30/10/2009
Original Version: أساليب جديدة للمقاومة الفلسطينية ليس بينها السلاح
I portavoce di Hamas dicono che, fra le altre cose, ciò che ha impedito la firma del documento di riconciliazione con Fatah e con le altre fazioni palestinesi è una frase all’interno del testo che prescrive la “proibizione di costituire organizzazioni armate” sia in Cisgiordania che a Gaza. Mentre alcuni suggeriscono che la frase sarebbe stata aggiunta al testo all’ultimo momento all’insaputa di Hamas, altri la considerano una prova delle intenzioni deliberate di Fatah – e naturalmente dell’Egitto, in qualità di estensore del documento – di impedire alla resistenza di agire nei territori palestinesi occupati, e addirittura di cancellare definitivamente la resistenza stessa come arma del popolo palestinese contro le forze di occupazione.
Sebbene Fatah e l’Egitto abbiano cercato di chiarire che quella frase era rivolta ai gruppi armati che si stanno diffondendo nei quartieri e nelle strade con il pretesto del mantenimento della sicurezza – in altre parole, si riferiva di fatto alle milizie fondate dalle fazioni – e hanno affermato che la resistenza è essenzialmente un’attività segreta che non ha alcun rapporto con la sicurezza interna, la quale resta una responsabilità dei servizi di sicurezza dipendenti dall’ANP, ciò non è servito né a sciogliere le riserve di Hamas riguardo al documento, né a stabilire una data per la firma.
Senza voler entrare nel merito delle riserve di Hamas e di altre fazioni, o della necessità delle fazioni di avere delle milizie per proteggersi, rileviamo che la questione della “resistenza” a Gaza e in Cisgiordania, al di là dei metodi e dei criteri adottati, richiede una serie di riflessioni che possiamo riassumere nella maniera seguente:
1) A proposito dei sistemi e dei metodi della resistenza
Alla luce dei provvedimenti israeliani che hanno incluso perfino i lavoratori palestinesi che attraversavano quotidianamente la linea verde per lavoro, seguiti dalle accurate perquisizioni di coloro a cui veniva consentito l’ingresso, e poi dalla costruzione del muro di separazione in Cisgiordania e a Gaza, e dall’accerchiamento delle regioni dell’ANP da tutti i lati (e perfino dal mare), alla resistenza palestinese nella forma che abbiamo conosciuto finora non resta che fare ciò che ha fatto ormai da anni: lanciare qualche razzo primitivo e poco efficace verso le regioni israeliane vicine al confine.
E’ inutile dire che i palestinesi in Palestina e all’estero – ed anche i sostenitori della causa palestinese nei paesi arabi e nel mondo – sono ormai del tutto consapevoli, soprattutto dopo la recente barbara aggressione alla Striscia di Gaza, delle conseguenze catastrofiche a livello umanitario, economico, sociale (e perfino a livello della resistenza), che l’uso di questi metodi di opposizione alla potenza occupante comporta. Ancora oggi, a quasi un anno da quell’aggressione, la gente di Gaza continua a vivere all’aperto, senza che sia stato ricostruito nulla di ciò che la macchina bellica israeliana aveva distrutto: abitazioni, fattorie, negozi. Per non parlare poi delle infrastrutture delle città e dei campi profughi.
Ciò non significa invitare il popolo palestinese o le sue fazioni politiche e militari a porre fine alla resistenza contro le forze di occupazione, o chiedere di assoggettare il popolo palestinese alle condizioni di resa imposte dal nemico. Significa chiedere essenzialmente di escogitare nuove strade e nuovi metodi di resistenza, che potrebbero non contemplare l’uso delle armi.
Nella pratica, quando Hamas ha accettato la tregua nella Striscia di Gaza – seppure per un tempo determinato – dopo la fine delle operazioni belliche nel gennaio scorso, ha riconosciuto in un modo o nell’altro che ciò che avveniva prima dell’attacco israeliano (il lancio dei razzi) potrebbe alla fin fine non essere nell’interesse del popolo palestinese, e forse neanche nell’interesse della resistenza. E’ dunque necessario cercare altri mezzi per proseguire la lotta al fine di realizzare i diritti legittimi del popolo palestinese.
2) A proposito delle condizioni oggettive
Dato che la geografia dei territori palestinesi occupati è quella che è, e i quattro milioni di persone che li abitano dipendono per il loro cibo quotidiano, per l’acqua che bevono, per l’elettricità ed il gas che consumano, da ciò che arriva (o non arriva) da Israele, la quale li accerchia con i suoi posti di blocco e con le sue forze armate da ogni lato; dato che il “Vietnam degli arabi” non ha al suo fianco qualcosa di equivalente alla Cina o all’Unione Sovietica, soprattutto dopo le tragiche esperienze della resistenza palestinese in Giordania ed in Libano, da un lato, e la firma da parte dell’Egitto e della Giordania di un trattato di pace con Israele, dall’altro; dato che lo stesso movimento nazionale palestinese si è trasformato in una serie di movimenti contraddittori e contrapposti sia dal punto di vista dell’analisi della situazione che dal punto di vista dei metodi di azione (per non parlare poi del fatto che alcuni hanno preso le armi contro gli altri) – considerato tutto questo, l’interrogativo spontaneo che sorge è: quale resistenza efficace e vittoriosa può nascere alla luce di queste circostanze oggettive a livello palestinese, arabo e regionale – per non parlare poi delle circostanze internazionali?
A livello internazionale, in particolare, nessuna persona ragionevole (soprattutto fra i palestinesi) può dubitare del fatto che, nell’era successiva alla Guerra Fredda, nulla è più come prima.
3) Trarre insegnamento dalle lezioni della storia
Malgrado tutto quello che è stato detto sulle “vittorie militari” contro le forze di occupazione a Gaza (o in Libano), bisogna riconoscere che la resistenza palestinese armata ha svolto un ruolo di estrema importanza negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso al fine di attirare gli sguardi del mondo sulla questione palestinese, che prima di allora era stata completamente dimenticata. Essa ha compiuto azioni eroiche, ricordate a livello arabo ed internazionale, nei territori del 1948, in quelli del 1967, nella depressione del Giordano, e nel sud del Libano, certamente esercitando il suo diritto legittimo alla resistenza ed alla lotta in favore dei diritti del popolo palestinese nella propria terra. Essa ha portato il suo leader Yasser Arafat sul podio delle Nazioni Unite, con un ramoscello d’ulivo in una mano e nell’altra il fucile della resistenza vittoriosa.
A prescindere dalle opinioni contrastanti sugli accordi di Oslo che furono firmati successivamente, e che si sarebbero risolti in un fallimento a molti livelli, bisogna riconoscere che la cosa più importante che realizzò la resistenza palestinese – e che avrebbe contribuito al raggiungimento di questi accordi – fu la prima Intifada popolare, l’Intifada delle pietre, all’inizio degli anni ’90. Tutti concordano sul fatto che la seconda Intifada di fatto “assassinò” l’Intifada delle pietre, nel momento in cui fece ricorso alle armi.
Il nemico israeliano è sempre lo stesso, ma ha accresciuto la sua forza e la sua “inattaccabilità” sia all’interno di Israele che nei territori occupati. La resistenza palestinese, che cerca di difendere i diritti del popolo palestinese di fronte al nemico israeliano, invece non è cambiata, anzi si è indebolita con il passare dei giorni, non avendo escogitato nuovi metodi che si adattassero alle mutate circostanze.
Questo articolo sarà tacciato di tradimento, o di arrendevolezza, se terminerà affermando che non è solo con le armi che si porta avanti la resistenza? Il mahatma Gandhi e Nelson Mandela non sono stati descritti, nella letteratura palestinese ed in altre letterature, come i più importanti, e forse i più efficaci, esponenti della resistenza nel XX secolo?
Mohammad Mashmoushi è un analista politico libanese




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