17/11/2009
Original Version: “إن شاء الله” اليوم، غداً
L’attuale governo libanese è soltanto il risultato di un accordo regionale – sostiene il giornalista Saad Mehio. In realtà la politica libanese continua a trovarsi in una fase di “coma profondo”, che può sfociare in ogni momento in una spaventosa destabilizzazione – scrive l’editorialista libanese Saad Mehio
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Governo di “concordia nazionale” in Libano? Diciamo piuttosto governo di “concordia regionale ed internazionale”; o governo di ristretti interessi economici; o governo delle contrattazioni settarie prima ancora che storiche.
Potrebbe apparire come un giudizio severo, per un governo ancora allo stato embrionale, guidato da un primo ministro giovane, che non ha ancora raggiunto i quarant’anni di età, e che ha espresso grande entusiasmo di fronte alla sfida di trasformare il suo esecutivo da governo di gestione delle crisi a governo di costruzione dello stato (come ha detto egli stesso).
Tutto questo può essere vero, tuttavia il giudizio è realistico.
Infatti, tutti sanno che questo governo non avrebbe visto la luce senza il vertice di Damasco degli inizi del mese scorso, fra il re saudita Abdullah bin Abdul Aziz e il presidente siriano Bashar al-Assad, durante il quale fu raggiunto l’accordo per la redistribuzione delle quote e degli incarichi nel paese dei cedri.
E tutti sanno della volontà del presidente Assad di costituire il governo prima del previsto vertice con il presidente francese Sarkozy. Assad infatti sapeva che quest’ultimo avrebbe usato il governo come una carta per esercitare pressioni su di lui.
Quanto all’ “accordo” sugli interessi economici e sulle contrattazioni settarie, il loro ruolo è stato subordinato all’accordo internazionale e regionale. E questo è un fatto intuitivo. Infatti com’è possibile “dividere il formaggio” (secondo la famosa espressione dell’unico uomo di stato nella storia libanese, Fouad Chehab (fu presidente della repubblica libanese dal 1958 al 1964 (N.d.T.) ) tra i parenti, se i “cuochi” all’estero non si sono ancora accordati sulla decisione di cuocerlo?
Inoltre: la crisi per la definizione del governo è durata 4 mesi e 12 giorni, mettendo a nudo la distanza che ormai separa la politica dai politici e la cittadinanza dai cittadini in Libano. Si tratta in effetti di una distanza siderale.
I politici non danno alcun peso alla democrazia ed alle elezioni, perché sanno di essere giunti nel paradiso della classe di governo su un piatto d’argento regionale ed internazionale. Essi dunque tengono in poco conto i propri elettori, e santificano i propri protettori regionali. I cittadini sono invece ormai apolitici o anti-politici. Ma siccome la maggior parte di essi appartiene a una mentalità settaria o confessionale, ben presto essi accettano ciò che hanno approvato i loro leader “eletti”, purché vada a danno delle altre fazioni.
Quanto alla politica vera, il suo cuore ha ormai cessato di battere in Libano, dopo che per un breve periodo fra il 2005 e il 2008 era parso a tutti che questo paese “piccolo geograficamente, ma importante a livello internazionale” (come disse Metternich) avesse intrapreso, per la prima volta dalla sua indipendenza, il cammino verso la vera democrazia.
Questo è il Libano – molti si affretteranno a dire. Fu così fin da quando nacque la provincia libanese all’ombra dei paesi europei a metà del XIX secolo, poi all’ombra della Francia negli anni ’20 del XX secolo, e poi all’ombra degli Stati Uniti, dell’Arabia Saudita e della Siria nel 1989. Ma era così perfino durante l’epoca ottomana durata quattro secoli, quando i sultani imponevano il loro controllo su queste regioni montuose e riottose giocando sui contrasti fra i loro abitanti.
Ma fino a quando ciò che è stato continuerà a ripetersi in maniera immutata, che ragione c’è di lamentarsi e “brontolare”?
Una ragione logica, e molto importante: il coma e l’impasse della politica in questo paese non rimangono tali a lungo senza conseguenze, ma possono sfociare in ogni momento in una spaventosa destabilizzazione, ogniqualvolta i “patroni” esteri del Libano avranno interesse a che questo avvenga. Ciò rende il Libano molto simile ad una bomba ad orologeria, sempre in attesa di colui che deciderà di farla esplodere.
Saad Mehio è una analista politico libanese; scrive abitualmente sul quotidiano “al-Khaleej” degli Emirati Arabi Uniti


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