Yemen, paese dimenticato e incompreso

È paradossale, ma se non fosse stato per il fallito attentato di Natale, sul volo Amsterdam-Detroit, la situazione in cui versa lo Yemen da anni sarebbe rimasta un dramma dimenticato. Una crisi di cui si occupano solo alcuni osservatori attenti anche a quello che accade nei più remoti angoli del mondo. Ho visitato lo Yemen qualche anno fa. La ribalta internazionale sulla quale è stato catapultato involontariamente nelle ultime tre settimane il Paese arabo mi ha spinto a riprendere le foto scattate allora. Le immagini di quei paesaggi tanto impervi, dei villaggi sperduti eppure lussureggianti nelle loro architetture, la gente comune così attaccata alle proprie tradizioni tribali mi hanno ricordato che lo Yemen è un Paese bellissimo. Una rara sintesi di contraddizioni, rappresentate dalla natura rigogliosa e al contempo “matrigna”, dal sorriso dei suoi abitanti a patto però che si rispettino rigorosamente le regole dei clan e delle tribù, altrimenti lo straniero viene subito passato per nemico.
Questa è l’idea che ho dello Yemen. Anche ora che si trova coinvolto in un turbine mediatico improvviso e sostanzialmente incidentale. Che cosa è successo infatti in quel remoto angolo della Penisola arabica? Nulla. Nulla di diverso dal solito e così rilevante al punto da risvegliare l’interesse della stampa e dei governi occidentali.
Facciamo un passo indietro di circa sei mesi. Nel giugno dello scorso anno, nove turisti stranieri – sette tedeschi, di cui tre bambini, un britannico e una sudcoreana – vennero sequestrati e successivamente uccisi dai propri rapitori per l’impossibilità di giungere a una conclusione positiva dei negoziati con il governo di Sana’a per la loro liberazione. Ebbene, quel tragico episodio suscitò molto meno scalpore rispetto al clima di tensione che stanno attraversando in queste ultime settimane tutti i governi occidentali. È come se Umar Farouk Abdulmatullab, il giovane nigeriano autore del fallito attentato di Natale avesse scoperchiato un Vaso di Pandora di cui tutti conoscevano l’esistenza senza che nessuno vi prestasse attenzione.
Le rivelazioni del terrorista mancato, in merito ai suoi legami con la cellula denominata “al-Qaeda in Yemen”, ci hanno fatto scoprire il livello di insicurezza e instabilità che sono radicati da anni in questo lontano Paese arabo. Gli Stati Uniti in particolare non hanno saputo nascondere la propria sorpresa di fronte al rischio di terrorismo ancora così alto e che trova nello Yemen un epicentro che la Casa Bianca ha chiaramente sottovalutato.
Il problema tuttavia non è che al-Qaeda sia sbarcata in questi giorni nella Penisola arabica e vi abbia posto le sue teste di ponte. Non c’è stato un “D-Day” di “al-Qaeda in Yemen”. Al contrario l’accaduto è da attribuire agli Usa e ai suoi alleati. Tutti sono stati scossi inaspettatamente da un torpore generale. Perché è vero che il Presidente Obama ha spesso citato al-Qaeda nei suoi interventi pubblici, ricordandone la minaccia internazionale. Tuttavia l’importanza attribuita da Washington all’organizzazione di Osama bin Laden si è ridotta sensibilmente ed è rimasta circoscritta al contesto della cosiddetta “Af-Pak war”. Gli Usa si sono dimenticati però dell’identità globale che il jihadismo mantiene da sempre. Facendo di questo un fenomeno centro-asiatico è venuta meno l’attenzione nei confronti di altri scenari dove al-Qaeda è sempre rimasta attiva, oppure dove sta recuperando velocemente terreno. Gli esempi che si possono fare riguardano rispettivamente il Nord Africa, dove “al-Qaeda nel Maghreb Islamico” (Aqmi) è una cellula tutt’altro che in sonno, e l’Iraq, che si avvia all’appuntamento elettorale di marzo in una situazione di rinnovata instabilità e violenza.
Il caso yemenita è vittima di una superficialità ancora più profonda. Il governo di Sana’a infatti pare abbandonato a se stesso nel risolvere un’infinita serie di problemi strutturali che riguardano la sua arretratezza politica, il mancato sviluppo economico e un’instabilità congenita, legata alle tradizioni di scontri fra clan all’interno della sua società.
Pur mantenendo il potere dal 1978, il Presidente yemenita, Ali Abdullah Saleh, non ha saputo controllare le tribù ribelli al suo governo. In particolare è fallito l’accordo con la minoranza zaiditha di confessione sciita, un gruppo religioso armato fondato da Hussein al-Houthi, da sempre in lotta aperta contro Sana’a. Anzi, proprio negli ultimi mesi del 2009, è stato necessario un intervento armato congiunto tra le forze yemenite e quelle saudite per contenere questa ulteriore fonte di insicurezza nell’area. Riyadh, in questo modo, si è dimostrata la prima a rendersi conto del “rischio Yemen”. La porosità dei confini tra i due Paesi l’ha resa consapevole che dal Paese vicino potessero penetrare non solo esponenti di al-Qaeda, ma anche guerriglieri zaidithi capaci di andare a fomentare la minoranza sciita che è sotto la sua giurisdizione. La lungimiranza della monarchia saudita ha preceduto di soli due mesi la psicosi terrorismo che invece si sta impossessando oggi dei governi occidentali.
Di questa disattenzione internazionale è sintomatica anche la condizione di estrema povertà in cui vive lo Yemen. All’inizio del 2009, la Banca Mondiale stimava una crescita dell’economia nazionale intorno al 7,7% in chiusura d’anno. Si trattava di una previsione ottimistica per una realtà priva di infrastrutture e di risorse naturali. Ciononostante la fiducia dell’istituto di Ginevra era riposta negli oltre 5 miliardi di aiuti da parte di soggetti stranieri, in termini di donazioni ma soprattutto di investimenti. Il collasso del livello di sicurezza di cui siamo testimoni oggi ci fa prevedere una revisione al ribasso delle stime da parte della Banca Mondiale.
La paura quindi è che, una volta rientrata la tensione presso le cancellerie straniere, introdotti i nuovi e tanto discussi sistemi di controllo negli aeroporti, lo Yemen torni a essere quel Paese dimenticato del sud della Penisola arabica i cui problemi non riguardano il resto del mondo. Questo significa che “al-Qaeda in Yemen”, le tribù ribelli, gli atti di pirateria nel Golfo di Aden e la vicinanza con un’altrettanto instabile Somalia potrebbero tornare a far tremare i polsi del Presidente Saleh, senza che nessuna iniziativa di risoluzione di queste criticità verrà però presa in sede internazionale.
Va detto che finora il governo yemenita ha avuto anche le sue opportunità e occasioni per dimostrarsi forte contro i tanti avversari interni e per avviare un cammino di sviluppo democratico e di crescita economica del Paese. Gli aiuti monetari non gli sono mancati, soprattutto in ambito militare. Nel 2006, la conferenza di Londra dei donatori alla quale presero parte i rappresentanti di 39 nazioni fissò un piano quadriennale (2007-2011) durante il quale lo Yemen avrebbe ricevuto l’adeguato sostegno monetario e la consulenza tecnologica per rivitalizzare la propria economia. Vista la situazione odierna però sembra che il summit di quattro anni fa sia stato un buco nell’acqua. La classe dirigente locale, pur ricevendo il sostegno di numerosi partner stranieri, non ha saputo investire adeguatamente per il bene del suo Paese. Le risorse per la modernizzazione delle Forze armate, provenienti da Cina, Russia e Stati Uniti – che complessivamente nel 2009 hanno superato abbondantemente i 500 milioni di dollari – evidentemente non sono state utilizzate nel modo più adeguato possibile.
D’altra parte è giusto che la comunità internazionale si concentri unicamente sul settore della sicurezza? Resta infatti in sospeso il dubbio se non sia anche il caso di intervenire per contrastare l’arretratezza economica e quella culturale di un Paese in cui il reddito pro capite annuo si limita a 2.500 dollari e la scolarizzazione resta ferma al 50% della popolazione totale – peraltro la cui età media è estremamente giovane (16 anni circa). Appare evidente che anche il miglioramento del tenore di vita di tutta la società sia prioritario. Questo tornerebbe utile per contrastare qualsiasi forma di ribellione alle istituzioni nazionali, le quali necessitano anch’esse di una modernizzazione. Ma soprattutto creerebbe gli anticorpi sociali necessari per evitare l’infiltrazione di soggetti di instabilità esterni come è appunto al-Qaeda.

Antonio Picasso, giornalista, gestisce il blog http://worldonfocus.wordpress.com/

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