19/01/2010
Original Version: The first Hebrew ghetto
Il 10 gennaio, il primo ministro israeliano ha annunciato la decisione di costruire una nuova barriera per chiudere il confine fra Israele e l’Egitto. Ma circondare tutto Israele con recinzioni e barriere farà nascere molti altri muri in questo paese – scrive lo storico israeliano Aviad Kleinberg
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“Alla fine, non ci sarà altra scelta che recintare Israele in tutte le direzioni”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu in una sessione a porte chiuse (le cui notizie sono immediatamente trapelate, come succede abitualmente in Israele). “Il paese dovrà essere completamente recintato in tutte le direzioni”.
“In tutte le direzioni”. “Completamente”. Un’isola fortificata, armata fino ai denti, circondata da campi minati e recinzioni, da alti muri di cemento, e dal sospetto.
Ciò è certamente necessario alla luce delle nostre esigenze di sicurezza, si potrebbe dire. Il problema della sicurezza che ci governa e ci protegge richiede sacrifici, e non abbiamo altra scelta che accettarli. Tuttavia, non è questo il caso.
Questa volta il primo ministro non giustifica i muri, il filo spinato e i campi minati riferendosi ai timori legati ai terroristi e agli invasori. Piuttosto, egli sta parlando di un’altra paura. “Israele è l’unico stato del Primo Mondo che può essere raggiunto a piedi dal Terzo Mondo e dall’Africa”, dice. “Se non riusciamo a proteggerci con delle barriere, Israele sarà invaso da centinaia di migliaia di lavoratori stranieri e clandestini”.
Mettiamo da parte per un attimo l’ affermazione “geografica” di Netanyahu (una rapida occhiata alla carta geografica mostra che Israele è meno unico di quanto sostiene il primo ministro). Mettiamo da parte anche la falsa descrizione del problema (la maggior parte della manodopera immigrata in Israele, arriva qui con l’approvazione dello Stato , visto che i funzionari governativi consentono ai datori di lavoro di sfruttare i lavoratori stranieri). Pensiamo soltanto alla visione del mondo che le sue parole esprimono.
Netanyahu teme la pace non meno di quanto tema la guerra. La pace è davvero un sogno, ma per lui sembra essere un incubo. Netanyahu è mentalmente incapace di pensare ai nostri vicini in termini positivi. A suo parere non hanno nulla da offrirci. Sono venuti a prendere ciò che abbiamo – a contaminare la nostra “villa nella giungla”.
Ciò non è sorprendente. Quando si vive nella lussuosa comunità di Cesarea o nelle lussuose torri di Tel Aviv, i nostri vicini poveri diventano senza nome, un puro problema logistico. Bloccare le porte, costruire una barriera, e sguinzagliare cani da guardia. La povera gente sta arrivando; sono maleducati, ignoranti, e non sanno distinguere i vari tipi di sigari. Le signore filippine fanno un gran lavoro lavando piastrelle, ma questo non significa che si meritino un permesso di lavoro o un nome.
Affermazione culturale
Erigere un alto muro tra noi e i nostri vicini è un’affermazione culturale: la vostra cultura, i vostri problemi, e le vostre vite non sono di alcun interesse per noi. Viviamo nel Primo Mondo – cioè, veniamo dall’America. Ci è soltanto capitato di rimanere bloccati in Medio Oriente. I nostri vicini devono capire bene questo messaggio – noi non siamo di qui. Eppure, se non siete di qui, si chiedono loro, che cosa ci fate qui? Non ci piace sentircelo dire. Dopotutto, noi cerchiamo la pace. Oltre il muro.
E non pensiate che si tratti solo di impedire agli estranei di entrare. In una società in cui l’élite politica pensa che coloro che sono diversi da noi dovrebbero essere tenuti fuori con dei muri, vedremo barriere di separazione visibili e invisibili fare la loro comparsa in molti altri luoghi.
Le giustificazioni spesso si confondono. Perché non possiamo aprire la Highway 443 al traffico palestinese? Per ragioni di sicurezza? Per ragioni di convenienza? Al fine di prevenire gli attacchi, o nel tentativo di prevenire la congestione sulla Highway 1? Ogni cosa si confonde. La cultura, l’economia, la sicurezza, tutto lavora al servizio della separazione.
Eppure noi non ci separiamo soltanto da loro. Provate a camminare in alcuni quartieri di Beit Shemesh. Provate a passare attraverso i cancelli di alcuni quartieri a Jaffa. Cercare di passare gli esami di ammissione e i limiti per le tasse d’iscrizione presso alcune istituzioni accademiche in questo paese; cercate di passare dall’essere molto poveri all’essere molto ricchi. Buona fortuna, non è facile.
La mentalità della separazione, di voltare le spalle con ostilità a quelli che non sono del tutto simili a noi (ebrei o arabi, laici o religiosi, poveri o ricchi, bianchi o neri) – tutto questo non si ferma alla barriera di confine. Ci si passa attraverso facilmente come in passato. E poi…benvenuti nel primo ghetto ebraico!
Aviad Kleinberg è professore di Storia all’Università di Tel Aviv




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Sono pienamente d’accordo con l’idea di Israele come ghetto, e penso da diversi anni che è ciò che vogliono tutti quegli antisemiti che sostengono i crimini commessi da Israele : fare di Israele l’ultimo ghetto ebraico in modo da poter compiere quel genocidio che Inquisizione e Nazismo hanno cercato con tanta determinazione. Per questo i falsi amici degli ebrei e di Israele sostengono la migrazione in massa verso Israele e l’assenza di relazioni, o soltanto relazioni di morte, tra Israele e i palestinesi e gli arabi che vivono dentro ed intorno allo stato di Israele. La costruzione dei muri non fa che dimostrare in modo preoccupante il realismo della tesi. Le vittime di questa tesi sono due : i palestinesi costretti a vivere in bantustan sono i primi, gli ebrei rinchiusi in Israele e allevati nel terrore di chi li circonda i secondi. La strategia del terrore usata dai servizi segreti USA e da quelli europei per assicurarsi che i cittadini rinunciassero alla democrazia a favore di dittature fa ancora piu presa su comunità ebraiche che da sempre sono vittime di persecuzione.
Non a caso si cerca di sopravvalutare il dialogo con i fascisti e il vaticano e di demolire secoli di
storia di convivenza tra ebrei e arabi per sostenere che la convivenza tra Israele e gli arabi è impossibile e che Israele deve continuare ad essere un bunker occidentale in medio oriente.
Questa visione di Israele come bunker occidentale in medio oriente però fa comodo solo ad una elite guerrafondaia israeliana mentre costituisce un danno perenne per quegli ebrei israeliani che pagano le spese militari alimentate contro le spese sociali e per la maggior parte degli ebrei della diaspora, facili capri espiatorii della vendetta araba per i crimini commessi dai governi israeliani.