La questione copta in Egitto

09/01/2010

Original Version: The Coptic question

Gli incidenti di questi giorni fra cristiani e musulmani in Egitto richiamano l’attenzione sull’annosa questione copta e sulle crescenti tensioni settarie nel paese; nell’analisi che segue, lo scrittore copto egiziano Samir Morqos afferma che tali tensioni, incancrenitesi negli ultimi decenni, si risolveranno solo con la comparsa di un vero stato civile in Egitto

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I copti e la cittadinanza: questo approccio alla questione copta si basa sulla premessa che i copti sono, in primo luogo, cittadini e membri della comunità nazionale egiziana. I copti non sono un gruppo separato o un’entità chiusa. Né sono sociologicamente e politicamente omogenei. Essi sono presenti in tutta la scala sociale, sono operai, contadini e artigiani, esponenti delle professioni liberali e uomini d’affari. Essi sono vincolati solo dalla loro appartenenza all’Egitto e dalla loro appartenenza religiosa, in base a interessi, attitudini e opinioni variabili. La cittadinanza è dunque il principale fattore che governa tutti gli egiziani, a prescindere dalle differenze esistenti tra loro. Il concetto di cittadinanza, qui, può essere definito come la quotidiana pratica collettiva del popolo e l’esercizio dei propri diritti sociali, economici, culturali e politici, sulla base dell’uguaglianza, senza discriminazioni di sorta. Ma coinvolge anche l’inclusione nei processi elettorali che determinano il modo in cui le risorse pubbliche e la ricchezza nazionale vengono condivise.

Quattro decenni di tensioni religiose hanno fatto emergere molti problemi. Il loro risultato complessivo è stato quello di mettere in secondo piano la cittadinanza a favore dell’appartenenza religiosa. La società egiziana è stata riclassificata su una base religiosa, e gli spazi pubblici e politici sono venuti a riguardare una sfera quasi interamente religiosa. Non dobbiamo, però, permettere a queste prolungate tensioni di distoglierci dal nostro approccio alla questione copta basato sulla definizione di cittadinanza di cui sopra. Abbiamo bisogno di guardare alle tendenze attuali come al prodotto di cause socio-economiche, e come a una deviazione dai risultati concreti che gli egiziani hanno raggiunto insieme, procedendo dall’idea che le tensioni esistenti ci obbligano a considerare la questione copta in un contesto che comprende i problemi del popolo egiziano nel suo complesso. E’, dopo tutto, impossibile parlare di cittadinanza di una singola classe di persone, senza che le condizioni di cittadinanza siano stabilite in primo luogo per il popolo nel suo insieme.

Fin dall’inizio, naturalmente, dobbiamo distinguere fra due categorie di questioni copte. Le prime sono le preoccupazioni istituzionali, relative al rapporto tra Stato e Chiesa, e comprendono questioni quali le associazioni religiose, la costruzione di chiese, le libertà religiose e lo scetticismo religioso. Le seconde sono questioni relative alla vita civile e quotidiana; in tale categoria rientrano le tensioni settarie, l’invasione della religione nello spazio pubblico/politico, le violazioni del principio di pari opportunità e l’ostacolato sviluppo della cittadinanza.

Il vantaggio di tale classificazione è che essa afferma l’aspetto civile dei copti in quanto individui. Le preoccupazioni istituzionali possono essere gestite dall’establishment religioso attraverso negoziati con lo Stato e le autorità competenti. Le preoccupazioni della vita civile e quotidiana possono essere affrontate dai singoli copti al fianco dei loro concittadini, che possono condividere o meno la loro appartenenza religiosa, ma che hanno un legame di cittadinanza comune e un condiviso senso di giustizia. In questo modo, la cittadinanza – il legame attraverso il quale gli individui trascendono le ristrette affiliazioni di gruppo per giungere a una più ampia affiliazione pubblica – può essere realizzata senza contraddizioni. Più lo spazio pubblico si espande ad abbracciare tutti gli uomini, più ci si avvicina a realizzare un concetto di cittadinanza dal significato concreto. Per converso, più lo spazio pubblico è chiuso, più gli egiziani si rivolgeranno ad affiliazioni più ristrette. Le successive fasi della storia egiziana, in particolare nel corso degli ultimi due secoli, testimoniano questa dinamica. 

Il contesto storico: La rivoluzione del luglio 1952 non è riuscita a portare avanti l’assimilazione nazionale tra musulmani e copti che la rivoluzione del 1919 aveva messo in moto. Essa non ha incorporato il popolo egiziano in un unico sistema di governo e non ha creato una formula adatta a promuovere e sostenere la coesione. Gli studiosi considerano la rivoluzione del 1919 come una rivoluzione “modello” a causa del suo successo nell’integrare le diverse forze sociali in un unico movimento e nel mobilitare le persone al seguito della bandiera nazionale. In concreto, l’aumento della partecipazione politica popolare degli egiziani in generale, e dei copti in particolare, negli anni tra il 1919 e il 1952, produsse soluzioni politiche a problemi che in precedenza avevano acquisito una connotazione religiosa o settaria. È sufficiente, qui, ricordare che nelle elezioni tenutesi tra il 1924 e il 1952 – in cui, se si eccettua il 1950, il partito Wafd ottenne sempre la maggioranza, i copti occuparono tra l’8e il 10,5% dei seggi parlamentari, a conferma della natura politica , piuttosto che religiosa, delle campagne elettorali.

La situazione cambiò radicalmente dopo la rivoluzione del 1952. Nel tentativo di affrontare i problemi derivanti dai bassi livelli di rappresentanza dei copti, nel 1957 il regime di Nasser introdusse i collegi elettorali chiusi. Un certo numero di circoscrizioni elettorali furono riservate ai candidati copti. L’articolo 49 della Costituzione del 1964 sostituì questo sistema con un sistema di nomine. Il testo – “Il Presidente della Repubblica nomina non più di dieci membri del Parlamento” – fu nuovamente incorporato nella Costituzione del 1971, ed è in vigore ancora oggi. Esso non specifica alcuna affiliazione religiosa per le nomine presidenziali sebbene la disposizione sia stata utilizzata per compensare l’assenza di rappresentanti copti. Invece di affrontare il problema della scarsa rappresentanza dei copti a livello della base, come aveva fatto il partito Wafd pre-rivoluzionario, il regime post-rivoluzionario tentò di risolvere il problema per via burocratica. Il pericolo di un simile approccio è sempre consistito nel fatto che si potrebbe facilmente creare l’impressione che i copti siano un gruppo politico unico e coerente.

Quando, negli anni ‘70, il presidente dichiarò di essere un presidente musulmano di uno stato islamico, ciò sollevò subito la questione dello status dei non-musulmani. Nel successivo dibattito, vi furono considerevoli discussioni sulla posizione dei copti nella giurisprudenza islamica, e il termine ahl al-zimma (popolazioni non musulmane sottomesse) fu utilizzato di frequente. E’ a partire da quel momento che possiamo registrare la crescente ingerenza della religione nella politica, la “sacralizzazione” costante dello spazio pubblico, e una nuova classificazione della società in base all’appartenenza religiosa. Successivamente, l’Egitto ha vissuto quasi continuamente tensioni settarie, dall’incidente di Achmim nel 1970 fino ai giorni nostri.

Tensioni confessionali – quattro decenni, quattro fasi: le tensioni confessionali in Egitto sono state caratterizzate da quattro fasi, ciascuna delle quali ha contribuito ad aggravare e complicare il problema.

Tra il 1972 e il 2000 vi fu la violenza settaria, diretta contro i copti. Tra il 2000 e il 2005, l’aumento della polarizzazione settaria è stato caratterizzato da reciproche accuse ed invettive tra i due fronti religiosi contrapposti. A partire dal 2005 abbiamo cominciato ad assistere ad un numero crescente di episodi di discriminazione confessionale, in quanto gruppi appartenenti a entrambi i fronti hanno tentato di affermare la superiorità teologica e ideologica della propria religione, non da ultimo attraverso i canali televisivi satellitari. Nello stesso periodo, quasi inevitabilmente, si è assistito al radicamento settario e a scontri confessionali, con violenti lotte tra cristiani e musulmani su una serie di questioni, compresa la costruzione di chiese e le conversioni religiose. In effetti, qualsiasi controversia – finanziaria, commerciale, personale – che coinvolge un musulmano e un cristiano può fin troppo facilmente degenerare in un incidente settario.

Ciascun fronte costruisce la propria memoria dell’ingiustizia. I cristiani sostengono di essere vittime di attacchi ripetuti da parte di professionisti della violenza settaria, contro le loro chiese, le loro proprietà e le loro persone. Alcuni sostengono che la violenza viene usata per cacciarli dalle loro case nell’Alto Egitto. I musulmani sono rimasti amareggiati dall’episodio di una donna cristiana che si era convertita all’Islam solo per riconvertirsi al Cristianesimo, sostenendo che tale episodio sarebbe parte di una più ampia campagna volta a sminuire l’Islam.

La situazione, in conclusione, ha raggiunto uno stato di attrito intenso, soprattutto tra le classi medie e tra le classi più basse, nella misura in cui i legami di cittadinanza, gli unici a garantire la mutua cooperazione e l’assimilazione nazionale di tutti gli egiziani, sono minacciati. Lo Stato ha aggravato la situazione sottraendosi a molti dei compiti che gli spetterebbero, come ad esempio quello di garantire l’occupazione e l’assistenza sanitaria, costringendo un gran numero di egiziani a rivolgersi alla moschea o alla chiesa per le cure mediche, l’istruzione a buon mercato e altri servizi analoghi. Tali fenomeni sono il sintomo della regressione della società a uno stato di pre-cittadinanza.

Nonostante una relativa apertura civile ed economica, le preoccupazioni della vita civile e quotidiana dei copti persistono, in particolare tra le classi medio-basse. Il fatto che alcuni gruppi islamici debbano ancora definire le loro posizioni su questioni come la fedeltà al sistema politico dello Stato, mentre altri continuano a parlare di jizya (l’imposta procapite sui non-musulmani sotto un dominio musulmano) malgrado l’esistenza di pareri giuridici definitivi in materia, contribuisce ad aggravare i timori dei copti.

Lo stato settario: In condizioni normali, nei paesi civili gli individui agiscono insieme ad altri che potrebbero non necessariamente condividere le loro affiliazioni secondarie nella sfera privata, pubblica e politica. Gli individui si organizzano in gruppi, associazioni e sindacati, che promuovono i loro interessi, difendono i loro diritti e investono il loro denaro in un’economia basata sulla produzione. Allo stesso tempo, l’individuo è impegnato in un rapporto con lo Stato che è governato dalla logica dei diritti e dei doveri. Le tre sfere sono vincolate da un contratto sociale che garantisce l’assimilazione di ciascuno in una comunità politica nazionale in cui il privato non domina il pubblico, lo Stato non cerca di controllare i movimenti dei suoi cittadini né nella sfera pubblica né in quella privata, e la religione non sostituisce la sfera pubblica.

L’assenza di meccanismi in grado di assimilare le persone nell’ambito della sfera pubblica, a seguito della sacralizzazione dello spazio pubblico, accompagnata dall’assenza di canali politici e civili in grado di coinvolgere le persone come singoli e come cittadini, ha lasciato i copti senza altre alternative che quella di ritirarsi nelle loro comunità, o in alternativa di stabilire una contro-identità difensiva e politicizzata, che richiede loro di comportarsi come un gruppo religioso, o come un gruppo di minoranza.

Scenari futuri: l’Egitto si trova in una fase critica, sulla soglia dei tre possibili scenari.

Un approccio alla questione copta è quello di trattare i copti come una classe o una setta discretamente omogenea, e di concedere loro diritti specifici a differenza di altre classi o sette. Tali privilegi, come la storia ha sempre dimostrato, sono concessi sulla base di calcoli ed equilibri di potere, la cui alterazione potrebbe comportare la revoca dei privilegi. Tale approccio spinge lo Stato verso un “modello ottomano”, costituito da una autorità al potere che governa l’attività economica e una popolazione organizzata in corpi distinti sulla base di affiliazioni primarie – i gruppi confessionali, i clan, le tribù – che sono tutti separatamente subordinati allo stato . Poiché la sfera pubblica che teoricamente abbraccia tutti i cittadini non esiste, l’autorità si impegna ad operare su una base “ad hoc”, degnandosi di ascoltare e, forse, di rispondere alle richieste di ogni gruppo nella forma in cui esse vengono presentate da un intermediario che agisce come rappresentante di tale gruppo. Chiaramente, tale formula è l’antitesi del concetto di Stato moderno. Tuttavia, vi sono coloro non vi si oppongono, ritenendo che, anche se l’effettiva giustizia dovesse essere rinviata o rovesciata nei momenti di tensione, essi potranno ottenere alcuni vantaggi e garanzie, sotto forma di privilegi.

Vi è poi lo Stato confessionale, la cui popolazione viene governata sulla base dell’appartenenza religiosa, e in cui la maggioranza è composta da affiliati a una religione, mentre le minoranze sono costituite da affiliati ad altre confessioni, ciascuna delle quali vive in uno spazio separato. Un tale scenario non è necessariamente preceduto dalla salita al potere di un gruppo religioso che impone un governo teocratico. Esso può verificarsi come conseguenza di una cultura popolare prevalente, soprattutto nelle fasce più basse della struttura sociale, o come conseguenza di complessi calcoli politici nel cui ambito persone in possesso di un particolari caratteristiche e di particolari opinioni sono nominate ad occupare influenti posti amministrativi.

Vi è, infine, lo Stato civile, basato sull’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, a prescindere dalla religione, dalla razza, dall’origine etnica, dal sesso, dallo status o dalla ricchezza. Un tale Stato favorisce un quadro capace di unire persone diverse in un’unica società mista. Mentre le tensioni confessionali sono massime tra le classi medie e ai gradini più bassi della società, questo approccio deve incoraggiare una revisione politica e ideologica di fronte alla presenza di entità religiose, siano essi islamiche, cristiane o settarie, nella sfera pubblica.

E’ questo il tipo di Stato verso cui l’Egitto deve tendere, anche se per far ciò dobbiamo lavorare insieme per affrontare tutte le minacce comuni, e in particolare: le pressioni demografiche e lo sviluppo urbano non regolamentato che dà luogo a condizioni sociali e residenziali miserevoli; le disuguaglianze economiche secondo linee generazionali, etniche, di genere, o di classe; la corruzione; i crescenti tassi di povertà; il deterioramento dei servizi pubblici come l’istruzione, la sanità e i trasporti; l’apatia politica e una sfera civile atrofizzata, e tutte le altre minacce e gli altri ostacoli all’assimilazione nazionale e alla realizzazione di un sistema politico fondato sul concetto di cittadinanza.

Solo attraverso un approccio collettivo saremo in grado di alleviare le tensioni settarie e di compiere progressi – insieme – nel quadro dello Stato moderno, fondato sull’uguaglianza e su pari opportunità per tutti, sullo stato di diritto e sulla fedeltà all’ordine costituzionale.

Samir Morqos è responsabile del Coptic Centre for Social Studies; questo articolo è apparso la prima volta il 31/12/09 sul settimanale egiziano al-Ahram Weekly

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