15/01/2010
Original Version: Israel’s looming war in Gaza: Can Obama stop it before it starts?
E’ possibile che, la prossima settimana o quella successiva, Barack Obama vedrà rapporti dell’intelligence relativi a schiere di carri armati in movimento verso sud e verso ovest lungo le principali strade israeliane, e ad intere brigate della fanteria impegnate a erigere campi nel Negev occidentale.
Il conto alla rovescia per la seconda guerra a Gaza è iniziato sul serio. È possibile dire che questo conto alla rovescia sia iniziato domenica 10 gennaio, quando è stata presentata una tremenda e spietata analisi di Yom Tov Samia, già comandante in capo dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza e nel vicino Negev.
Se si preferisce, è invece possibile fissare la data di inizio del conto alla rovescia in base all’assioma della storia contemporanea di Israele che dice che una guerra futura diviene del tutto inevitabile nel momento in cui un general maggiore di rilievo delle forze armate israeliane (Israeli Defense Forces, IDF) la dichiara tale.
Un’altra opzione è quella di far risalire l’inizio del conto alla rovescia al momento in cui l’amnesia selettiva ha permesso ad alcune figure politiche di Israele di coltivare l’illusione che si possa attaccare Hamas fino a distruggerlo.
Tutto questo e molto altro proviene da un’intervista che Samia ha concesso all’Army Radio (la radio dell’esercito) questa settimana. Questa intervista dovrebbe far riflettere non solo i palestinesi e gli israeliani che potrebbero cadere vittime di una seconda guerra a Gaza, ma anche Washington.
Se il brutale combattimento dell’anno scorso fornisce una qualche indicazione, e vi sono buone ragioni per credere che sia così, un’iniziativa determinata per evitare l’incombente scontro tra Israele e Hamas nella Striscia deve essere in cima alla già tremendamente lunga lista di priorità di Obama.
Un’altra guerra a Gaza, che questa volta potrebbe essere un attacco ancora più tremendo, potrebbe non soltanto dimostrarsi letale per la residua credibilità di Israele, ma anche compromettere e indebolire le offensive militari e politiche di Obama in Iraq, Afghanistan… fino ad arrivare allo Yemen.
Se Obama nutre ancora qualche speranza di fare da intermediario nel processo di pace tra Israele e i palestinesi, il suo primo compito è quello di disinnescare la guerra prima che possa ancora una volta colpire Gaza e, questa volta, anche Tel Aviv. La guerra a Gaza ha cambiato il panorama politico di Israele in maniera non favorevole a Obama.
Il disimpegno da Gaza del 2005, che ha portato al lancio di razzi contro il Negev e all’assenza di alcun beneficio derivante dalla pace, ha arrecato un grave colpo alla sinistra israeliana. Ma è stata l’offensiva a Gaza dell’anno scorso, inizialmente sostenuta persino da Meretz (partito politico israeliano di sinistra, di ispirazione laica, sionista e socialdemocratica (N.d.T.) ), che ne ha sancito la fine. E’ stata la fine di Meretz, del partito laburista e dell’alleanza di sinistra con i partiti arabi israeliani.
Riuscirà Barack Obama a fermare la prossima guerra a Gaza? Soltanto se agirà velocemente. E soltanto se i suoi consiglieri studieranno e applicheranno con attenzione le lezioni della guerra precedente, e in particolare del periodo immediatamente antecedente ad essa.
Un punto di partenza logico è un’altra analisi, anch’essa trasmessa dalla stazione radio delle forze armate israeliane, questa volta cinque giorni prima dell’inizio della scorsa guerra. L’analisi è di Shmuel Zakai, un generale di brigata in pensione che aveva servito sotto il comando di Samia e successivamente aveva diretto la divisione di Gaza delle IDF.
Zakai sostenne la necessità di una revisione generale del modo in cui Israele considera Hamas. L’idea centrale è che “lo stato di Israele deve comprendere che il governo di Hamas a Gaza è una realtà, e che è con questo governo che noi dobbiamo raggiungere una situazione di calma”.
Se assumesse totalmente il ruolo di pacificatore, Obama avrebbe a disposizione risorse e situazioni che non esistevano un anno fa. Naturalmente, non è una coincidenza il fatto che quello che potrebbe rivelarsi un test cruciale per l’amministrazione Obama coincida con l’anniversario del suo insediamento. L’operazione “Piombo Fuso”, intenzionalmente lanciata durante il periodo di interregno tra l’amministrazione Bush uscente e quella entrante di Obama, si concluse con un cessate il fuoco unilaterale da parte di Israele 48 ore prima che il presidente eletto prestasse il proprio giuramento.
A quell’epoca, un primo ministro colpito dagli scandali e pericolosamente impopolare, che cercava in tutti i modi di migliorare la propria reputazione macchiata da errori militari che si erano sommati alle proprie precedenti malefatte personali, approfittò del vuoto di potere a Washington per scatenare una guerra che non riuscì a raggiungere nessuno dei risultati prefissati, presentando Israele agli occhi del mondo come un aggressore senza possibilità di appello.
Questa volta l’amministrazione Obama ha alcuni elementi a proprio vantaggio. Il primo è Benjamin Netanyahu, il quale sebbene risulti a questo punto sgradito praticamente a tutti, è a capo di un governo di insolita stabilità, un governo che ha mostrato di preferire la tranquillità al caos. Inoltre, la maggior parte dell’opposizione è a favore di uno sforzo risoluto al fine di evitare la guerra. Bisogna aggiungere che il governo agisce all’ombra del Rapporto Goldstone, del quale pochi vorrebbero vedere una versione rinnovata. Infine, Netanyahu ha dimostrato una riluttante apertura nei confronti delle richieste della Casa Bianca, come nel caso del parziale congelamento degli insediamenti.
Vi è poi la condizione attuale di Hamas che ha promesso ai propri elettori la liberazione di alcuni detenuti in cambio del prigioniero israeliano Gilad Shalit e che, avendo alimentato le aspettative nei territori palestinesi, deve ancora mantenere le proprie promesse. Inoltre Hamas non può permettersi un’altra devastante campagna militare nella Striscia di Gaza tuttora distrutta, a così breve scadenza dalla fine di “Piombo fuso”.
Un altro fattore è il ruolo potenzialmente attivo e nuovamente costruttivo dell’Egitto, che fino a poco tempo fa era rimasto in gran parte ai margini, con un atteggiamento passivo se non timoroso. Gli analisti hanno sostenuto che l’imponente progetto dell’Egitto di costruire un muro di ferro lungo il confine tra Gaza e il Sinai egiziano lancia un forte messaggio sia ad Hamas che a Israele.
Samia sostiene che, nel caso di una nuova guerra, le IDF potrebbero catturare e occupare il Corridoio Philadelphia, attualmente crivellato di tunnel, il quale costeggia il nuovo muro. Il professor Yoram Meital dell’Università Ben Gurion del Negev ha affermato questa settimana che, secondo Israele, “il messaggio è che l’Egitto sta erigendo un muro, e che esso considera qualsiasi tentativo di toccarlo come un attacco alla propria sicurezza nazionale”.
“Stanno dicendo ad Hamas che essi non contribuiranno mai alla creazione di un mini-stato nella Striscia di Gaza, e per questo stanno sigillando il valico di Rafah quasi ermeticamente e stanno erigendo un muro di ferro che affonda le radici nelle viscere della terra”.
Una delle più importanti lezioni del massacro dell’anno scorso è che, guerra o non guerra, soltanto Hamas può decidere se e quando lanciare razzi da Gaza su Israele. Furono lanciati razzi durante tutte e tre le settimane di guerra, ed essi si fermarono soltanto su ordine di Hamas, molte ore dopo che Israele aveva messo a tacere le armi.
David Buslika, il sindaco di Sderot, città colpita dai razzi, ha affermato questa settimana che “con la fine dell’operazione Piombo Fuso, abbiamo capito che la soluzione militare non può essere risolutiva, può soltanto creare delle pause tra i combattimenti”.
In definitiva, è forse Israele a possedere la più importante carta da giocare, e ciò potrebbe dipendere da un atteggiamento insolitamente efficace della Casa Bianca di Obama. Attraverso una mediazione internazionale, Israele potrebbe offrire di ristabilire la tregua del 2008, riducendo così in maniera significativa la propria stretta mortale sulla Striscia.
Per decidersi a fare ciò, tuttavia, Israele dovrebbe anche abbandonare la propria radicata convinzione secondo la quale la potenza di fuoco è uno strumento di pressione per piegare Gaza alla propria volontà. E ciò significa abbandonare un ragionamento che suona esattamente così:
“Lo stato di Israele non sta facendo questo per cambiare il regime a Gaza. Lo sta facendo a causa di una situazione che vede Hamas controllare la Striscia di Gaza e sostenere una visione del mondo il cui fondamento è quello di annientare lo stato di Israele, di aprire il fuoco su scuole e asili, e di effettuare attacchi terroristici contro i ristoranti”, afferma Samia.
“Allo stato di Israele non importa se Hamas si autodefinisce un regime o semplicemente un’organizzazione terroristica. Si tratta di un’organizzazione terroristica e bisogna trattarla come tale”.
“Se, allo stesso tempo, i moderati riescono a giungere al potere, ciò sarà un bene per noi, e noi ne saremo felici”.
Brandley Burston è un editorialista del quotidiano israeliano Haaretz















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