10/11/2009
Original Version: حول التصعيد السعودي الإيراني ونكهته المذهبية
Le dichiarazioni e le reciproche accuse scambiate ultimamente fra l’Iran e l’Arabia Saudita preannunciano una nuova fase di crisi conclamata fra i due paesi, i cui rapporti non sono stati ottimali neanche negli anni passati. Le dichiarazioni della Guida suprema dell’Iran, Ali Khamenei, ai leader della delegazione iraniana per il pellegrinaggio alla Mecca, alcune settimane fa (sia Khamenei che il presidente iraniano Ahmadinejad hanno messo in guardia contro l’eventualità che i pellegrini iraniani alla Mecca siano “maltrattati” dalle autorità saudite, minacciando “contromisure” (N.d.T.) ), sono espressione di questa escalation. Tali dichiarazioni non solo indicano l’intenzione di fomentare manifestazioni iraniane al prossimo pellegrinaggio (cosa che suscita un estremo allarme presso la leadership saudita), ma si traducono in una critica aperta alla precedente condotta saudita nei confronti dei visitatori sciiti al cimitero della città di Medina (vi furono scontri fra i pellegrini sciiti e la polizia saudita nel febbraio del 2009 (N.d.T.) ), oltre che in una condanna per il presunto ruolo saudita negli attentati contro gli sciiti in Iraq e in Pakistan.
E’ certo che le dichiarazioni della Guida suprema non sono state una “gaffe” passeggera, bensì il coronamento di una guerra mediatica senza precedenti, scatenata dai mezzi di informazione iraniani contro l’Arabia Saudita ormai da mesi (la risposta araba a tale campagna è stata l’oscuramento della televisione iraniana in lingua araba al-Alam TV sui satelliti Nilesat e Arabsat). Il chiaro messaggio sotteso a questa campagna mediatica è che la pazienza iraniana si è ormai esaurita, e che il continuo “incitamento settario” da parte dell’Arabia Saudita non sarà più accettato e riceverà una risposta adeguata. A ciò si aggiunge quella che dall’Iran viene vista come un’esortazione saudita nei confronti degli Stati Uniti a mostrare intransigenza nella trattativa con l’Iran sulla questione nucleare.
Sappiamo che affrontando questo argomento ci infiliamo in un vespaio, tuttavia ci auguriamo che ciò serva solo a dare un sincero spunto di riflessione ai musulmani, e speriamo che nessuno voglia gettare ulteriore benzina sul fuoco della crisi, soprattutto alla luce della nuova svolta che essa ha registrato con l’inasprimento del conflitto fra lo stato yemenita e i ribelli Houthi. In questo conflitto, al di là delle sue radici locali, sono ormai chiaramente entrati anche i sauditi, preceduti dagli iraniani.
In questo momento ci troviamo di fronte a un’equazione estremamente complessa. Da un lato sembra che i rapporti fra l’Arabia Saudita e la Siria, alleata di Teheran nella regione, siano in fase di miglioramento (alcuni ritengono che il desiderio saudita di migliorare tali rapporti sia parte di un tentativo di allontanare Damasco dall’asse iraniano). Dall’altro sembra che la questione nucleare iraniana abbia registrato una nuova svolta, alla luce del riconoscimento americano ed occidentale dell’impossibilità di cancellare il programma nucleare iraniano nella sua interezza, e della conseguente necessità di esaminare nuove possibilità di intesa che potrebbero includere – sebbene ci sentiamo di escluderlo – il raggiungimento di accordi politici con Teheran sull’Iraq, e forse sull’Afghanistan. Questa svolta rappresenta una nuova e importante dimostrazione dell’estrema difficoltà in cui si trova Washington, e delle numerose possibilità di Teheran, i cui responsabili più di una volta hanno avuto la sensazione che i soldati americani in Iraq e in Afghanistan fossero quasi degli ostaggi in mano iraniana.
Tutto ciò sembra indicare che la nuova campagna iraniana contro l’Arabia Saudita sia espressione di una crescente sensazione di forza da parte di Teheran, malgrado le ferite derivanti dalle recenti elezioni presidenziali e dalle divisioni interne che tali elezioni hanno provocato – divisioni che sono difficilmente negabili, e le cui conseguenze sono difficilmente prevedibili. La campagna iraniana antisaudita è tuttavia anche espressione dell’incapacità iraniana di sopportare quelle che vengono percepite come provocazioni saudite nei confronti di Teheran.
Non è difficile affermare che, dal punto di vista di Teheran, l’aspetto più provocatorio del comportamento saudita sia l’incitamento “confessionale” in ambito politico e le azioni violente che – secondo l’Iran – ne derivano a danno degli sciiti in diversi luoghi (gli attentati sul fronte iraniano interno sono certamente quelli più gravi dal punto di vista di Teheran, soprattutto a causa del loro intensificarsi nell’ultimo periodo). Il regime iraniano ritiene che l’Arabia Saudita faccia ben poco per contenere il discorso settario che emerge da alcuni ambienti all’interno del paese, e dagli ambienti vicini a Riyadh in diversi paesi arabi. La retorica imperniata sul concetto della “Rafida” (il termine “Rafida”, al plurale “Rawafid”, indica letteralmente i “rifiutatori”, i rinnegati, coloro che hanno rifiutato di riconoscere i califfi succeduti al profeta Muhammad; con questo termine vengono designati gli sciiti negli ambienti sunniti – e in particolare sauditi – più intransigenti (N.d.T.) ), che riecheggia nei mezzi di informazione finanziati dai sauditi, è al centro di questo “incitamento settario”. Tuttavia l’altra faccia di questa medaglia è il fatto che i canali satellitari iraniani e sciiti a loro volta non esitano ad alimentare il discorso settario, e addirittura in molti programmi (anche se ciò non si applica a tutti i mezzi di informazione, naturalmente) hanno cominciato ad esprimere un senso di superiorità, il quale trova che non ci sia niente di male nel ripetere affermazioni estremamente provocatorie nei confronti dei sunniti.
Non meno importante è il fatto che l’Iran non tiene a freno gli ambienti che cercano di propagandare la confessione sciita in maniera provocatoria, a cui corrispondono sul fronte sunnita analoghi tentativi di sunnizzazione.
Sul fronte saudita, non sembra facile per Riyadh fermare la propria campagna settaria, innanzitutto per la difficoltà di tenere a freno gli ambienti salafiti, noti per la loro intransigenza nei confronti della confessione sciita (e ciò vale sia per il salafismo tradizionale che per il salafismo jihadista, e perfino per il salafismo riformista e per gli ambienti dei Fratelli Musulmani influenzati dal salafismo), in secondo luogo perché vi è chi parla quotidianamente degli sforzi di sciitizzazione e delle persecuzioni subite dai sunniti in Iran, ed in terzo luogo perché questa campagna resta un importante punto di forza per l’Arabia Saudita nel tentativo di contrastare le ambizioni iraniane. Questa campagna lancia infatti un messaggio la cui sostanza è che, se le ambizioni iraniane supereranno una soglia di accettabilità, la risposta sarà una mobilitazione del mondo arabo-islamico sunnita in direzione di uno scontro a tutto campo contro l’Iran.
Nello stesso contesto emerge la questione degli sciiti in Arabia Saudita e nel Golfo, in contrapposizione a quella dei sunniti in Iran. Si tratta di una “patata bollente” che le due parti si rimpallano a vicenda, tanto più che entrambe le questioni contengono di una parte di verità. Al di là degli aspetti specifici relativi a ciascun caso, la questione fondamentale è la facoltà di ciascuna parte di rivendicare i propri diritti in maniera legale e pacifica, anche tenuto conto del fatto che il problema ha più a che fare con la politica che non con la religione. In Iran, ad esempio, vi sono minoranze che, sebbene siano sciite, denunciano ugualmente forme di discriminazione nei loro confronti, come nel caso degli arabi dell’Ahwaz (anche nota come Khuzestan, è una provincia nel sud-ovest dell’Iran, abitata da una minoranza araba sciita (N.d.T.) ). Ma in generale, le ingiustizie della politica non riguardano solo le minoranze, ma anche la maggioranza in gran parte dei paesi arabi ed islamici, con nostro grande rammarico.
In realtà ci troviamo di fronte a un’arma a doppio taglio, in quanto l’Iran potrebbe iniziare una campagna volta a fomentare le forze sciite presenti in Arabia Saudita e nel Golfo al punto da minacciare la stabilità di questi paesi, soprattutto alla luce della sensazione di forza che l’Iran nutre di fronte a paesi arabi divisi e frammentati, primo fra tutti l’Egitto, la “grande sorella” degli arabi, il cui ruolo regionale è paralizzato dalla questione della trasmissione ereditaria del potere (l’attuale tentativo del presidente Hosni Mubarak di farsi succedere dal figlio Gamal alla presidenza dell’Egitto (N.d.T.) ). Dal canto loro, l’Arabia Saudita ed altri paesi arabi potrebbero rispondere sostenendo le forze ribelli sunnite, ed anche quelle non sunnite (gli arabi dell’Ahwaz sono sciiti), in Iran.
La logica conseguenza è che arrivare allo scontro aperto fra le parti non è nell’interesse di nessuno. Né l’Arabia Saudita può permettersi l’incitamento iraniano alla ribellione delle minoranze sciite in territorio saudita e negli altri paesi del Golfo, né l’Iran può permettersi una guerra settaria nei suoi confronti, che peraltro il clima generale sembra favorire alla luce della mobilitazione settaria nella regione e della diffusione del discorso salafita – per non parlare poi della possibilità di giocare sulle contrapposizioni etniche e confessionali all’interno dell’Iran.
Sulla base di quanto detto, la chiave per risolvere questo rebus sta in un dialogo irano-saudita, e in generale in un dialogo arabo-iraniano guidato dall’Egitto e dall’Arabia Saudita, in cui la Siria può giocare un ruolo positivo, grazie ai suoi buoni rapporti con entrambe le parti. Fra l’altro, Damasco ha tutto l’interesse a giocare questo ruolo poiché avrebbe molto da perdere da un’escalation confessionale sunnito-sciita, essendo un paese sunnita che per ragioni politiche è spinto a tendere verso lo spazio iraniano.
Anche il Qatar può giocare lo stesso ruolo, grazie ai suoi buoni rapporti con entrambe le parti. E vi è infine la Turchia guidata dal partito “Giustizia e Sviluppo”, che potrebbe giocare un ruolo estremamente positivo a questo proposito, a causa della sua influenza regionale.
Un dialogo di questo tipo è più che necessario, soprattutto se esso dovesse approfittare dello stato di debolezza degli Stati Uniti. E’ un dialogo stimolato dal fatto che ci troviamo di fronte a un’equazione in cui nessuno dei suoi membri (rispettivamente, quello arabo e quello iraniano) può eliminare l’altro, per non parlare poi del fatto che esistono molti interessi condivisi fra le parti, come ad esempio la lotta contro il progetto sionista, la necessità di avere un Iraq stabile, e l’importanza dei rapporti economici. Tutto ciò aiuta a fronteggiare in maniera unita il ricatto occidentale ed americano, che invece preferisce intimidire ciascuna delle parti in causa attraverso l’altra.
Tuttavia, un’evoluzione di questo genere necessita di un miglioramento delle condizioni regionali. Da un lato necessita di un’indipendenza reale delle decisioni arabe (cosa di cui attualmente non possiamo disporre, alla luce del fatto che l’Egitto è ostaggio della questione della trasmissione ereditaria del potere e del rifiuto delle riforme), e dall’altro di un adeguamento delle ambizioni regionali iraniane a quelle degli arabi e della Turchia. Inoltre, l’Iran deve uscire dalla cornice della politica settaria che risulta provocatoria per la maggior parte dei musulmani, e bisogna andare verso una riconciliazione nazionale in Iraq, che non ponga ai margini gli arabi sunniti.
Resta infine l’esigenza che l’Iran compia un’apertura interna nei confronti delle proprie minoranze etniche e confessionali, a cui deve corrispondere un’analoga apertura interna in quei paesi arabi in cui vivono minoranze sciite.
Si tratta di una questione spinosa e delicata, come abbiamo accennato all’inizio, tuttavia il dialogo e la ricerca di denominatori comuni è l’unica soluzione, anche tenuto conto del fatto che lo scontro non andrà a vantaggio di nessuna delle parti coinvolte, andando piuttosto a beneficio del loro nemico comune rappresentato dal progetto americano-sionista.
Un ultimo accenno va fatto alla questione del pellegrinaggio, che nessuno vuole politicizzare come vorrebbe far intendere l’Iran, affinché da ciò non derivi altro caos ed altro sangue che andrebbe a danno dell’Islam e dei musulmani di fronte al mondo intero. Ci auguriamo che gli sforzi siriani e qatarioti porteranno a un superamento di questo problema, aprendo la strada alla soluzione di altre crisi, come quella degli Houthi nello Yemen, nella speranza che anch’essa si avvii verso una soluzione analoga a quella verso cui sembra incamminata la crisi libanese.
Yasser al-Zaatera è un commentatore ed analista politico giordano di origine palestinese; scrive abitualmente sul quotidiano giordano al-Dustour; è autore di diversi libri, fra cui “Il fenomeno islamista prima e dopo l’11 settembre”, pubblicato in Libano nel 2004




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