19/01/2010
Original Version: The Age of Walls
“Chiudere le frontiere” è un’espressione che indica l’illusione che una popolazione possa preservare la sua purezza, proteggendosi da ciò che la circonda – scrive Samera Esmeir
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Se Eric Hobsbawm dovesse aggiungere un quinto volume al suo classico studio storico in quattro volumi “Ages of Capital, Empire, Extremes and Revolution”, e se dovesse dedicare questo nuovo volume al XXI secolo, probabilmente lo intitolerebbe “The Age of Walls”, l’era dei muri.
E’ vero, molte persone nel mondo pensavano che l’era dei muri fosse già tramontata con la caduta del muro di Berlino, ma Israele sembra aver dichiarato di impegnarsi a perpetuare tale era. Israele sta completando un muro di cemento nei territori palestinesi occupati nel 1967, un altro muro di ferro è attualmente in costruzione lungo il confine tra l’Egitto e la Striscia di Gaza, e Israele è in procinto di avviare la costruzione di un muro “tecnologico”, ovvero di una “barriera”, come si dice, alla frontiera con l’Egitto. Di cemento, di ferro, ad alta tecnologia – questi sono i nuovi muri in costruzione nella regione. Molto presto, forse, potremmo cominciare ad assegnare premi per il miglior progetto di muro fatto di altri “materiali”.
L’ultimo episodio di questa campagna per “circondare di muri la regione” è stato annunciato domenica 10 gennaio 2010, quando il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato i progetti per erigere la suddetta barriera. La prima fase avrà inizio con la costruzione di “recinzioni lungo le sezioni del confine a sud della Striscia di Gaza e a nord di Eilat”. Inoltre, “misure tecnologiche saranno dispiegate lungo l’intero confine per permettere la localizzazione degli infiltrati e dei pericoli in modo tempestivo”.
Della sua decisione, Netanyahu ha detto: “Ho deciso di chiudere il confine meridionale di Israele agli infiltrati e ai terroristi dopo prolungate discussioni con i ministri del governo e con figure professionali. Questa è una decisione strategica per assicurare il carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele. Israele rimarrà aperto ai profughi di guerra, ma non possiamo permettere a migliaia di lavoratori clandestini di infiltrarsi in Israele attraverso la frontiera meridionale e di invadere il nostro paese “.
Le minacce da cui questa barriera dovrebbe proteggere Israele sono: “lavoratori clandestini, infiltrati, contrabbandieri, terroristi, gli africani, gli abitanti di Gaza, prostitute, droga e armi”. Solo chiudendo il confine e garantendo Israele contro queste “minacce”, ha detto infatti Netanyahu, Israele rimarrà ” ebraico e democratico “. Ma che cosa significa “chiudere” un confine che si estende per circa 200 chilometri? E in che modo esattamente queste persone e cose minacciano il carattere “ebraico e democratico dello stato di Israele”? In che modo muri o barriere proteggono il carattere di uno stato? E, infine, che cosa ci racconta la proliferazione di muri a proposito della psicologia che guida la politica israeliana?
L’uso della parola “chiudere” per descrivere in che modo sarà controllato il confine con l’Egitto è significativo. “Chiudere le frontiere” è un’espressione che è stata utilizzata negli Stati Uniti in riferimento al loro confine con il Messico. In Israele, l’espressione indica l’illusione che una popolazione possa preservare la sua purezza, proteggendosi da ciò che la circonda (e dalle vite umane che ha scacciato dalla loro terra). In ballo, qui, non è affatto la paura degli altri, ma un profondo senso di superiorità nei confronti di coloro che abitano la stessa area geografica, o aree geografiche vicine, e un sincero desiderio di escogitare uno stile di vita che li sradichi, li nasconda, o li deporti. “La Terra Promessa”, dopotutto, è tutt’altro che un concetto astratto; essa appartiene ad aree geografiche e ad eredità storiche concrete. La sua secolarizzazione come strumento per la formazione dello Stato-nazione di Israele in mezzo a queste aree geografiche e a queste eredità storiche tramuta la terra-trasformata-in-stato in un motore di razzismo, di colonizzazione e di esclusione.
Indicative di questo senso di superiorità sono le dichiarazioni rilasciate da Netanyahu riguardo alla prospettata barriera, lo scorso dicembre. In una riunione della Commissione ‘sicurezza e affari esteri’, egli ha affermato che la parte meridionale di Israele è l’unico posto al mondo dove ci si può spostare dal Terzo al Primo Mondo semplicemente camminando: “Il problema è che è possibile andare a piedi dall’Africa a Gush Dan. E’ impossibile fare lo stesso in direzione di Parigi o Madrid, perché c’è un mare lungo la strada”. Egli ha anche aggiunto che “dovremo circondare di muri tutto il paese, non abbiamo altra scelta”.
In effetti, se Israele vuole preservare la propria percezione di essere una potenza superiore e più avanzata nella regione, può non avere altra scelta che quella di circondarsi di muri. In altre parole, può non avere altra scelta che quella di costruire letteralmente questa auto-proclamata superiorità. Ma prendere in considerazione l’idea di circondare di muri un intero paese denota che l’atto di costruire muri non è semplicemente un atto di sovranità. Piuttosto, costruire muri in questo caso è la capacità di inventare e preservare la purezza di un popolo, e di un territorio, mantenendolo in un costante stato di paranoia. In questo senso, il costruire muri è qualcosa che si intreccia con il male. Quanto più viene cercata la purezza, tanto più le risposte contro le pratiche che violano questa purezza sono destinate a diventare sempre più dure. L’effetto di circondarsi di muri, di conseguenza, non è semplicemente quello di impedire ad “africani, terroristi, palestinesi, trafficanti di droga e d’armi” di “infiltrare” il confine meridionale. Piuttosto, l’effetto dalle conseguenze ben più profonde è quello di produrre uno spazio chiuso, che trasforma i tentativi di rivendicazione rivolti nei suoi confronti in una violazione che legittima risposte sanguinose. Più verranno costruiti muri, più vi saranno campagne militari.
A dire il vero, però, Netanyahu non è l’autore di questo nuovo progetto. L’idea è stata covata per diversi anni, e sembra risalire almeno al 2005, quando un progetto chiamato “Sand-Clock” fu per la prima volta messo a punto dal ministero della difesa israeliano. Da allora, il Centro di ricerca e informazione del parlamento israeliano ha preparato una serie di rapporti sulle “minacce” presenti alle frontiere con la Giordania e l’Egitto, raccomandando la chiusura del confine con l’Egitto. Inoltre, diverse commissioni del parlamento hanno discusso la questione del confine meridionale. E, infine, il governo di Ehud Olmert ha esaminato una serie di progetti per chiudere il confine, compreso il progetto Sand-Clock. Ci sono voluti diversi anni per elaborare e approvare un progetto definitivo, perché sono state considerate diverse opzioni, tenendo conto delle condizioni geologiche e topografiche della linea di confine.
L’identità dei politici responsabili del nuovo progetto di muro è importante. Ma la cosa più significativa è il discorso che vi è alla base, il quale contestualizza le suddette minacce e le mette in relazione al presunto “carattere ebraico e democratico dello Stato di Israele”. Questo discorso è sia globale che locale. Nella sua prospettiva globale, esso attinge alle pratiche di altri paesi occidentali nei confronti della manodopera straniera e degli immigrati indesiderati (neri, musulmani, arabi, asiatici, ecc); mette in primo piano le preoccupazioni nei confronti della tratta delle donne, del traffico di droga e di armi, come se il contrabbando transfrontaliero fosse la loro principale causa o fonte; trasforma l’Africa in una sorgente di tenebra eterna, alimentando la coscienza occidentale intollerante e i suoi progetti razzisti; e, infine, fa ricorso al vocabolario della guerra globale al terrorismo.
Ma ciò che si può leggere come un tipico discorso occidentale contemporaneo a proposito delle frontiere, contiene ulteriori riferimenti locali. Il parlare di “infiltrazione” ha una particolare storia locale. L’ “infiltrato” nella memoria collettiva israeliana è il nome che Israele diede ai profughi palestinesi che tentarono di tornare a casa in Palestina dopo la guerra del 1948, e che furono nuovamente espulsi non appena fu scoperto il loro ritorno. Il termine fu anche usato per descrivere altri palestinesi, che non lasciarono la Palestina durante la guerra, ma che furono poi etichettati come ‘infiltrati’ allo scopo di espellerli. L’infiltrato era quindi il palestinese la cui espulsione, in alcuni casi reiterata per due volte, era necessaria al fine di costruire uno stato esclusivamente ebraico.
Ne consegue che l’estensione dell’identità degli infiltrati fino ad includere altre persone e cose, facendo riferimento al discorso globale in materia di immigrazione e sicurezza, non riesce a nascondere i seguenti due fatti: primo, la persistenza dei palestinesi come una delle principali figure che vanno espulse; e secondo, la misura in cui il trattamento di tutti gli altri non-ebrei sarà modellato sulla base del trattamento dei palestinesi in qualità di infiltrati. Ed è in questo contesto che si può capire il riferimento allo stato ebraico da parte di Netanyahu. Questo stato, fino a poco tempo fa, era principalmente volto a escludere i palestinesi. Oggi, il suo carattere ebraico serve anche ad escludere gli africani e gli altri “infiltrati”. L’opera di razzismo e di esclusione che generò lo stato ebraico è la stessa opera che continua a organizzare le sue azioni in rapporto ad altre popolazioni. Per ironia della sorte, Israele potrebbe trasformare in palestinesi tutti gli altri non-ebrei del mondo.
Fare riferimento alla salvaguardia del carattere ebraico e democratico di Israele ha ulteriori conseguenze. Questo riferimento legittima in modo efficace il progetto dello stato ebraico associandolo a un discorso globale sull’immigrazione e la sicurezza. In altre parole, la salvaguardia dello stato ebraico diventa parte integrante di questo discorso globale. Ma vi è un’ironia in questa nuova dimensione di esclusione. Israele rivela ancora una volta di essere insicuro circa la realtà del suo carattere ebraico. Questa insicurezza è evidente quando Israele chiede che i palestinesi lo riconoscano come uno stato ebraico. E’ anche evidente nell’ossessiva costruzione di muri contro tutto ciò che è al di fuori della sua zona di auto-proclamata superiorità. I palestinesi, a quanto pare, non sono l’unico elemento che dimostra l’impossibilità di fatto di affermare il “puro” carattere ebraico di Israele. E se Israele ha bisogno di circondarsi di muri al fine di preservare il suo carattere ebraico, questo non è un indizio del fatto che Israele non è mai stato ebraico? Il progetto per la costruzione di questo muro può forse insegnarci che uno stato ebraico o è un’illusione, o è un’aspirazione che richiederebbe ancora più distruzione e ancora più espulsioni per far sì che essa sia temporaneamente soddisfatta?
Samera Esmeir insegna alla University of California, a Berkeley; fa parte del comitato editoriale di Middle East Report; è stata cofondatrice e condirettrice della Adalah’s Review, una pubblicazione di carattere socio-giuridico che si concentra sulla minoranza palestinese in Israele















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