Divieto dei minareti: laicismo dalle radici cattoliche

04/12/2009

Original Version: حظر المآذن: علمانية ضاربة الجذور في الكثلكة

Il voto per vietare la costruzione di nuovi minareti ha avuto luogo in Svizzera, tuttavia l’eco delle polemiche si è diffusa rapidamente in gran parte dell’Europa – la terra del Cristianesimo, come è necessario dire a un esame più attento, se ci manteniamo nell’ambito dei termini religiosi e dei loro significati. Così in Francia, ad esempio, un sondaggio dell’ultima ora ha rivelato che il 46% dei francesi è favorevole al divieto dei minareti, mentre invece il 40% ne accetta la presenza, e il 14% degli intervistati si è rifiutato di esprimere la propria opinione. Tuttavia, l’aspetto più importante del sondaggio è stato il seguente: solo il 19% del campione ha affermato di essere favorevole alla costruzione di nuove moschee. Si tratta della percentuale più bassa degli ultimi trent’anni, inferiore perfino a quella che si ebbe dopo gli attentati dell’11 settembre, che fu pari al 22%. 

Così, troviamo che l’ex ministro della destra cristiana Christine Boutin, in Francia, afferma che “il minareto simboleggia la religione islamica, ma noi non siamo nel Dar al-Islam (la terra dell’Islam, ovvero il territorio nel quale prevale la fede musulmana (N.d.T.) )”, ignorando del tutto che la questione non è una contesa fra l’Islam e il Cristianesimo, ma riguarda uno dei diritti umani essenziali, il diritto alla libertà di fede, e ad esprimerla nei modi garantiti dalla legge . Cosa avrebbero detto la Boutin e quelli come lei se un referendum analogo si fosse tenuto al Cairo, a Baghdad, a Damasco o a Rabat, le capitali musulmane per eccellenza, e avesse avuto come risultato (con una percentuale del 57,5%, come nel caso svizzero) il divieto per le chiese di avere le campane, e il divieto di suonarle la domenica ed in occasione delle feste religiose cristiane? Un referendum di questo genere non avrebbe rappresentato un’aggressione alla libertà della fede cristiana in terra d’Islam? E le reazioni in Occidente avrebbero detto che un referendum di questo tipo è un legittimo passo democratico, o lo avrebbero considerato una pratica fondamentalista ed estremista che ci si sarebbe potuti perfettamente aspettare da una religione dispotica che non rispetta le fedi degli altri?

E’ da rilevare che l’elevata percentuale di “sì” ha sorpreso persino le diverse élite svizzere, a livello politico e delle autorità religiose, ma anche a livello degli uomini d’affari e del sistema finanziario, il quale teme che gli arabi e i musulmani più facoltosi possano ora chiudere i propri favolosi depositi bancari nel paese, come gesto di rappresaglia. Questa sorpresa, così come la sorpresa derivante dal sondaggio francese, deriva semplicemente dal crescente divario che si registra in Europa nel modo in cui le élite e la piazza vedono l’Islam; o per meglio dire, deriva dal modo in cui una parte di queste stesse élite ha polarizzato l’opinione pubblica, al punto da apparire essa stessa confusa dalla natura e dalla portata di questa polarizzazione. All’interno di queste élite, erano tutti fiduciosi sul fatto che il “no” sarebbe stato il risultato più logico e probabile, dimenticando che sono stati proprio alcuni esponenti di queste élite che, negli anni passati, hanno gettato i semi del “sì”. Oggi costoro si trovano a raccogliere ciò che avevano seminato.

Ci troviamo in terra cristiana senza dubbio, ed è comprensibile che il comune cristiano praticante (che egli pratichi un cristianesimo tradizionale o moderno fa poca differenza) avverta la minaccia rappresentata per la propria fede da una religione che gli esponenti delle élite non cessano di descrivere, nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, nei libri e sui giornali, come chiusa, estremista e intransigente, oltre che come la fonte del terrorismo mondiale. Tuttavia, con analoga certezza ci troviamo anche nella terra della democrazia e del pluralismo, in quei paesi dove sono state promulgate le leggi internazionali volte a rafforzare i diritti di opinione, di espressione, e di fede; e, nel caso della Svizzera, nel paese noto per la sua neutralità in tempo di pace e di guerra. Vi è, dunque, in tutto questo una qualche insanabile contraddizione? E da dove nasce? E se la forma di democrazia prevalente in Svizzera – cioè quella basata sulla democrazia diretta e sulle iniziative referendarie popolari – ha messo a nudo questa contraddizione, come può manifestarsi una contraddizione del tutto analoga all’interno di un’altra forma di democrazia, come ad esempio quella francese?

Il sociologo delle religioni Jean-Paul Willaime ritiene che la società francese abbia subito un processo di secolarizzazione, senza tuttavia spogliarsi della sua religiosità, al punto che “l’immaginario nazionale continua ad affondare le proprie radici nel cristianesimo”. Lo dimostra il manifesto scelto a suo tempo da François Mitterrand (l’unico presidente socialista della quinta Repubblica) durante la sua campagna elettorale: egli era ritratto davanti a un’antica chiesa nella campagna francese. Perciò, il minareto, secondo Willaime, “irrompe nel panorama culturale, imponendo un pluralismo religioso che non sembra facile accettare”. E i francesi, come gli europei, hanno una reazione di “ritorno alla propria sovranità”, ed avvertono una forma di fastidio e di imbarazzo di fronte alla globalizzazione economica, culturale e religiosa. Il quotidiano francese conservatore ‘Le Figaro’ pone il seguente interrogativo: “Alcuni vedono nel minareto un simbolo politico-religioso ed un simbolo di conquista?”. E risponde: “Gli edifici religiosi di grandi dimensioni sono un modo di esprimere una sfida al possesso dell’autorità, perciò i cattolici nel XIX secolo avevano l’autorizzazione a costruire le chiese lungo le strade principali, mentre ai protestanti veniva permesso di costruire i propri luoghi di culto solo nelle vie laterali e secondarie”.

E in effetti, il cancelliere tedesco Angela Merkel non ha forse affermato che è possibile costruire i minareti, a patto che non siano più alti dei campanili delle chiese? Nella sostanza di queste posizioni non vi è quello che Willaime ha definito senza esitazione “catto-laicismo”, in riferimento al “carattere cattolico” della vita quotidiana, che sembra laica a prima vista, ma in profondità continua ad essere imbevuta delle vecchie tradizioni religiose, come il calendario cristiano, le feste cristiane, le abitudini nel bere e nel mangiare? Tutte le religioni monoteiste non hanno forse in comune il fatto di esprimere in maniera rituale e liturgica i propri atti devozionali, ragion per cui non è possibile raggiungere un vero pluralismo religioso e una sincera convivenza, se ciascuno non tollera l’altro?

Tuttavia, l’attuale dibattito suscitato dal referendum svizzero sul divieto dei minareti non è che il coronamento del dibattito sulle guerre culturali e sullo scontro di civiltà avviato da Samuel Huntington e proseguito anche dopo la sua morte, sebbene molti abbiano rivisto le proprie opinioni. Ricordiamo che la Russia di Boris Eltsin, avvelenata dalla vodka, armata di testate nucleari, e dominata da mafie brutali e da una spaventosa povertà, appariva agli occhi di Huntington molto meno pericolosa dell’Islam contemporaneo, inteso non come religione, ma come cultura candidata a sancire il conflitto di civiltà. Cosa distingueva l’Islam dalle altre sei civiltà (cinese, giapponese, indiana, occidentale, africana, e dell’America latina) che si sarebbero scontrate nei prossimi decenni? Semplicemente il fatto – rispose Huntington – che “l’Islam è una civiltà diversa dalle altre, i cui membri sono del tutto convinti della superiorità della loro cultura sulle altre”.

Non è sorprendente, dunque, che il pensiero occidentale ritorni alle tesi di Huntington ogni volta che emerge l’antagonismo fra Islam e Occidente, o meglio, fra le istituzioni che gestiscono questi conflitti e che conoscono bene l’arte di fomentarli, in Occidente come in Oriente, nelle moschee come nelle chiese […].

Ma a destare sorpresa è il fatto che la salvezza dell’Occidente nel suo complesso dipenderebbe dal grado di successo degli Stati Uniti nell’affermare la propria identità occidentale, in primo luogo, e dal grado di successo nel convincere gli occidentali che la loro identità in quanto civiltà sia “unica”, e non “universale”, in secondo luogo. Questa è la premessa per l’ovvio passo successivo: l’alleanza fra America e Occidente per affrontare le altre civiltà.

E’ superfluo dire che le tesi di Huntington hanno cancellato altre teorie che avevano dominato in passato sulla base della stessa idea dei “mondi che si fronteggiano”: l’Oriente contro l’Occidente, il Nord contro il Sud, i ricchi contro i poveri, il mondo industriale contro il mondo preindustriale, gli stati sviluppati contro gli stati in via di sviluppo, il centro contro la periferia, ed infine il “Dar al-Harb” (letteralmente il “territorio della guerra”, cioè l’insieme dei territori abitati dai non musulmani (N.d.T.) ) contro il “Dar al-Islam”.

Ma se l’Islam, come l’Ebraismo e il Cristianesimo, è un prodotto dell’Oriente, ed è ormai la fede di milioni di persone in tutto il mondo, il fascismo è un prodotto prettamente europeo, che ad un certo punto si è liberato dei propri ceppi intellettuali e filosofici, e ha portato le sue conseguenze catastrofiche in tutto il mondo. Non è sufficiente che l’Occidente abbia preso a prestito il termine “fondamentalismo” dal proprio patrimonio religioso e giuridico giudaico-cristiano per applicarlo soltanto all’intransigenza dei musulmani, e soltanto all’Islam? Non ha forse affermato un politico ebreo del calibro di Daniel Cohn-Bendit, uno dei principali leader dei Verdi in Germania ed in Francia, che la Svizzera deve ripetere il referendum, e che il dibattito francese sulla purezza dell’identità nazionale è l’anticamera del fascismo? E sull’altro fronte della polemica, il voto svizzero non ha forse detto che i valori del diritto, della libertà, del pluralismo e della diversità sono una cosa, e la costruzione di un altro minareto a Zurigo – e per estensione a Parigi, a Berlino, a Bruxelles – è una cosa completamente diversa?

Subhi Hadidi è un giornalista, critico letterario, e traduttore siriano; scrive regolarmente su al-Quds al-Arabi; risiede a Parigi

Leave a Reply

Disclaimer & Copyright (italiano - english)
serverstudio web marketing e design con kifulab