01/11/2009
Original Version: On opposite trajectories
La fine del ruolo turco come pilastro dell’alleanza occidentale contro l’Unione Sovietica, le difficoltà incontrate da Ankara nel negoziato per l’adesione all’UE, e l’unilateralismo israeliano in Medio Oriente, hanno posto la Turchia e Israele su traiettorie opposte, inevitabilmente destinate a collidere – scrive Murhaf Jouejati
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La Siria non avrebbe potuto essere più contenta di fronte alla diatriba che si è recentemente venuta a creare tra Israele e la Turchia. Ankara, un tempo uno dei più fedeli alleati di Israele, si trova oggi a concordare pienamente con la Siria sulle difficoltà incontrate nel trattare con lo stato ebraico e con il suo comportamento oppressivo nei confronti dei palestinesi.
La Turchia ha iniziato a sentirsi a disagio nei confronti di Tel Aviv quando, dopo quattro promettenti round di colloqui di pace indiretti fra Siria e Israele attraverso la mediazione turca nel 2008, l’esercito israeliano ha scatenato un violento attacco contro Gaza. Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan, il quale era intervenuto personalmente tra Siria e Israele per cercare di trovare un accordo di pace tra le due parti, si è sentito pugnalato alle spalle – a quanto si dice – quando, proprio alla vigilia della quinta tornata di colloqui, Israele ha sferrato la sua guerra omicida su Gaza, uccidendo di fatto i negoziati di pace con la Siria.
Ma anche prima dell’avventura israeliana a Gaza, Erdogan si dice sia rimasto urtato dalle macabre immagini di un’intera famiglia palestinese massacrata dal fuoco israeliano mentre stava facendo un pic-nic su una spiaggia di Gaza nel giugno 2006. Il segno che questo massacro ha lasciato nella coscienza di Erdogan è stato così profondo che egli ha citato questo episodio nella sua pubblica condanna della violenza israeliana contro i palestinesi, in occasione del Forum mondiale dell’economia tenutosi nel gennaio 2009 a Davos. Per manifestare ulteriormente lo scontento turco verso Israele, il governo Erdogan ha cancellato la partecipazione di Israele all’esercitazione militare “Aquila dell’Anatolia” dell’ottobre di quest’anno – un’esercitazione aerea congiunta della NATO nei cieli turchi.
Le azioni israeliane spiegano il malcontento turco, ma solo in parte. Dopotutto, la prolungata occupazione di territori arabi da parte di Israele, il suo tirarla per le lunghe nelle trattative di pace, e la sua brutalità contro i palestinesi non rappresentano una novità. L’altra parte della spiegazione è invece il risultato di un cambiamento nella politica estera sia della Turchia che di Israele. Riguardo alla Turchia, due dinamiche sembrano essere in gioco: la fine del ruolo turco come pilastro dell’alleanza occidentale dopo la fine della Guerra Fredda, da un lato, e l’insistenza europea sulla democratizzazione della Turchia come precondizione per l’adesione all’Unione Europea, dall’altro. Ciò ha indebolito il controllo dell’esercito turco sulla politica interna ed estera della Turchia, rafforzando invece i partiti politici di massa.
La seconda dinamica ha a che vedere con i tentennamenti e le perplessità dell’UE sulla questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione – i quali hanno rappresentato un catalizzatore nel cementare l’identità nazionale e l’orgoglio turco. Anche i più europeizzati tra i turchi sono giunti a condannare l’atteggiamento di superiorità con cui l’Europa li ha trattati. Vista la ricca storia imperiale della Turchia, accanto ad una popolazione di 72 milioni di abitanti, e ad un’economia che fa apparire modeste quelle dei vicini paesi mediorientali, era solo questione di tempo prima che la Turchia optasse per il ruolo di leader regionale che oggi detiene, piuttosto che per quello marginale cui Bruxelles l’avrebbe relegata.
Per quanto riguarda Israele, una volta parte integrante della stessa alleanza occidentale anti-sovietica, la propria accumulazione di potere nel corso del tempo le ha consentito di agire unilateralmente e impunemente, a tal punto che oggi Israele sfida la stessa superpotenza che la protegge, gli Stati Uniti, anche su una questione come quella dell’espansione degli insediamenti ebraici nei territori arabi occupati. In sintesi, lo sciovinismo israeliano sta radicalizzando il Medio Oriente e, così facendo, sta mettendo in pericolo la stabilità regionale che la Turchia cerca di promuovere attraverso la sua politica dei “zero problemi con i vicini” – un nuovo approccio regionale turco in base al quale i suoi rivali regionali dovrebbero ora sotterrare l’ascia di guerra. In queste circostanze, le due opposte traiettorie prese dalla Turchia e da Israele erano destinate a collidere.
Malgrado l’euforia siriana per l’allontanamento della Turchia da Israele, sarebbe nell’interesse di tutti, anche in quello della Siria, se Ankara e Tel Aviv ristabilissero un po’ di calma nelle proprie relazioni. La Turchia ha dato prova di essere un mediatore efficiente fra Siria e Israele e, se i negoziati di pace venissero ripresi, Ankara dovrebbe essere presente – che ciò le piaccia o meno – al tavolo delle trattative insieme agli USA, i quali, per come stanno le cose, hanno mostrato di essere un mediatore non più imparziale della Turchia.
Murhaf Jouejati è un accademico di origine siriana residente negli Stati Uniti; è professore di Studi Mediorientali presso il NESA Center for Strategic Studies della National Defense University, con sede a Washington















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