Dubai: la fine di un sogno?

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I mercati internazionali sono rimbalzati verso l’alto dopo il recente annuncio di Abu Dhabi di aver deciso di concedere un finanziamento di 10 miliardi di dollari all’emirato “fratello” di Dubai, come contributo al risanamento di Dubai World, la holding di proprietà statale che ha un debito di 60 miliardi di dollari.

Dubai World aveva provocato un terremoto nei mercati finanziari di tutto il mondo quando, lo scorso 25 novembre, aveva chiesto il congelamento di 26 miliardi di dollari del proprio debito per un periodo di sei mesi. Quello di Dubai World rappresenta la parte più cospicua del debito complessivo dell’emirato di Dubai, che ammonta ufficialmente a 80 miliardi di dollari (anche se alcune stime lo pongono addirittura al di sopra dei 100 miliardi).

La richiesta di una dilazione di sei mesi nei pagamenti, assieme ai timori che ulteriori passività possano emergere in futuro, oltre ad aver scosso i mercati ha sollevato molti interrogativi sul destino del ricco emirato, spingendo numerosi osservatori a chiedersi se il “sogno” di Dubai sia finito.

A differenza degli altri stati del Golfo, Dubai ha scarse riserve petrolifere, e la sua produzione di greggio è in costante declino. All’interno degli Emirati Arabi Uniti, la parte del leone la fa Abu Dhabi, a cui si deve il 90% delle produzione petrolifera del paese. Dubai ha pertanto puntato sullo sviluppo di un’economia post-petrolifera, incentrata soprattutto sul settore immobiliare, sui servizi finanziari e sul turismo.

La crisi finanziaria, accompagnata dallo scoppio della bolla immobiliare, ha di conseguenza colpito il piccolo emirato molto più duramente rispetto ai paesi del Golfo ricchi di petrolio. Il futuro di questa città-stato, che era assurta a simbolo della globalizzazione, e che agli occhi di molti rappresentava un modello di “successo arabo”, appare dunque incerto.

Sulla stampa araba ed internazionale si sono moltiplicate le analisi ed i commenti che hanno cercato di far luce sulle ragioni della crisi di Dubai, e di tratteggiare i possibili scenari futuri. Ai “profeti di sventura” che hanno decretato la fine ineluttabile di un modello destinato a un successo effimero, hanno replicato coloro che, soprattutto nel mondo arabo, rivendicano l’unicità di questo modello e ne pronosticano la sopravvivenza.

Questa enorme attenzione nei confronti di Dubai è proprio dovuta al fatto che questo emirato ha un valore simbolico per molti, ma per altri rappresenta un modello dalla natura estremamente controversa .

Fin dagli inizi del XX secolo, Dubai fu un importante porto e centro di traffici commerciali nel Golfo Persico. La città era famosa per i suoi pescatori di perle, le quali venivano esportate in tutto il mondo.

Ma il “sogno” di Dubai nasce più tardi, verso la fine del secolo scorso. A seguito della prima guerra del Golfo, molte imprese kuwaitiane spostarono la loro sede a Dubai, imitate più tardi da quelle del Bahrain e dell’Arabia Saudita. Sull’onda dei vertiginosi aumenti dei prezzi petroliferi, di cui beneficiarono tutti i paesi del Golfo, Dubai sviluppò la propria economia fondata sul libero commercio e sul settore immobiliare, che ricevette un enorme impulso nei primi anni del nuovo millennio.

Intorno al 2005, il piccolo emirato era diventato un enorme cantiere. In pochi anni, da città araba tradizionale al limitare del deserto Dubai si è trasformata in un’enorme metropoli moderna, e in un simbolo della travolgente globalizzazione di questi anni.

Dubai è diventata un crocevia del commercio mondiale, un porto a cavallo tra l’Africa, l’Asia e il Medio Oriente, in cui la comunità locale è divenuta minoritaria, lasciando spazio a una società cosmopolita di inglesi, indiani, americani, arabi, pakistani, russi, bengalesi, ecc.

Questa città ospita con la stessa disinvoltura la marina militare americana, uomini d’affari iraniani, e commercianti di diamanti israeliani. Molti si chiedono perché al-Qaeda non abbia colpito questo simbolo della globalizzazione. La risposta che danno alcuni è che gli stessi fondi di al-Qaeda e dei salafiti jihadisti passerebbero per Dubai.

Le isole artificiali dell’emirato, le sue piste da sci indoor, costruite in pieno deserto, i suoi grattacieli (fra cui il Burj Dubai, il più alto del mondo), i suoi alberghi paradisiaci, e i suoi enormi centri commerciali, sono diventati i simboli di questa città degli eccessi.

Per costruire tutto questo in pochissimi anni, l’emirato ha importato enormi quantità di manodopera asiatica a basso costo, la quale costituisce il vero motore della città . A questi lavoratori non solo viene negata la cittadinanza, ma spesso anche i diritti più elementari. Ed ora essi rischiano di essere i primi a subire le conseguenze della crisi.

Questa città dei record e degli eccessi è stata lodata da alcuni come esempio di successo capitalistico, e criticata da altri come emblema delle storture e degli squilibri della globalizzazione.

Molti hanno puntato il dito contro la natura scarsamente “sostenibile” del modello di Dubai. L’impressionante e rapidissimo sviluppo della città ha avuto un impatto ambientale molto pesante. Nel 2007, il biossido di carbonio pro capite negli Emirati Arabi Uniti era pari a 44 volte quello dell’India, e a 15 volte quello della Cina. Nello stesso anno, a Dubai la quantità di rifiuti domestici pro capite aveva raggiunto i 730 Kg all’anno.

Sia Dubai che Abu Dhabi hanno cercato di correre ai ripari stabilendo norme più severe per il trattamento dei rifiuti e il riciclaggio dei materiali, tuttavia la strada da percorrere è ancora lunga.

Nel mondo arabo, molti criticano Dubai considerandola un’incarnazione dei modelli propagandati dall’Occidente. Questo emirato, il quale viene gestito come un’impresa più che come uno stato, è visto da molti come l’emblema di un modello apolitico e non democratico, dove è il potere economico a dettar legge; un modello anti-islamico, corrotto dai costumi occidentali, avulso dalla regione e dai suoi problemi politici ed economici.

Tuttavia, un numero sorprendente di arabi guarda invece a Dubai con orgoglio, come a uno dei pochi “successi arabi” in una regione flagellata dalle difficoltà economiche e dalle ingerenze straniere. Per essi, Dubai ha infranto i tabù della mentalità araba, ed ha osato puntare su un modello di sviluppo non convenzionale.

Ai loro occhi, questo emirato rappresenta una sorta di sogno americano in versione arabo-islamica. “Non importa da dove vieni e cosa fai”, ha scritto un noto editorialista musulmano di origine indiana residente negli Emirati, “Dubai ha un posto e una fetta anche per te”.

Gli arabi che guardano con favore al modello rappresentato da Dubai sono estremamente preoccupati dalla sua crisi attuale. Secondo loro, se l’astro di Dubai dovesse tramontare, sarebbe un “sogno arabo” a svanire.

Tuttavia, a giudicare dalla crisi che sta attraversando, questo sogno – sia esso espressione di un’idea “araba”, o del capitalismo globale – è stato fondato su basi traballanti.

Il rapido sviluppo e la gigantesca espansione del settore turistico ed immobiliare sono stati finanziati con soldi presi a prestito. Il prezzo da pagare è stato un enorme indebitamento. La crisi economica globale, colpendo duramente il settore finanziario, immobiliare e turistico, ha fatto scricchiolare paurosamente le fragili fondamenta su cui si regge Dubai.

Certo, la crisi di Dubai non è molto diversa, nella sostanza, da quella che ha colpito molti paesi occidentali. Quello che succede oggi in questo piccolo emirato, in Occidente si è verificato mesi fa. Così come le grandi società occidentali sono state “salvate” dai rispettivi governi facendo leva, in ultima analisi, sul debito pubblico e sulle tasse dei contribuenti, sembra che Dubai possa essere “salvata” dal vicino emirato di Abu Dhabi grazie a finanziamenti derivanti dalle rendite petrolifere.

Se si eccettua Dubai, la situazione dei paesi del Golfo rimane abbastanza rosea, malgrado la flessione economica globale. Essi possono far fronte alla crisi grazie alle enormi riserve di liquidità accumulate negli anni passati in conseguenza degli elevati prezzi del greggio. Inoltre, i paesi dell’OPEC sono riusciti a contenere la recente caduta del prezzo del petrolio riducendo la produzione. E’ stato stimato che, con un prezzo al di sopra dei 40 dollari al barile, i paesi del Golfo ricchi di petrolio continueranno ad accumulare un surplus di entrate. 

Dubai può trarre vantaggio da questa situazione, facendo affidamento sulle sue imprese tuttora “virtuose” (Dubai Port è il quarto operatore portuale a livello mondiale, l’aeroporto dell’emirato è il quinto aeroporto più trafficato del mondo, la Emirates è fra le prime dieci compagnie aeree al mondo) e sul fatto che questo emirato continua ad offrire servizi per i quali non ha al momento competitori nel Golfo Persico .

Secondo diversi analisti, il vero punto di forza di Dubai sta nel fatto che i suoi servizi, le sue agevolazioni commerciali, e la sua apertura ed accessibilità sono tutti elementi di cui gli altri paesi del Golfo hanno estremamente bisogno, e che allo stesso tempo non sono in grado di offrire al loro interno.

Certamente il futuro di Dubai sarà in parte diverso da quello che era stato prospettato in questi ultimi anni. Alcuni progetti dovranno essere rivisti, resi più realistici. Altri dovranno forse essere abbandonati. Tuttavia Dubai potrebbe disporre delle risorse necessarie per conservare il suo ruolo.

Certamente, come gli eventi di questi giorni sembrano confermare, l’aiuto di Abu Dhabi sarà essenziale per la ripresa di Dubai. E ciò probabilmente avrà un prezzo.
Abu Dhabi potrebbe chiedere per sé una quota delle imprese “virtuose” di Dubai, e potrebbe esigere di aver voce in capitolo nella definizione delle sue strategie economiche.

Ma, secondo alcuni osservatori, Abu Dhabi potrebbe anche chiedere un prezzo politico: l’allontanamento di Dubai dall’Iran.

Storicamente, Dubai ha sempre intrattenuto rapporti molto stretti con l’Iran. Una quota cospicua delle società di Dubai è gestita da iraniani espatriati, molti dei quali risiedono nel piccolo emirato. Questa oasi di benessere è stata per molti iraniani il luogo in cui rifugiarsi, lontano dalle tensioni interne al loro paese. A Dubai si possono incontrare ugualmente uomini d’affari iraniani, esponenti dell’opposizione, e membri dell’establishment. La comunità iraniana nell’emirato ha una notevole influenza.

Per Dubai la vicinanza con l’Iran è un “destino geografico”, come disse una volta l’emiro Sheikh Mohammed bin Rashid Al Maktoum. In tutto il Golfo Persico gli elementi arabi ed iraniani sono inestricabilmente legati fra loro. Ma Dubai spicca per il suo rapporto unico con l’Iran. Gran parte delle esportazioni dell’emirato sono dirette verso il vicino iraniano, e rappresentano uno dei principali elementi che hanno spinto il regime di Teheran a nutrire fiducia nella propria capacità di sopravvivere alle sanzioni americane ed internazionali. Sembra che anche diverse banche e società occidentali abbiano aggirato le sanzioni continuando a fare affari con l’Iran attraverso Dubai.

Ora Abu Dhabi, emirato culturalmente più conservatore, ma politicamente più vicino agli americani, potrebbe chiedere a Dubai di allentare i propri rapporti con l’Iran.

Tuttavia, sembra difficile che questi rapporti possano essere troncati del tutto. Per gli stessi Stati Uniti, che non hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Teheran, Dubai ha a lungo rappresentato l’unica porta di accesso alla Repubblica Islamica iraniana. Circa tre anni fa, Washington ha aperto a Dubai il suo “Iran Regional Office”, al quale si rivolgono gli iraniani desiderosi di ottenere un visto per gli USA, ma che serve anche a raccogliere informazioni di intelligence sull’Iran.

In conclusione, il destino di Dubai continuerà ad essere inestricabilmente legato alla realtà economica del Golfo, una realtà di per sé a se stante rispetto al resto del mondo arabo.

Più che un esempio di “successo arabo”, Dubai sembra essere un modello di quel capitalismo che non è più occidentale, ormai, ma definitivamente globale. Gli eccessi e gli aspetti speculativi di Dubai, più che essere esclusivi di questa piccola città-stato, sono tipici dell’attuale forma di capitalismo che – come la crisi finanziaria ed economica di questi mesi ha dimostrato – ha delle pecche strutturali molto gravi, sulle quali i piani di salvataggio approntati dai paesi di tutto il mondo sono scarsamente intervenuti.

Il destino di Dubai, in qualità di esponente di questa forma di capitalismo, dipenderà dunque dal futuro dell’attuale modello di globalizzazione economica, più che dal contesto economico arabo. Non è escluso che a medio e lungo termine questo modello vada incontro ad altre crisi come quella attuale, in assenza di correzioni strutturali che al momento non sembrano essere all’orizzonte. Così come non è escluso che Dubai possa risentire in futuro dell’instabilità geopolitica nel Golfo, nel caso in cui la crisi nucleare iraniana dovesse precipitare.

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