Il mondo si sta stancando della causa palestinese

18/11/2009

Original Version: The world tires of the Palestinian cause

L’atmosfera di questa settimana al Cairo ci dice molto sulla visione che il mondo arabo contemporaneo ha della causa palestinese in relazione alle questioni di politica interna in tutti i paesi arabi. Gli arabi ed i loro governi sembrano stufi dell’incompetenza della leadership palestinese, pur rimanendo fortemente impegnati a livello emotivo a favore della giustizia e dei diritti della causa palestinese. Questo è emotivamente soddisfacente per i palestinesi, ma non molto promettente da un punto di vista politico.

Questa settimana, tutto ciò si riflette vividamente nella frenesia nazionale per la partita di qualificazione alla Coppa del Mondo di calcio fra la squadra egiziana e l’Algeria, in Sudan, in contrasto con la scarsa attenzione riservata alla condizione dei palestinesi. Anni fa, a migliaia avrebbero marciato per le strade del Cairo per esprimere sostegno ai palestinesi contro l’occupazione israeliana e la politica della colonizzazione. Oggi, è un segno dei tempi che il confine egiziano con Gaza rimanga saldamente chiuso. La minaccia palestinese di cercare sostegno presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU per ottenere uno stato indipendente ha ricevuto attenzione solo di passaggio, mentre le autorità erano impegnate a organizzare un ponte aereo per inviare i tifosi a sostenere la nazionale egiziana a Khartoum.

Per molti versi è difficile criticare gli egiziani, che si staccarono dal coro degli arabi tre decenni fa, e firmarono l’accordo di pace separata con Israele. Esso fu seguito 15 anni dopo dall’accordo di pace fra Giordania e Israele, dopo che i palestinesi avevano cercato di negoziare un compromesso di pace definitivo con Israele tramite gli accordi di Oslo. Quel tentativo fallì per molte ragioni, prima fra tutte la mancanza di serietà di Israele circa la fine della colonizzazione del territorio palestinese, e l’insistenza israeliana ad annettere gran parte di Gerusalemme, rifiutando di confrontarsi seriamente con il problema dei profughi palestinesi. Quanto ai palestinesi, il loro uso degli attentati suicidi contro gli israeliani ha rappresentato un colpo fatale per i negoziati.

Molti tentativi di negoziare una pace complessiva sono falliti negli ultimi tre decenni, e ogni volta gli israeliani e i palestinesi sono ricaduti sulle stesse posizioni retoriche: Israele dice che è disposto a discutere accordi di pace senza precondizioni (la colonizzazione e lo strangolamento delle terre e della società palestinese sono messi da parte, presumibilmente, come una non-realtà), mentre i palestinesi accusano Israele di non essere serio nel negoziato di pace. Siccome Israele è militarmente più forte e controlla la vita quotidiana dei palestinesi – come i punti di ingresso e di uscita, le risorse idriche, l’approvvigionamento alimentare, l’elettricità e il combustibile – tende a definire le condizioni sul terreno. La leadership palestinese, da parte sua, fa appello alla coscienza del mondo e al rispetto del diritto internazionale, ma con un effetto limitato e con una credibilità ancora minore.

Il mondo si è lentamente stancato dei palestinesi nella loro attuale configurazione politica, e si è concentrato su altre questioni, perché le prospettive di un negoziato di pace arabo-israeliano appaiono esili, così come hanno ripetutamente confermato, negli ultimi tre decenni, i tentativi diplomatici volti a raggiungere una pace piena. Non c’è da stupirsi che l’Egitto si sia stancato di tutto questo, sia andato per la sua strada, e ora si accalori con entusiasmo per la sua nazionale di calcio, pur mantenendo saldamente chiusi i cancelli a sud di Gaza.

La cosa stupefacente è che la leadership palestinese nel corso degli anni non si sia resa conto del fatto che, per quanto giusta e potente la causa palestinese possa essere, non è un inesauribile pozzo di sostegno emotivo e politico nella regione araba o a livello internazionale. Probabilmente saremo testimoni ancora una volta di un’alzata di spalle del mondo arabo e della comunità internazionale in risposta all’ultima idea palestinese di cercare il riconoscimento del Consiglio di Sicurezza a uno Stato palestinese di fatto. E ‘difficile immaginare un’idea più irrealistica e fantasiosa di questa, dal momento che Israele controlla la terra su cui dovrebbero essere tracciati i confini, e gli Stati Uniti, con il loro veto, controllano la capacità decisionale del Consiglio di Sicurezza.

Sarebbe stato molto più produttivo, per la leadership palestinese, andare alle Nazioni Unite e lottare per l’adozione del rapporto Goldstone sulle atrocità commesse in gran parte da Israele durante la guerra di Gaza lo scorso anno. Dopo aver tergiversato sul rapporto, e ora minacciando di compiere un approccio insensato ad un altro organismo delle Nazioni Unite, l’attuale dirigenza palestinese persiste nella sua consuetudine di vivere in un mondo di pura fantasia. E’ profondamente lontana dalla sua stessa popolazione e dagli altri popoli arabi che dovrebbero essere la sua base di appoggio, totalmente disprezzata dal governo israeliano, e in gran parte ignorata dal resto del mondo.

Tutto ciò avviene in un momento in cui i crimini di guerra e la colonizzazione israeliana continuano senza sosta, ma sfuggono all’attenzione politica a causa dell’incapacità della leadership palestinese. Non c’è da stupirsi del fatto che sempre più arabi ed altri si stiano allontanando dalla questione palestinese, dando solo superficialmente il loro sostegno retorico, senza compiere mosse politiche più onerose per opporsi alle politiche di Israele o per aiutare i palestinesi. La criminalità nazionale israeliana e l’incompetenza politica palestinese sono una combinazione letale.

Rami G. Khouri è un analista politico di origine giordano-palestinese e di nazionalità americana; è direttore dell’Issam Fares Institute of Public Policy and International Affairs presso l’American University di Beirut, ed è direttore del quotidiano libanese “Daily Star”

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