14/01/2010
Original Version: For Israel, was 2009 just the calm before the storm?
Mentre il fronte di Gaza si sta infiammando, aumentando i rischi di un nuovo conflitto, il fronte libanese, apparentemente più calmo, non è affatto maggiormente sicuro
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È stato un buon anno per Israele. Al di là della paralisi sul fronte del processo di pace nel 2009, per la quale la responsabilità può essere attribuita all’intransigente primo ministro israeliano, Israele ha vissuto il suo anno più tranquillo dall’inizio della Seconda Intifada. Il suo territorio è rimasto inviolato e un numero minore di israeliani sono stati uccisi o feriti (sebbene nel frattempo più di 1.500 palestinesi abbiano perso la vita per mano di Israele).
Sui tre fronti di guerra che restano aperti, Israele è riuscito a creare deterrenza aumentando in maniera notevole e decisiva il prezzo della guerra. Rifiutando l’idea di azioni di risposta mirate, proporzionali e graduali, Tel Aviv ha tentato di attuare rappresaglie così schiaccianti che i suoi nemici hanno semplicemente preferito interrompere il combattimento.
Nel 2006, l’esercito israeliano lanciò un attacco devastante contro Hezbollah in Libano. Sebbene la sua operazione verrà ricordata nella storia militare come un classico esempio di come non bisogna condurre una guerra, e sebbene quest’ultima terminò con la percezione di una sconfitta israeliana e della vittoria di Hezbollah, il confine tra Libano e Israele è stato da quel momento in poi tranquillo. La forza devastante che si è scagliata sul Libano meridionale e sui quartieri sciiti di Beirut e il costo umano, psicologico ed economico subito quasi unicamente dalla comunità sciita hanno rappresentato potenti fattori di contenimento di Hezbollah.
Nel 2007 la forza aerea israeliana condusse un audace raid contro un sospetto reattore nucleare nel nord della Siria. Tutto ciò che i siriani poterono fare fu di protestare con moderazione e passare oltre, addirittura chiedendo il rilancio dei negoziati di pace. La Siria fu obbligata a riconoscere che la sua forza militare non poteva far nulla di fronte a quella di Israele. Tuttavia essa continuerà a combattere la propria guerra contro Israele indirettamente, e attraverso manovre politiche; l’accordo di disimpegno del 1974 resta in ogni caso il può antico accordo di cessate il fuoco del conflitto arabo-israeliano, e le Alture del Golan occupate da Israele il fronte più tranquillo.
Successivamente, all’inizio del 2009, l’esercito israeliano ha devastato la Striscia di Gaza che si trovava già sotto assedio. Hamas si vantava del fatto che i suoi razzi potessero far tremare Israele, ma alla fine la sofferenza della popolazione di Gaza ha superato nettamente qualunque affermazione di vittoria che Hamas potesse fare. Gaza continua a soffrire profondamente ma è divenuta un pensiero di minore importanza per l’opinione pubblica di Israele. E paradossalmente, lo stesso Hamas finora ha cercato di rafforzare questa situazione di stallo.
Per questo, il senso di tranquillità della popolazione israeliana e di parte del suo apparato di sicurezza non è del tutto ingiustificato. L’esercito ha dimostrato competenza e crudeltà, fatto che ha prodotto questa situazione di tregua. La società israeliana trova pace nel dominio militare che le permette di alleviare le proprie paure esistenziali. Ma per realisti, cinici e esperti della sicurezza la vera domanda è: quanto può essere stabile questo equilibrio ingiusto e forzato?
A giudicare dal contesto libanese, non molto. Un sinistro motivo di questa calma apparente è semplicemente il fatto che Hezbollah, così come l’esercito israeliano, ha bisogno di tempo e di tranquillità per imparare, e mettere in pratica le lezioni apprese dal conflitto precedente, per riarmarsi e addestrarsi nuovamente.
Nel 2006 il conflitto terminò con la creazione nel sud del Libano di una zona controllata dalle Nazioni Unite all’interno della quale qualsiasi attività di Hezbollah è formalmente vietata. Tuttavia le recenti esplosioni avvenute nei depositi di armi di Hezbollah dimostrano il contrario. Anche Israele viola di continuo la zona di sicurezza conducendo missioni di osservazione aerea sul Libano e gestendo estese reti di spionaggio, molte delle quali sono state scoperte nei mesi scorsi. Purtroppo la presenza delle forze dell’ONU potrebbe complicare – ma non certo impedire – il prossimo round di scontri. Le truppe dell’ONU nel sud del Libano non poterono far nulla quando Israele invase il paese nel 1982.
L’esercito israeliano ha imparato che fare affidamento sulla sola forza aerea non è sufficiente, e che al fine di sconfiggere Hezbollah è necessaria un’offensiva di terra nella Valle della Bekaa che tagli a Hezbollah l’accesso ai propri rifornimenti siriani e lanci a Damasco l’avvertimento di non intervenire. Se Israele portasse la guerra a Damasco, ciò metterebbe la Siria in una posizione difficile, stretta tra la sua alleanza con Hezbollah e l’Iran da una parte, e la sopravvivenza stessa del regime dall’altra.
Un’altra lezione appresa da Israele è che una risposta contenuta non funziona. Nel 2006, sotto la pressione dell’amministrazione Bush, che cercava di distinguere tra il governo libanese filo-americano e Hezbollah, Israele dovette contenere i suoi attacchi rivolti contro le infrastrutture più importanti del paese e risparmiare gli edifici chiave dell’esercito e del governo. È difficile immaginare che Netanyahu farà lo stesso questa volta, soprattutto ora che il Libano è sempre di più sotto il controllo di Hezbollah. Gli ufficiali israeliani affermano già senza mezzi termini che il Libano sarebbe investito questa volta dalla piena forza distruttrice della macchina da guerra israeliana.
Sono in corso preparativi a nord e a est del fiume Litani per bloccare l’avanzata di terra israeliana. Hezbollah ammette di aver abbondantemente rimpinguato i propri arsenali di missili e di razzi. Essi costituiscono un potente deterrente di circa 40.000 ordigni e potrebbero portare la guerra nel nord di Israele e persino a Tel Aviv, ora nel raggio d’azione dei suoi missili più sofisticati. E Hezbollah potrebbe avere altre sorprese in serbo. Alcuni mesi fa, la marina israeliana si è impadronita di un imponente carico di armi leggere, sostenendo che esse provenivano dall’Iran. Un simile arsenale potrebbe essere usato per un normale combattimento in Libano, ma è anche possibile che Hezbollah tenterà di portare lo scontro in Israele (scuotendo in questo modo lo spirito di Israele in profondità), facendo anche affidamento su sistemi di difesa aerea di recente acquisizione per negare a Israele il proprio vantaggio strategico chiave.
Un’eruzione della guerra in Libano potrebbe questa volta causarne un’altra a Gaza. Un esponente di Hamas ha di recente promesso solennemente: “Se Israele lanciasse un nuovo attacco contro il Libano, noi affronteremo l’aggressione fianco a fianco ai nostri fratelli libanesi”.
Questo sarebbe lo scenario peggiore. Si avvererà? Purtroppo, entrambe le parti, benché non stiano morendo dalla voglia di intraprendere una nuova guerra, si stanno preparando attivamente, fatto che già di per sé aumenta le possibilità che una simile guerra si verifichi. Anche una guerra accidentale resta una possibilità. Dopotutto Hezbollah ha riconosciuto che non si aspettava una simile devastante rappresaglia a causa del sequestro che diede inizio alla guerra del 2006. È anche possibile che Israele riesca a ottenere (o a fabbricare) informazioni di intelligence che indichino il trasferimento di uno specifico tipo di armi in grado di alterare l’equilibrio strategico tra le parti. Anche un’operazione da parte di Hezbollah, condotta per vendicare l’assassinio di Imad Mughniyeh, il suo capo della sicurezza assassinato nel 2008, potrebbe produrre una simile escalation.
I tamburi di guerra non sono ancora assordanti, ma l’autocompiacimento e il negare la situazione non li faranno certo tacere.
Emile Hokayem scrive abitualmente sul quotidiano di Abu Dhabi “The National”; è ricercatore non residente presso l’Henry L. Stimson Center




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