31/10/2009

Original Version: Cut off, hemmed in and slowly running out of food

Molti giorni mi sveglio al rumore delle mitragliatrici, dei razzi e degli aerei da combattimento. Il mio sonno è leggero, e mentre sogno continuo a sentire i suoni della guerra intorno a me, che diventano più forti all’avvicinarsi dell’alba. Non riuscendo a dormire, mi alzo presto e mi dirigo verso l’ufficio. Dovrebbe essere un tragitto semplice, ma oggi più nulla è semplice a Saada. Ci vuole un’ora per raggiungere l’edificio di Islamic Relief, e molto spesso vengo fermato ai posti di blocco. Non sono sempre sicuro di quale gruppo armato sia responsabile dei controlli, ma le domande sono sempre le stesse: come ti chiami? Da dove vieni? Dove stai andando?

Sono rimasto intrappolato nella provincia di Saada dall’inizio dei combattimenti tra il governo e i ribelli nel nord dello Yemen, due mesi fa. Siamo rimasti tagliati fuori dal resto del mondo. I giornalisti non riescono a entrare nella provincia, e poche organizzazioni internazionali umanitarie riescono ad operarvi. La rete delle comunicazioni è generalmente fuori servizio. Nelle strade ci sono scontri a fuoco tra gruppi armati, ma sono pochi i testimoni di questa distruzione. Ad oggi, 150.000 persone sono fuggite dalle loro case. Ogni giorno, granate cadono nelle strade. Per quelli di noi che non sono scappati, la vita è difficile e piena di dolore. Nessuno sa quando tutto ciò avrà fine.

Quando arrivo al lavoro, vengo accolto da circa 500 uomini, donne e bambini che attendono ai cancelli. A qualunque ora del mattino io arrivi, ci sono sempre persone ad attendere, nella speranza di ricevere aiuto da noi. Sono fuggiti dalle loro case e non hanno più nulla. Alcuni di essi sono vecchi, disabili o malati. Hanno camminato per lunghe distanze per raggiungerci, e hanno un bisogno disperato di cibo, acqua, medicine e protezione. Io aiuto a coordinare la distribuzione degli aiuti alle famiglie che sono rimaste intrappolate in questa situazione di conflitto. Suddivido il personale in gruppi di lavoro che distribuiscono le razioni di cibo in tre centri. I gruppi di lavoro controllano le informazioni presenti sui documenti di identificazione che il World Food Programme ha dato a queste persone, e aggiungono nuovi beneficiari alla lista, che diventa ogni giorno più lunga.

Uno dei problemi più gravi è rappresentato dal fatto che vi è una grave scarsità di cibo. Abbiamo distribuito razioni di cibo a più di 32.000 persone a Saada e nelle zone limitrofe, ma ciò non è abbastanza.  Più di un quarto dei bambini di Saada sono oggi gravemente malnutriti. La maggior parte delle persone trascorre le proprie giornate col pensiero costante di dove riuscirà a reperire il prossimo pasto. Un paio di settimane fa, una madre di tre bambini, Um Ibrahim, si è presentata nel nostro ufficio chiedendo aiuto. Suo marito era morto, e non aveva parenti che si prendessero cura dei suoi bambini. Mi ha detto che uomini armati erano entrati nella sua casa chiedendo cibo e minacciando di uccidere i suo bambini se non avesse ubbidito. Ogni giorno doveva portare delle razioni di cibo sulle colline circostanti dove questi uomini si nascondono. Anche i suoi bambini sono stati obbligati a portare acqua agli uomini armati, sotto la minaccia di venire imprigionati se non ubbidivano. Um Ibrahim è riuscita a fuggire con i suoi bambini.

Alcune delle persone più fortunate e benestanti si sono trasferite in aree vicine che sono un po’ più sicure. Ma la maggior parte dei profughi sono ancora a Saada. Tutte le scuole sono chiuse, e fungono da rifugio. Le famiglie più povere sono semplicemente fuggite sulle montagne dove sopravvivono in un ambiente selvaggio, senza tende né materassi né cibo. Dall’altra parte della strada davanti al nostro ufficio, le dodici aule della scuola Al-Salam sono stipate di famiglie, soprattutto donne e bambini. La gente cerca rifugio dalle bombe dove può. La settimana scorsa sono stato in un allevamento di polli, i cui ambienti in rovina ospitano 20 famiglie. Le condizioni erano spaventose, e vi erano soltanto alcuni brandelli di stoffa appesi sommariamente a difendere la privacy. Le persone che abitavano questo luogo non si sentivano affatto sicure ma non avevano i soldi per rifugiarsi altrove. Le donne e le ragazze erano troppo spaventate per uscire.

La guerra ha messo in ginocchio l’economia di Saada. I contadini hanno smesso di lavorare la terra. Le attività commerciali e i negozi hanno chiuso. Il prezzo del cibo, delle medicine e del carburante è triplicato. Impossibilitate a guadagnarsi da vivere, le famiglie stanno velocemente esaurendo i propri soldi e si rivolgono a noi. Tuttavia noi non riusciamo più a far entrare personale nella regione, e così le nostre risorse hanno ormai raggiunto il limite. La mia battaglia quotidiana consiste nel fare in modo che il nostro aiuto raggiunga il posto giusto al momento giusto.

Andare in giro per le strade è pericoloso a causa delle continue minacce di attacchi che ci obbligano ad interrompere il nostro lavoro, a volte addirittura per più giorni. Trovo questa situazione molto frustrante. Dato che così tante persone si trovano in una condizione di bisogno disperato, noi dobbiamo supervisionare attentamente la distribuzione di cibo, in modo da non peggiorare la situazione causando ulteriore tensione tra le famiglie, e allo stesso tempo dobbiamo assicurarci che le persone che necessitano del nostro aiuto lo ricevano. Nella città vecchia, avvengono scontri furiosi, e centinaia di persone sono state uccise o ferite. Tuttavia, vi sono soltanto due ospedali in tutta la provincia e uno di questi si trova nella città vecchia, ed è quindi isolato a causa dei combattimenti. Posso solo immaginare quali siano le condizioni per i medici e i loro pazienti. L’altro ospedale si trova in una situazione di grave carenza di attrezzature e medicinali. Noi continuiamo a distribuire cibo fino alle tre del pomeriggio, e io resto in ufficio fino alle sei. Vorrei starci più a lungo, ma devo correre a casa a causa del coprifuoco imposto in tutta Saada. L’isolamento è una delle cose più difficili da sopportare. È complicato raggiungere i colleghi, gli amici e i parenti.

Islamic relief ha contribuito all’apertura di un campo profughi più a sud, nella zona di Hajjah, e sono felice che alcune persone di Saada potranno finalmente ottenere l’aiuto di cui hanno bisogno, anche se quello che esse vogliono veramente è la pace. Quando il conflitto è cominciato l’11 agosto, non pensavo che sarebbe andato avanti per così tanto tempo, eppure i combattimenti non accennano a diminuire.

Vi è come una sensazione di claustrofobia qui. Spesso mi sento come se stessimo tutti andando incontro alla morte mentre i combattimenti proseguono, accerchiandoci da ogni parte. Non avrei mai pensato di sentirmi in trappola nel luogo che io chiamo casa, ma tutto quello che posso fare è di cercare per quanto posso di aiutare quelli che hanno perso tutto e pregare che la pace ritorni il più presto possibile.

Saddam Al-Abdeeni è un operatore umanitario yemenita impiegato presso l’agenzia Islamic Relief

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