Una via di uscita dalla trappola afghana

05/11/2009

Original Version: A way out of the Afghan quagmire

Il dibattito sulla nuova strategia da seguire in Afghanistan ha ignorato il potenziale insito nell’idea di dispiegare nel paese forze musulmane sotto la guida dell’ONU – scrive l’ex ministro afghano Najibullah Lafraie

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Il sangue versato quotidianamente implica che di rado l’Afghanistan non faccia notizia. I recenti attacchi a Kabul e a Peshawar, presumibilmente compiuti da militanti talebani, non fanno che aumentare la pressione nei confronti degli Stati Uniti e della NATO affinché ripieghino su una nuova strategia. Le soluzioni proposte variano da un incremento delle forze armate  di 80.000 unità alla prospettiva di un ritiro, con numerose opzioni intermedie. Ma esiste un approccio alternativo. Tale alternativa richiede: la sostituzione delle truppe occidentali con un corpo armato internazionale proveniente da diversi paesi islamici, e controllato dalle Nazioni Unite; mettere in primo piano l’addestramento e l’equipaggiamento dell’esercito e della polizia afghana; un nuovo assetto politico mediante un dialogo interno all’Afghanistan, e la ricerca di una intesa regionale, coinvolgendo l’Afghanistan e gli stati confinanti insieme ad altre potenze regionali e mondiali.      

La difficoltà principale per le forze occidentali in Afghanistan – nonché il motivo  per cui un aumento delle truppe risulta insostenibile – risiede nel fatto che esse stesse sono diventate parte del problema, quindi non possono essere parte di una soluzione. Gli sforzi del generale Stanley McChrystal  per cambiare il comportamento di queste forze, e l’immagine che ne hanno gli afghani, sono lodevoli. Tuttavia, se consideriamo i fatti (per esempio,  il bombardamento delle autocisterne a Kunduz, il raid sull’ospedale del Comitato svedese per l’Afghanistan a Wardak, e la recente strage di civili a Helmand), risulta quasi impossibile evitare vittime civili e controllare i soldati durante operazioni così difficili. Anche se il comportamento delle truppe cambiasse, comunque, questo eliminerebbe solo uno degli elementi del risentimento afghano, e non modificherebbe  la loro impressione negativa. Come può il generale americano cancellare la memoria storica che gli afghani hanno delle invasioni straniere? Come può McChrystal neutralizzare la propaganda talebana che sostiene che le truppe occidentali ‘infedeli’ siano in Afghanistan a causa del loro odio per l’Islam? Come può porre fine alle “teorie della cospirazione”, diffuse fra la popolazione non talebana, circa l’idea che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano lasciato liberi Osama bin Laden e il Mullah Omar, e stiano appoggiando segretamente i Talebani al fine di avere una scusa per rimanere nella regione?    

L’addestramento delle forze di sicurezza afghane è stato ‘sponsorizzato’ come giustificazione per un aumento delle truppe, e in qualità di exit strategy per le forze straniere. Focalizzarsi sull’addestramento ed equipaggiamento dell’esercito e della polizia afghana è obbligatorio. Tuttavia, ci dovremmo ricordare che i militari e i poliziotti sono anch’essi degli afghani, i quali condividono la stessa memoria storica e le stesse preoccupazioni di altri loro connazionali. Militari e poliziotti entrano nelle divisioni di sicurezza per guadagnarsi da vivere; però, mancano della motivazione e del morale necessario per fare la guerra ai Talebani. Questo problema permarrà fino a quando le forze degli Stati Uniti e della NATO saranno nel paese. Il ritiro  di queste forze senza la necessaria pianificazione, comunque, porterebbe sicuramente alla repentina caduta del governo a Kabul. Alcuni commentatori dei media occidentali difendono una simile linea d’azione, sostenendo che “ l’Afghanistan non vale la vita di nessun altro soldato [occidentale]”. Il ritiro sarebbe moralmente ripugnante e politicamente irresponsabile perché l’Afghanistan rimarrebbe alla mercé dei signori della guerra locali. Fare dell’Afghanistan un campo di battaglia per le ambizioni degli stati confinanti e delle potenze regionali non solo contribuirebbe ad aumentare la sofferenza della popolazione, che si prolunga da 30 anni, ma metterebbe anche in pericolo la sicurezza del Pakistan e delle vicine repubbliche centro-asiatiche, destabilizzando la regione e contribuendo ad uno stato di insicurezza generale nel mondo. Il ritiro statunitense nel 1990 lasciò libertà d’azione all’ Inter Services Intelligence (ISI) pakistano portando alla salita al potere dei Talebani e finendo con l’11 settembre. Quale prossimo scenario si profilerebbe dopo un ritiro?

Alcuni hanno suggerito una “alternativa intermedia, sicura ed efficace” che richiederebbe un aumento esiguo delle truppe occidentali e la spinta a “separare e comprare” i Talebani, sostenendo contemporaneamente i signori della guerra e i leader  tribali affinché si difendano da soli. In realtà, questa opzione unisce il peggio di entrambe le parti. Tale alternativa non porterà alla pace e alla stabilità, bensì significherà la presenza indefinita delle forze straniere in Afghanistan. Inoltre, come ha dimostrato l’esperimento di “conciliazione nazionale” sotto il regime di Najibullah , non è affatto certo che molti ribelli scelgano di essere “comprati”. Anche se lo facessero, per quanto tempo durerebbe l’ “ingaggio”? Cosa accadrebbe se essi non venissero più remunerati? I signori della guerra e i leader tribali userebbero le armi e l’addestramento ricevuti  solo per l’autodifesa, o per estendere la loro sfera di influenza? In una simile situazione, cosa accadrebbe nell’ambito dell’amministrazione della giustizia e dei diritti umani? 

Non bisogna perseguire una opzione intermedia, ma trovare una strada nuova. La sostituzione delle truppe occidentali con quelle provenienti da paesi musulmani, sotto il controllo delle Nazioni Unite, eviterà il caos e il prevalere dei signori della guerra, fornendo l’opportunità di addestrare le truppe afghane. Ciò inoltre aprirà la strada ai negoziati con i ribelli, i quali hanno rifiutato qualsiasi trattativa fino a quando il ritiro degli Stati Uniti e della NATO non sarà almeno all’ordine del giorno. Essi sembrano però disponibili all’idea di dispiegare soldati provenienti dai paesi musulmani. Un reportage del New York Times, datato maggio 2009, ha riferito le parole di un rappresentate di Hekmatyar, un leader degli insorti, che affermava di aver discusso tale idea insieme ad alcuni responsabili del Dipartimento di Stato americano.

I responsabili governativi occidentali devono cominciare a considerare questo approccio seriamente – potrebbe essere la loro unica via d’uscita da questa insidiosa situazione.

Najibullah Lafraie è stato ministro degli esteri dell’Afghanistan tra il 1992 e il 1996; attualmente insegna presso l’Università di Otago in Nuova Zelanda

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