Il divieto di costruire nuovi minareti sancito dal recente referendum svizzero ha aperto in Europa e nel mondo un acceso dibattito politico e culturale che richiama l’attenzione sul valore sacro dei simboli di ogni religione e offre l’occasione di una riflessione complessiva.
Sembra infatti dilagare in questa fase storica la tentazione di confondere la libertà di religione con la libertà dalla religione, come auspicavano le ideologie materialiste del secolo scorso e come impone l’approccio laicista che traspare dall’ultima sentenza della Corte Europea di Strasburgo sull’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici. Si fa strada l’illusione superficiale secondo la quale la rimozione dei simboli sacri dallo spazio pubblico dovrebbe garantire la convivenza pacifica favorendo l’uguaglianza, concepita sulla base di criteri meramente quantitativi come tabula rasa delle identità spirituali.
Il vescovo svizzero Paul Hinder, vicario apostolico in Arabia Saudita, scrive sul sito di OASIS, Fondazione presieduta dal Cardinale Angelo Scola: “Da un lato, chi nelle società europee rischia di enfatizzare il carattere cristiano solo quando serve a difendersi contro gli altri dovrà lasciarsi interrogare dalla globalizzazione e dalle sue conseguenze relazionali (…) dall’altro, chi sostiene che le religioni sono esclusivamente un fatto privato, dovrà imparare a fare i conti con popoli che chiedono di vivere la fede pubblicamente”. Con il vescovo Hinder abbiamo preso parte nell’autunno dello scorso anno al primo Forum Cattolico-Musulmano, storica occasione di dialogo che si è conclusa con l’incontro dei delegati cristiani e musulmani con il Papa Benedetto XVI.
La cancellazione di ogni distinzione qualitativa in nome di un minimo comune multiplo da trovare al di sotto e a prescindere dalle identità specifiche dei credenti viene perseguita tramite la rimozione dei simboli religiosi, dai crocifissi ai minareti. Si tratta forse di un atteggiamento molto dissimile da quello dei talebani, che in Afghanistan prendono a cannonate le antiche statue del Buddha? In tutti i casi, per amore o per forza, si cancellano i simboli della sacralità.
D’altra parte, non è nemmeno accettabile l’atteggiamento qualunquista di chi, persistendo nell’errore di considerare la visibilità di specifici simboli religiosi offensiva per i non credenti o peggio ancora per i credenti di altre confessioni, vorrebbe risolvere il problema sostituendo al laicismo il sincretismo e proponendo di istituire ovunque una sorta di artificioso pantheon della sacralità, dove dovrebbero trovare posto uno accanto all’altro i simboli sacri di tutte le confessioni religiose.
Questo approccio cumulativo o peggio sincretico tende a fondarsi su una rivendicazione formalista dell’uguaglianza che, ignorando la storia e le radici culturali di ogni Paese, rischia di strumentalizzare i simboli religiosi altrui per contestare quelli della propria tradizione d’origine, poiché in fondo non riconosce la sacralità degli uni né degli altri. Inoltre, il valore dei simboli non sta nel fungere da vessilli che segnano i punti di una competizione intrareligiosa immaginaria e puerile, ma nel richiamare i credenti al proprio Signore.
La libertà di religione, tuttavia, non può neppure diventare privilegio di una sola religione, sancendo giuridicamente e culturalmente la legittimazione di un miope esclusivismo confessionale. Nel contesto democratico e pluralista dell’Europa contemporanea, infatti, si profilano double standards fortemente discriminatori dell’identità delle minoranze religiose, sulla base dei quali alcuni simboli sarebbero più uguali di altri, che non avrebbero diritto di cittadinanza nel contesto storico, giuridico e culturale europeo, come dimostra il caso del referendum svizzero.
Insieme alla Conferenza Episcopale elvetica anche musulmani hanno fatto sentire la propria voce tramite le dichiarazioni dell’ISESCO, organo per l’educazione, la scienza e la cultura dell’OCI (Organizzazione della Conferenza Islamica che rappresenta 56 Nazioni a maggioranza musulmana), e dell’EIC, la Conferenza Islamica Europea. Come Presidente del Consiglio ISESCO per l’Educazione, la Scienza e la Cultura in Occidente, noto che “questo voto è senza precedenti e può indurre altri Paesi a seguire l’esempio e a portare alla persecuzione delle minoranze e alla privazione dei loro diritti religiosi, che sono garantiti dal diritto internazionale”. Analoga la dichiarazione che abbiamo diffuso come musulmani europei e membri dell’EIC: “Una democrazia si misura non solo sulla base dell’applicazione della regola della maggioranza, ma anche e prevalentemente sul rispetto che mostra nei confronti dei diritti delle minoranze, contro l’antisemitismo, l’islamofobia e la cultura dell’odio”.
Negare la libertà religiosa della comunità islamica col pretesto arrogante e offensivo che “l’Islam non è una religione” o che “i simboli islamici non hanno significato e funzione spirituale ma politica” vuol dire non conoscere la tradizione islamica e dunque non riconoscere alcuna dignità ai musulmani che vivono nel nostro Paese. Quando il Ministro Calderoli attribuisce all’Arcivescovo di Milano Tettamanzi l’epiteto di “Imam” con intento ingiurioso, il problema non è tanto valutare l’atteggiamento del Cardinale verso l’Islam, quanto la totale mancanza di rispetto verso una funzione sacerdotale sacra che si esprime nella forma confessionale islamica. Se l’interpretazione ideologica di una religione diventa culto di Stato, superreligione civile, allora i simboli, le funzioni, i luoghi di culto, la dottrina stessa delle altre confessioni vengono delegittimati e rifiutati come estranei, e migliaia di italiani musulmani di prima e seconda generazione si trovano nella paradossale condizione di essere stranieri a casa propria.
I simboli religiosi, d’altra parte, richiamano significati di ordine spirituale che non possono essere negati, sminuiti o distorti perché qualcuno li strumentalizza per fini politici, ideologici o di potere personale. Facciamo un esempio: il velo non diventa simbolo di oppressione femminile perché ci sono deprecabili casi in cui le donne vengono obbligate a indossarlo, né pretesa militante di ostentare un vessillo identitario perché ci sono donne che lo indossano per rivendicare un’ideologia. Lo stesso vale per i minareti, l’abito tradizionale islamico, la kippah ebraica o il crocifisso cristiano.
Infatti ciò che non si può accettare è proprio la strumentalizzazione, a fini mondani di gestione del consenso e del potere, del valore sacro dell’universo simbolico delle religioni. I simboli sono i segni attraverso i quali il trascendente trova la sua traduzione immanente e, nello stesso tempo, ciò che dall’ordine della creazione ci riconduce alla realtà spirituale, che resterebbe altrimenti intraducibile a causa del suo carattere sovrarazionale. I simboli costituiscono un supporto di conoscenza sintetica che consente ai credenti di elevarsi spiritualmente e intellettualmente dalla molteplicità della creazione all’unità del Creatore. Il tentativo di recidere tale relazione costitutiva tra la Terra e il Cielo, tra l’Uomo e Dio, separando ciò che è ontologicamente unito, deriva da una prospettiva propriamente antitradizionale, finalizzata ad opporsi alle correnti spirituali che vivificano le forme dal principio dei tempi.
Occorre dunque riscoprire il significato più profondo e reale del simbolismo tradizionale ed essere allo stesso tempo capaci di interagire costruttivamente con il pluralismo delle religioni, delle idee e degli uomini. Si tratterebbe allora, per quanto più specificamente attiene la questione dell’Islam in Italia, di sostenere non solo gli esiti favorevoli dei percorsi di integrazione delle comunità immigrate verso la maturazione di una piena cittadinanza, ma anche il riconoscimento di una presenza ufficiale, autentica, distinta e distante da ogni forma di violenza fondamentalista, della comunità islamica italiana.
Comunità islamica formata da uomini e donne che sono già cittadini italiani e, come tali, si presentano come gli interlocutori più adatti alla realizzazione di un percorso di Intesa tra lo Stato nel quale sono nati e vivono e la religione alla quale si riferiscono, l’Islam. I musulmani italiani costituiscono l’esempio della capacità di coniugare senza conflitti interiori o esteriori confessione islamica e cittadinanza italiana, fede e ragione, culto e cultura. Il rischio è che tali cittadini siano doppiamente discriminati in virtù della propria religione da uno Stato che non riconosce loro i diritti fondamentali della cittadinanza, esponendoli così alla pressione prepotente di quelle frange estremiste che usano l’Islam come pretesto delle proprie battaglie ideologiche.
La libertà religiosa è una condizione imprescindibile per favorire una convivenza matura fra diverse fedi nella società laica di un’Europa multiculturale e multireligiosa. Dunque non demonizziamo i simboli sacri come il minareto né gli strumenti politici come il referendum, ma cerchiamo di evitare che i simboli sacri e gli strumenti politici siano strumentalizzati per demonizzare l’Islam e negare la libertà di culto ad una comunità religiosa. Sebbene infatti la presenza del minareto non sia essenziale per una pratica completa del culto islamico, che non può identificarsi con un elemento architettonico né con alcun aspetto esteriore preso separatamente dall’insieme, tali segnali di chiusura rischiano di alimentare l’islamofobia, l’ignoranza e la confusione tra Islam e integralismo, favorendo la diffusione di un’immagine formalista e militante dell’Islam.
La COREIS Italiana fa appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Governo e alle Istituzioni italiane affinché venga finalmente conferita completa dignità e piena cittadinanza agli italiani di religione islamica tramite il riconoscimento giuridico dell’Islam in Italia. In questo senso, conferma la propria disponibilità a lavorare per la libertà di religione evitando le derive del laicismo, del sincretismo e dell’esclusivismo, nel rispetto dei simboli e delle funzioni di ogni confessione. In questo modo, anche nel nostro Paese, sarebbe sancito il diritto di una comunità di credenti ad avere luoghi di culto trasparenti e dignitosi, guide spirituali affidabili e qualificate, nella partecipazione attiva e responsabile allo sviluppo globale e al benessere diffuso della propria Patria.
Yahya Sergio Yahe Pallavicini
Vice Presidente, Comunità Religiosa Islamica (CO.RE.IS.) Italiana
Presidente del Consiglio ISESCO
per l’Educazione la Scienza e la Cultura dei musulmani fuori dal mondo islamico
Islam e libertà religiosa in Europa – Roma 14 dicembre 2009



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