Editoriale: il decennio che si apre in Israele e Palestina

Gli “anni zero”, o comunque si deciderà a posteriori di chiamare la prima decade del XXI secolo appena conclusasi, non saranno certamente ricordati come un momento positivo nella storia del Medio Oriente.

In questi dieci anni, il mondo ha visto svanire le speranze apertesi con il processo di pace di Oslo, attraverso dichiarazioni e scelte di capi di Stato israeliani e presidenti USA che si sono progressivamente allontanati dalle premesse iniziali inerenti a quel processo. Oggi che la formula “due stati per due popoli” appare più logora e meno sostenibile di quanto non lo fosse appena dieci anni fa, oggi che Israele, pur non essendo oggetto continuo di terrorismo, si ritiene una “testa di ponte” della grande offensiva antiterroristica occidentale, oggi che al-Qaeda è in parte penetrata a Gaza, che i Palestinesi si sono scissi in due unità politiche ma anche nazionali distinte, che non è più possibile credere ai miti facili della “democrazia” intesa esclusivamente come sistema elettorale, il Medio Oriente appare una regione più tormentata e meno aperta alla speranza di cambiamenti sostanziali e di lungo termine.

In un conflitto in cui le divisioni si fanno a distanza di sessant’anni progressivamente più profonde, Israele appare ancora fermamente convinto del fatto che i paesi arabi attendano appena un suo cedimento per “ricacciare gli ebrei in mare”, mentre i Palestinesi di qualsiasi credo politico concordano esclusivamente sul fatto che Israele non voglia la pace e non la ritenga una priorità nella sua agenda politica.

E’dunque necessario per il pubblico europeo filtrare le notizie politiche che arrivano dal Medio Oriente con uno sguardo più acuto, più attento alle grandi forze sociali sotterranee che si agitano a margine dei grandi eventi.

Presentiamo qui due articoli di due giovani israeliani che raccontano il loro Paese attraverso due angolature divergenti: la questione dei prigionieri e del rispetto del diritto penale internazionale, e la questione dell’opinione pubblica israeliana in rapporto con quella europea ed occidentale, e del sentimento anti-israeliano e talvolta antisemita che, secondo la maggior parte degli israeliani, troppo spesso adotta a priori un’interpretazione negativa e iniqua delle scelte del governo israeliano.

Il primo articolo, di Rotem Mor, critica la diffusa prassi del governo israeliano di incarcerare attivisti e pacifisti sia palestinesi che israeliani che si battono contro l’occupazione dei Territori palestinesi o che rifiutano di servire come militari in servizio di leva. Il secondo articolo, di Itay Haddad, si scontra contro l’opinione consolidata che i Paesi occidentali possano scegliere tra gli israeliani solo quegli interlocutori che si presentano come “compatibili” con le loro posizioni, senza interrogarsi sulla loro rappresentatività della società israeliana in generale.

Cercando di aprire il 2010 con una rubrica sempre più arricchita di spunti, riflessioni e contributi provenienti direttamente dal Medio Oriente e da autori giovani, speriamo così di far affiorare anche quelle opinioni interne che non trovano spazio sui grandi giornali e nelle notizie di cronaca, ma che pure contraddistinguono il sentire comune, le preoccupazioni e la mentalità di tante persone ordinarie di quella regione.

La redazione

English Version

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For a Future without Prisoners
by Rotem Dan Mor

The European bias towards Israel
by Itay Hadad

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