11/10/2009
Original Version: Yemen’s forgotten refugee crisis
I rifugiati somali di Sana’a sono arrabbiati. Seduti sul pavimento di cemento di un “centro di accoglienza” privo di qualsiasi struttura, inveiscono contro il governo e l’Agenzia ONU per i rifugiati. “Quelli che vengono nello Yemen sono i rifugiati più sfortunati del mondo”, dice uno di loro. “Siamo in una prigione senza sbarre. Perché ci salvano la vita dopo che abbiamo affrontato viaggi rischiosissimi, per poi abbandonarci?”. I somali sono disoccupati, affamati e sempre più sgraditi nel più povero dei paesi arabi.
Lo Yemen – unico paese della penisola araba ad aver firmato la Convenzione sui rifugiati del 1951 – si trova ad essere impotente di fronte alla necessità di fermare l’afflusso di somali ed etiopi che attraversano il Golfo di Aden ed il Mar Rosso. I somali giungono da Bossaso, nello stato del Puntland, mentre gli etiopi arrivano da Gibuti. Lo Yemen riconosce ai somali (ma non agli etiopi) lo status di rifugiati.
I somali si presentano ai centri di prima accoglienza dove gli viene dato cibo, acqua, e la possibilità di riprendersi dopo una traversata di due o tre giorni. Solo una piccola minoranza è in grado di pagare le svariate centinaia di dollari che gli vengono richieste dai trafficanti di uomini che cercano di portarli in Arabia Saudita. Si pensa che la maggior parte di questi trafficanti di clandestini, che forniscono assistenza alle persone in entrata ed in uscita dal paese – che si tratti di rifugiati provenienti dal Corno d’Africa, di emigranti yemeniti in cerca di lavoro in Arabia Saudita, o di donne e bambini destinati al mercato del sesso o ai lavori domestici – siano yemeniti.
L’UNHCR sostiene che nel 2008 siano stati più di 50.000 i somali arrivati nello Yemen, di cui più di mille non sono sopravvissuti. Gli sforzi internazionali per collaborare con le autorità del Puntland al fine di arrestare i trafficanti di uomini appaiono insufficienti. Il totale dei rifugiati quest’anno potrebbe oscillare fra gli 80.000 ed i 100.000, se si aggiungono quelli recentemente sfollati da Mogadiscio o fuggiti dalla siccità senza precedenti verificatasi nel nord della Somalia.
È impossibile stimare il numero di etiopi, poiché essi sono considerati immigrati illegali (e non rifugiati) e si nascondono quindi alle autorità. Ignorando i propri obblighi di firmatario della Convezione sui rifugiati, lo Yemen respinge con la forza i dissidenti politici, abbandonandoli ad un destino incerto ad Addis Abeba.
Però, non tutti i rifugiati sono uguali. I donatori consentono all’UNHCR di fornire cibo e assistenza medica ai rifugiati iracheni in Giordania e in Siria, mentre Angelina Jolie e Brad Pitt fanno le loro visite improvvisate. Nessuna celebrità va però a Sana’a o Aden. Alcune organizzazioni umanitarie sono state tentate di gonfiare il numero dei rifugiati iracheni ad Amman e Damasco per aggiudicarsi maggiori finanziamenti. Nello Yemen si verifica forse la tendenza opposta: la stima del governo di 800.000 rifugiati somali – e la convinzione popolare che ce ne siano più di mezzo milione a Sana’a – è esagerata. Ma la stima dell’UNHCR, che è di 140.000, sembra poco plausibile ed esageratamente bassa.
Il loro status riconosciuto di rifugiati ha poco valore, poiché la maggior parte dei somali è tenuta a badare a se stessa. Generalmente non hanno contatti con le comunità della diaspora somala a Nairobi. Sono in pochissimi quelli che ricevono aiuti dai parenti in Occidente. Molti vivono sui marciapiedi vicino al complesso dell’UNHCR di Sana’a.
Solo i 10.000 somali ospitati nell’unico campo profughi yemenita, al-Kharaz, ricevono regolarmente cibo, istruzione ed assistenza medica. Nelle città, i profughi trovano difficoltà a sfamarsi a causa dell’inflazione cronica. Un tempo era normale per i ristoranti dare ai somali gli avanzi. Oggi c’è più competizione: l’ONU riferisce che nello Yemen un uomo su tre soffre la fame. Le opportunità per le donne somale di lavorare come collaboratrici domestiche sono diminuite, e l’unico lavoro generalmente disponibile per gli uomini è lavare le automobili. Gruppi dimenticati di uomini vestiti di stracci si vedono ovunque a Sana’a.
Il governo sostiene che non sono state poste restrizioni ai Somali in cerca di lavoro, assistenza sanitaria o istruzione, ma i somali denunciano sistematiche violazioni dei diritti. Sebbene in teoria avrebbero il diritto di ricevere carte d’identità senza alcuna spesa, le autorità sollecitano solitamente una bustarella. Molti non si possono permettere i 15 dollari solitamente richiesti, e comunque una carta d’identità fornisce solamente benefici limitati.
La polizia a volte confisca i documenti d’identità e chiede una tangente per restituirli. I somali senza documenti possono essere trattenuti in prigione per la notte, e inoltre può essergli chiesto di pagare per la permanenza. Anche se sono provvisti di documenti, attualmente gli viene impedito di prendere i mezzi pubblici, e vengono fermati e trattenuti ai numerosi posti di blocco sulle autostrade yemenite, sono soggetti al pagamento di tangenti, arrestati o sbattuti sul ciglio della strada senza avere alcun mezzo per fare ritorno alle proprie famiglie. È sempre più difficile riuscire ad affittare un alloggio senza documenti d’identità.
I somali si lamentano di essere accolti con indifferenza ogniqualvolta cercano di presentare rimostranze contro i datori di lavoro. Poiché il sistema di assistenza medica yemenita sta crollando, è diventato sempre più difficile per gli stessi yemeniti riuscire ad accedere alle cure sanitarie, ed i somali riferiscono di essere ignorati quando si presentano negli ospedali pubblici. Essi dichiarano che quando rimangono feriti in incidenti d’auto non vengono assistiti, e che violenze ed aggressioni rimangono impunite. Solo un quarto dei ragazzi in età scolare frequenta le scuole a Sana’a.
I somali dichiarano che l’UNHCR fa poco per difendere il loro diritto di lavorare e spostarsi, per proteggerli dalle estorsioni o per monitorare lo staff delle agenzie yemenite incaricate dall’UNHCR di aiutarli. Quasi tutte le donne somale che lottano per mantenere unite le proprie famiglie a Sana’a preferirebbero essere in un campo profughi, nutrite e al riparo dalle aggressioni e dal razzismo. I somali vengono accusati di portare l’AIDS e la criminalità di strada nello Yemen.
“Che alternativa abbiamo?” chiede una donna”. Quando si ha fame, le donne devono prostituirsi e gli uomini rubare”.
L’UNHCR non può ospitare tutti i somali ad al-Kharaz. Non può scegliere i propri partner né obbligare il governo a permettere l’accoglienza degli etiopi. L’aggravarsi della situazione migratoria lungo il confine saudita ha ulteriormente indebolito le capacità dell’agenzia internazionale.
Nello Yemen, l’UNHCR manca di fondi e dell’appoggio politico necessario ad esercitare il proprio mandato di assistere e proteggere i rifugiati. Il popolo yemenita è notoriamente ospitale, ma la sua pazienza sta arrivando al limite. Malgrado tutte le sue colpe, il governo yemenita ha ragione su un punto: se la comunità internazionale continua ad ignorare questa crisi dei rifugiati, aggiungerà un ulteriore elemento destabilizzante ad un paese che già corre il rischio di diventare uno stato fallito.
Angelina, è forse ora di venire a Sana’a?
Tim Morris è un ricercatore e attivista britannico, esperto di questioni relative ai rifugiati




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