, un vibrante movimento pacifico a favore dello stato di diritto ha combattuto contro l’autocrazia del generale Pervez Musharraf – il dittatore sostenuto da Washington. Nelle elezioni del 2008, i pakistani hanno rifiutato i partiti religiosi in tutte le province, portando al potere il partito dell’assassinata Benazir Bhutto. Questo era il cuore pulsante della democrazia nel mondo islamico. Mentre l’America un tempo è stata vicina ai dittatori del Pakistan, ora avrebbe avuto l’opportunità di essere al fianco del popolo pakistano – per sostenerlo nella lotta contro il terrorismo sul proprio suolo, per appoggiarlo nella costruzione delle proprie infrastrutture giuridiche e civili, e nel trasformare un’economia militarizzata in un’economia globalizzata del XXI secolo.
Invece, noi americani ci siamo rivolti nuovamente all’esercito, chiedendogli di lanciare una nuova guerra interna estremamente destabilizzante. Abbiamo fatto ancora più affidamento sugli attacchi degli aerei senza pilota. Non abbiamo coinvolto le potenze regionali – India, Cina, Iran, Arabia Saudita – nella discussione sull’Afghanistan. Come era prevedibile, le conseguenze hanno compromesso i nostri obiettivi. Il governo civile non ha alcun valido programma sul piano interno per affrontare le molte sfide che lo aspettano. Non offre soluzioni, politiche o civili, alle sofferenze della gente della valle di Swat, né alcun piano per gestire la crisi umanitaria esistente. È percepito sempre più come un governo debole e sotto l’influenza americana.
L’esercito, dopo aver “cantato vittoria” nello Swat, ha lanciato ora un’offensiva nel Waziristan – l’Operazione Rah-e Nijat (Via verso la salvezza) – per combattere il Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), il movimento dei Talebani pakistani. L’operazione giunge dopo undici giorni di attacchi terroristici ad opera del TTP avvenuti in tutto il Pakistan, attacchi che hanno colpito anche il quartier generale dell’esercito. Ancora una volta non ci sono indicazioni su cosa verrà considerato un successo, su come il governo affronterà l’esodo di civili dalla regione, o – cosa ancora più importante – su cosa accadrà quando il TTP si sposterà nella vicina, e altamente instabile, regione del Baluchistan. Sicuramente l’esercito non avrà altra opzione che quella di dichiarare l’operazione in Waziristan un successo, per poi spostarsi in Baluchistan, dove un movimento separatista ha lanciato la propria guerra già dal 2004.
Ignoriamo la storia e la realtà, nella nostra missione di combattere la nostra “guerra necessaria”. Swat, Waziristan e Baluchistan sono tutti sintomi di una società civile incompleta, avviluppata dalla povertà e dall’analfabetismo, e pronta ad essere sfruttata dagli estremisti religiosi. Abbiamo bisogno di ben più dell’equipaggiamento militare per combattere tali sintomi. Abbiamo bisogno di un governo civile forte e legittimo, che sia responsabile di fronte al suo popolo – tutto il suo popolo.
Manan Ahmed è uno storico pakistano che vive negli Stati Uniti; gestisce il blog chapatimystery.com




Delicious

