06/01/2010
Original Version: Gaza Siege: Ours and Theirs
Qualcosa di strano sta avvenendo al confine egiziano con Gaza – scrive l’attivista israeliano Uri Avnery – il governo egiziano, bloccando i pacifisti, partecipando all’assedio, e addirittura costruendo un muro sotterraneo, è diventato di fatto un esecutore della politica israeliana
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Qualcosa di strano sta accadendo in questi giorni in Egitto. Circa 1.400 attivisti provenienti da tutto il mondo si erano riuniti laggiù nel loro cammino verso la Striscia di Gaza.
In coincidenza con l’anniversario della cosiddetta operazione “Piombo fuso”, avevano intenzione di partecipare a una manifestazione nonviolenta contro l’assedio in corso, che rende intollerabile la vita di 1,5 milioni di abitanti nella Striscia di Gaza. Nel frattempo, avrebbero dovuto sfilare cortei in molti paesi. Ma quando gli attivisti internazionali sono arrivati in Egitto, li attendeva una sorpresa. Il governo egiziano ha proibito il loro viaggio a Gaza. I loro autobus sono stati bloccati alla periferia del Cairo e rimandati indietro. Singoli manifestanti che erano riusciti a raggiungere il Sinai con i normali autobus di linea sono stati fermati. La forze di sicurezza egiziane hanno condotto una sistematica caccia agli attivisti.
Attivisti furiosi hanno assediato le loro ambasciate al Cairo. Sulla strada di fronte all’ambasciata francese è stata eretta una tenda, che è stata subito circondata dalla polizia egiziana. Manifestanti statunitensi si sono riuniti di fronte alla loro ambasciata e hanno chiesto di vedere l’ambasciatore. Diversi manifestanti utrasettantenni hanno iniziato uno sciopero della fame. Ovunque, ai manifestanti si sono opposte unità d’elite egiziane in piena tenuta antisommossa, mentre gli idranti erano in agguato nelle retrovie. I manifestanti che hanno cercato di riunirsi nella centrale Meydan at-Tahrir (Piazza della Liberazione) sono stati malmenati.
Alla fine, dopo un incontro con la moglie del presidente, è stata trovata una tipica soluzione egiziana: un centinaio di attivisti sono stati autorizzati a raggiungere Gaza. Il resto è rimasto al Cairo, smarrito e frustrato.
Mentre i manifestanti facevano la loro lunga anticamera nella capitale egiziana, e cercavano di trovare il modo di sfogare la loro rabbia, Benjamin Netanyahu è stato ricevuto al palazzo presidenziale, nel cuore della città. I suoi ospiti hanno fatto di tutto per lodare il suo contributo alla pace, in particolare il ‘congelamento’ delle attività edilizie negli insediamenti in Cisgiordania, un gesto che non comprende Gerusalemme Est. Mubarak e Netanyahu si erano incontrati in passato – ma non al Cairo. Il presidente egiziano aveva sempre insistito perché le riunioni si svolgessero a Sharm al-Sheikh, il più lontano possibile dai centri della popolazione egiziana. L’invito al Cairo è stato, quindi, un segnale emblematico di rapporti sempre più stretti.
Come dono speciale per Netanyahu, Mubarak ha accettato di permettere a centinaia di israeliani di venire in Egitto, a pregare sulla tomba di Rabbi Yaakov Abu-Hatzeira, che morì e fu sepolto nella città egiziana di Damanhur 130 anni fa. C’è qualcosa di simbolico in tutto questo: il blocco dei manifestanti pro-Palestina sulla strada per Gaza, e allo stesso tempo l’invito degli israeliani a Damanhur.
Ci si può certamente porre degli interrogativi a proposito della partecipazione egiziana al blocco economico imposto alla Striscia di Gaza. Il blocco è iniziato molto prima della guerra di Gaza, e ha trasformato la Striscia in quella che è stata descritta come “la più grande prigione al mondo”.
Il blocco comprende tutto, tranne i farmaci essenziali e la maggior parte degli alimenti di base. Il candidato presidenziale americano John Kerry rimase scioccato nel sentire che il blocco includeva anche la pasta e gli spaghetti. Il blocco è onnicomprensivo – dai materiali da costruzione fino ai quaderni per i bambini.
Fatta eccezione per i casi umanitari più estremi, nessuno può passare dalla Striscia di Gaza in Israele o in Cisgiordania, e neanche viceversa. Ma Israele controlla solo tre lati della Striscia. Il quarto confine, quello meridionale, è controllato dall’Egitto. Pertanto, il blocco nel suo complesso sarebbe inefficace senza la partecipazione egiziana.
Ma tutto ciò non ha senso. L’Egitto si considera il leader del mondo arabo. E’ il paese arabo più popoloso, situato al centro del mondo arabo. Cinquant’anni fa il defunto presidente egiziano Gamal Abd-al-Nasser era l’idolo di tutti gli arabi, in particolare dei palestinesi. Come può l’Egitto collaborare con Israele nel mettere in ginocchio un milione e mezzo di fratelli arabi?
Fino a poco tempo fa, il governo egiziano aveva adottato una soluzione che esemplifica 6.000 anni di acume politico egiziano. Esso partecipava al blocco, ma faceva finta di non vedere le centinaia di tunnel scavati sotto il confine tra Gaza e l’Egitto, attraverso i quali fluivano i rifornimenti quotidiani per la popolazione (a prezzi esorbitanti, e con alti profitti per i commercianti egiziani), accanto al flusso di armi. Anche la gente passava attraverso i tunnel – dagli attivisti di Hamas alle promesse spose.
Ma tutto questo sta per cambiare. L’Egitto ha iniziato a costruire un muro di ferro – letteralmente – per l’intera lunghezza della frontiera di Gaza, costituito da pilastri in acciaio spinti in profondità nel terreno, al fine di bloccare tutte le gallerie. Ciò alla fine soffocherà del tutto gli abitanti di Gaza. Quando il sionista più estremo, Vladimir Ze’ev Jabotinsky, scrisse circa 80 anni fa a proposito dell’edificazione di un “muro di ferro” (metaforico (N.d.T.) ) contro i palestinesi, non si sarebbe sognato che degli arabi lo avrebbero fatto al posto suo.
Ma perché lo fanno? Ci sono diverse spiegazioni. I più cinici sottolineano che il governo egiziano riceve ingenti contributi americani ogni anno, pari a 2 miliardi di dollari, per gentile concessione di Israele. Tali contributi vennero erogati inizialmente come ricompensa per la firma del trattato di pace israelo-egiziano. La lobby filo-israeliana nel Congresso degli Stati Uniti può fermarli in qualsiasi momento.
Altri ritengono che l’Egitto abbia paura di Hamas. L’organizzazione era nata come il ramo palestinese dei Fratelli Musulmani, che rappresentano tuttora la principale opposizione al regime. Molte persone credono che Mahmoud Abbas sia interessato a un inasprimento del blocco di Gaza, al fine di danneggiare Hamas.
Mubarak è in collera con Hamas, che rifiuta di conformarsi alla linea politica egiziana. Come i suoi predecessori, egli chiede che i palestinesi obbediscano ai suoi ordini. Il presidente Abd-al-Nasser era furioso con l’OLP (organizzazione che fu creata da lui, ma che gli sfuggì quando Yasser Arafat ne assunse il controllo). Il presidente Anwar Sadat era in collera con l’OLP perché aveva rifiutato l’accordo di Camp David. Tutte queste spiegazioni sono sensate, ma l’atteggiamento dell’Egitto rimane comunque sorprendente.
Il blocco di Gaza distrugge la vita di un milione e mezzo di esseri umani, uomini e donne, vecchi e bambini, la maggior parte dei quali non sono attivisti di Hamas. E ciò viene fatto alla luce del sole, davanti agli occhi di centinaia di milioni di arabi, e di un miliardo e mezzo di musulmani.
La vera risposta è probabilmente che l’Egitto non ha scelta. L’Egitto è un paese molto orgoglioso. Chiunque sia stato in Egitto sa che anche gli egiziani più poveri sono pieni di orgoglio nazionale, e si offendono facilmente quando la loro dignità nazionale viene ferita. Ciò è stato dimostrato ancora una volta un paio di settimane fa, quando l’Egitto ha perso una partita di calcio con l’Algeria e si è comportato come se avesse perso una guerra. “Considerate che dalla sommità di queste piramidi, quaranta secoli di storia vi guardano”, aveva detto Napoleone ai suoi soldati alla vigilia della battaglia per il Cairo. Ogni egiziano sente che 6.000 – alcuni dicono 8.000 – anni di storia lo guardano in ogni istante.
Questo profondo sentimento si scontra con la realtà, in un momento in cui la situazione dell’Egitto si fa sempre più infelice. L’Arabia Saudita ha più influenza, la piccola Dubai è diventata un centro finanziario internazionale, l’Iran sta diventando una potenza di gran lunga più importante a livello regionale. Contrariamente all’Iran, dove gli Ayatollah hanno invitato le famiglie ad accontentarsi di due bambini, il tasso di natalità egiziano sta divorando tutto, condannando il paese a una permanente povertà.
In passato, l’Egitto è riuscito a bilanciare le sue debolezze interne con i successi esterni. Il mondo intero considerava l’Egitto come il leader del mondo arabo, e lo trattava di conseguenza. Ma non è più così. L’Egitto si trova in una brutta situazione. Pertanto, Mubarak non ha altra scelta che seguire i dettami degli Stati Uniti – che sono, in realtà, dettami israeliani. Questa è la vera spiegazione alla base della partecipazione del Cairo al blocco di Gaza. Quando ho parlato, questa settimana, a una manifestazione a Tel Aviv contro il blocco di Gaza, ho evitato di citare il ruolo egiziano in tale blocco. Confesso che mi è molto piaciuta la gente che ho incontrato durante i miei viaggi in Egitto. “L’uomo della strada” è molto accogliente.
Nel loro comportamento verso gli altri c’è un aria di tranquillità, l’assenza di aggressione, un senso dell’umorismo tipicamente egiziano. Anche i più poveri mantengono la loro dignità in condizioni di sovraffollamento spesso miserabili. Non li ho mai sentiti brontolare. In tutte le migliaia di anni della loro storia, gli egiziani si sono sollevati in rivolta non più di tre o quattro volte.
Ma potrebbe venire un giorno in cui il loro orgoglio nazionale potrà superare anche questa pazienza. Da israeliano, protesto contro il blocco israeliano. Se fossi un egiziano, vorrei protestare contro il blocco egiziano. Come cittadino di questo pianeta, protesto contro entrambi
Uri Avnery è un giornalista e pacifista israeliano; è fondatore del movimento ‘Gush Shalom’















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