12/01/2010

Original Version: تهديد الأمن القومي المصري

Il regime politico egiziano non fa che parlare della sicurezza nazionale egiziana ogni volta che le drammatiche condizioni della Striscia di Gaza si affacciano sul Sinai, e si profonde in minacce ed intimidazioni, utilizzando tuttavia un tono difensivo che denota la debolezza dei suoi pretesti, e la sua accondiscendenza a richieste politiche e di sicurezza che vengono imposte all’Egitto dalle potenze straniere. Dall’inizio dell’assedio, la Striscia di Gaza non fa che ricevere ammonimenti da parte del regime egiziano, senza che tuttavia manchino le espressioni di simpatia nei confronti di coloro che il regime chiama “i fratelli palestinesi di Gaza”.

Non sfugge agli intellettuali ed all’opinione pubblica araba in generale che ciò che sta accadendo attorno a Gaza è il riflesso evidente di una situazione di declino arabo a tutti i livelli: politico, economico, sociale, militare e di sicurezza. I regimi arabi hanno vanificato sogni e speranze arabe, hanno ridimensionato le ambizioni al punto che la stessa unità nazionale in molti paesi arabi è fonte di preoccupazioni, i confini coloniali fra i paesi arabi sono divenuti focolai di tensione fra gli arabi stessi, e le ricchezze arabe si sono mutate in una maledizione che ha trasformato gli arabi in altrettanti bersagli dei colonizzatori e delle potenze occupanti.

Forse l’espressione “sicurezza nazionale egiziana” riflette tutto questo. Tale espressione isola l’Egitto da quella che è la sua vera dimensione nazionale, e che fa della sua sicurezza una vera sicurezza nazionale. Come si vede, perfino i termini adottati non si salvano dall’assurdità e dallo stravolgimento dei concetti.

I tragici accordi di Camp David

I popoli arabi non si interessano molto alle analisi di alcuni intellettuali a proposito degli accordi di Camp David tra i sionisti e il regime egiziano, e si sono attenuti alle campagne mediatiche sui cosiddetti “eroi di pace ed eroi di guerra” e sulla cosiddetta “pace dei coraggiosi”, convincendosi sulla base di tali campagne che il regime egiziano era riuscito ad ottenere con tali accordi ciò che non aveva ottenuto con la guerra, ovvero la liberazione del Sinai.

Ricordo che, nel corso di una trasmissione radiofonica, ebbi una discussione con un egiziano che insisteva che il Sinai era stato liberato e che il sangue dei martiri egiziani era una dimostrazione di ciò. Non ero in disaccordo con lui riguardo all’eroismo dei giovani egiziani, ma suscitai la sua collera quando dissi che il regime egiziano aveva usato il sangue dei martiri per dare a Israele ciò che quest’ultimo non era riuscito ad ottenere con la guerra.

L’assedio al popolo palestinese, ed alla Striscia di Gaza in particolare, ha fatto riemergere la questione della “liberazione immaginaria”, come prova vivente, di fronte a tutti gli arabi, della mistificazione che era stata compiuta dall’informazione araba, ed egiziana in particolare, riguardo alla liberazione del Sinai.

Leggendo gli accordi di Camp David ci si convince che Israele non ha mai cessato di insistere sulla questione della sicurezza, e che gli accordi non sarebbero mai stati firmati se l’Egitto non avesse tranquillizzato Israele assoggettandosi ai suoi criteri di sicurezza.

La sicurezza di Israele è la prima preoccupazione della leadership politica israeliana, e i criteri di sicurezza posti dall’establishment militare israeliano per firmare la pace con una qualsiasi controparte araba sono severi e inflessibili. Israele non firma alcuna pace se la controparte araba non si impegna a garantire la sua sicurezza e non si sottopone alla possibilità di continui controlli e revisioni.

Tali criteri di sicurezza non riguardano soltanto l’impegno arabo a combattere il terrorismo, e la cooperazione araba a livello militare e di sicurezza, ma anche la completa “esposizione” della sicurezza araba alla mercé di Israele, cosicché quest’ultimo non avrebbe alcun problema qualora decidesse di compiere un’azione militare o di sicurezza in territorio arabo.

Israele ha insistito su queste misure di sicurezza per firmare la pace con l’Egitto e la Giordania, ed anche nei suoi accordi con l’Autorità Nazionale Palestinese, al punto che gli arabi sono diventati gli strumenti che garantiscono il benessere e la sicurezza di Israele. Per quanto riguarda il Sinai, gli accordi di Camp David impongono, fra gli altri, i seguenti criteri di sicurezza:

1) L’Egitto può mantenere una sola brigata militare nella parte occidentale del Sinai, ad ovest dei passi Milta e Gidi: una presenza militare simbolica il cui unico scopo è quello di salvare la faccia dell’Egitto. Questa brigata non è in grado di compiere azioni offensive né difensive, non può introdurre materiale bellico supplementare, ed è soggetta al continuo controllo delle forze straniere presenti nel Sinai.

2) L’Egitto può avere una forza di polizia nel Sinai, equipaggiata con armi leggere come mitragliatrici e pistole, con l’obiettivo di preservare la sicurezza interna e di dare la caccia agli infiltrati e ai terroristi. Questa è una forza non combattente il cui lavoro ed i cui armamenti sono sottoposti a controllo. Tutti hanno riconosciuto di recente che l’Egitto non ha il potere di aumentare o ridurre queste forze, né di modificare le regole e l’estensione delle loro attività. L’Egitto si è trovato ad avere carenza di personale nel momento in cui la popolazione di Gaza ha distrutto la recinzione del confine coloniale tra Gaza e il Sinai. L’Egitto si è trovato dunque nella posizione di dover chiedere a Israele il permesso di incrementare le proprie forze e di introdurre veicoli antisommossa.

3) L’Egitto non può modificare l’equilibrio demografico ed abitativo del Sinai senza il permesso di Israele. Ad esempio, non può costruire nuove città o villaggi che incrementino il numero di abitanti del Sinai, cosa che sarebbe di importanza vitale per l’Egitto, e non può implementare progetti economici o agricoli a proprio piacimento. Israele vuole che il Sinai rimanga disabitato in modo da non dover fronteggiare problemi di sicurezza in futuro; permette di sviluppare solo progetti agricoli limitati che non hanno alcuna rilevanza strategica, e permette di sviluppare le località turistiche facili da controllare, come quella di Sharm el-Sheikh, dove a volte risiede il presidente egiziano.

4) L’Egitto non può costruire nel Sinai aeroporti militari né aeroporti civili in grado di ospitare aerei militari; e non può sorvolare il Sinai con aerei militari né con elicotteri da combattimento.

5) Il Sinai è controllato da forze multinazionali sotto il comando USA, che stazionano presso i passi Milta e Gidi e dispongono di sistemi di rilevamento rapido e strumenti per la ricognizione e la sorveglianza satellitare. I poteri di vigilanza e controllo sono nelle mani degli americani, i cui ufficiali e diplomatici si muovono in piena libertà nel Sinai. Anzi, essi di fatto sono i padroni del Sinai, e danno ordini agli egiziani.

In conclusione, l’Egitto gode di un’autonomia limitata nel Sinai, e non è in grado di esercitare la propria sovranità. Tutto ciò che gli arabi sentono uscire dalle bocche dei responsabili egiziani a proposito dell’Egitto non ha alcun fondamento.

L’esposizione della sicurezza egiziana

Oltre a mettere l’Egitto al servizio della sicurezza israeliana, le misure degli accordi di Camp David mirano a mettere la sicurezza egiziana alla mercé di Israele, in modo che quest’ultimo sia in grado di fronteggiare facilmente qualsiasi eventuale attacco egiziano, o addirittura di neutralizzarlo prima ancora che abbia luogo. Il Sinai è attualmente sotto l’occupazione delle forze multinazionali, e le forze egiziane che vi si trovano non sono in grado di contrastare un eventuale attacco israeliano, né sono preparate a combattere una guerriglia che potrebbe ritardare l’avanzata delle forze di Israele.

Il Sinai è completamente allo scoperto da un punto di vista militare e della sicurezza, e Israele può riprenderne il controllo in poche ore. E’ evidente che non è vero ciò che ha detto un generale egiziano in pensione in una trasmissione televisiva, e cioè che l’Egitto sarebbe in grado di infliggere una sconfitta ad Israele, se lo volesse. L’esercito egiziano non possiede un equipaggiamento adeguato a fronteggiare l’esercito israeliano, e non è in grado di spostarsi con sufficiente rapidità attraverso il Sinai.

Vi sono diversi indizi che confermano questa “esposizione”, fra cui l’incapacità dell’Egitto di aprire il valico di Rafah senza il permesso israeliano, e la sua incapacità di introdurre aiuti a Gaza senza questo permesso. Inoltre, è risaputo che gli americani si muovono nel Sinai a proprio piacimento, e – loro sì – senza bisogno di alcun permesso. Anzi, è vero il contrario: sono i convogli e le forze di polizia egiziane hanno bisogno del permesso degli americani per muoversi. Tutti sanno che gli aerei militari israeliani che alcuni mesi fa compirono un’incursione in Sudan, per colpire un convoglio che si dice portasse armi a Gaza, attraversarono lo spazio aereo egiziano del Sinai.

L’Egitto è presente nel Sinai in base a una forma di autonomia, tuttavia il Sinai deve restare un teatro militare e di sicurezza di Israele, direttamente o tramite gli Stati Uniti. In altre parole, il Sinai deve rimanere una terra attraverso la quale è facile minacciare la sicurezza nazionale araba e la sicurezza egiziana. Se il regime egiziano dovesse violare questo stato di fatto, la sua situazione politica nel Sinai, e in Egitto in generale, sarebbe esposta a dure ripercussioni.

Gaza e le misure di sicurezza del Sinai

Durante l’occupazione israeliana, la Striscia di Gaza era sottoposta a stretti controlli lungo il confine coloniale fra essa ed il Sinai, e l’Egitto aveva tutto l’interesse a perseguire i trafficanti d’armi e coloro che collaboravano con le fazioni palestinesi, così come ha interesse a perseguire quegli egiziani che possono compiere attività che danneggiano le forze straniere nel Sinai, o che aprono il fuoco contro gli israeliani attraverso il confine. Questo assedio si è inasprito dopo la fine dell’occupazione e la sua sostituzione con un embargo, che continua a guadagnare slancio a causa della fermezza dimostrata dalla Striscia.

Accenno qui al fatto che la Striscia di Gaza non è tecnicamente sotto occupazione, e quanto ha detto il ministro degli esteri egiziano a proposito della responsabilità dell’occupazione israeliana di rifornire Gaza, perché l’occupazione continua, non è esatto.

Israele è responsabile insieme a molti altri stati dell’embargo imposto a Gaza, ma la responsabilità maggiore della continuazione di questo assedio ricade sull’Egitto, perché l’Egitto è un paese arabo, e non ha alcun rapporto di ostilità con Gaza.

Israele è un nemico, e lavora per distruggere i palestinesi, ovunque essi siano; non è dunque ragionevole che i palestinesi chiedano ai loro nemici di fornire loro il cibo e i beni necessari per la vita quotidiana.

Ma il problema non sta in pochi generi alimentari, bensì nella forza militare che la Striscia di Gaza potrebbe acquisire attraverso il contrabbando di armi, o dei materiali necessari a costruirle. Se la Striscia acquistasse una forza militare, il principio della “esposizione militare” del Sinai verrebbe leso, poiché una “base militare avanzata” in terra di Palestina sarebbe in grado di difendere l’Egitto, o quantomeno di impegnare l’esercito israeliano per un tempo sufficiente a permettere all’esercito egiziano di spostarsi nel Sinai.

In altre parole, se la forza delle fazioni della resistenza nella Striscia si sviluppasse fino a costituire un ostacolo militare per Israele, questo fatto ridimensionerebbe di molto l’importanza delle misure di sicurezza imposte dagli americani e dagli israeliani nel Sinai.

Ciò indebolirebbe la sicurezza di Israele e rafforzerebbe quella dell’Egitto. Ma questo contraddice completamente gli impegni presi dal regime egiziano. La forza della Striscia di Gaza, dunque, minaccia la sicurezza di Israele, e non certo la sicurezza nazionale egiziana, come sostengono gli esponenti del regime del Cairo.

La sicurezza del regime e la sicurezza dell’Egitto

Il regime egiziano non parla di una minaccia alla sicurezza nazionale egiziana, ma di una minaccia al regime. E’ noto che il regime egiziano ottenne aiuti economici e militari dall’America in misura sufficiente a firmare gli accordi di Camp David, e ricevette aiuti nel settore della sicurezza per garantire la sua permanenza al potere. In cambio di ciò, l’establishment militare e di sicurezza egiziano si aprì all’infiltrazione dei servizi di intelligence americani.

Il regime egiziano assomiglia all’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah, in quanto riceve finanziamenti stranieri in cambio della trasformazione del paese in un terreno di gioco per gli americani ed i loro alleati sionisti.

L’America ha infiltrato l’Egitto, e sarebbe in grado di condurre missioni contro il regime qualora avesse la sensazione che esso abbia violato le regole dell’obbedienza. Il regime ha ottenuto alcuni privilegi, ed in cambio deve fare numerose concessioni, anche se ciò va a spese dell’Egitto.

La sicurezza dell’Egitto attualmente è nelle mani di Israele e dell’America, e qualsiasi tentativo di riprenderne il controllo esporrebbe il regime ad un grave pericolo. L’interrogativo tuttavia è: cos’è più importante, la sicurezza del regime o la sicurezza dell’Egitto? La risposta appare chiara alla maggior parte dei regimi arabi, primo fra tutti quello egiziano: la sicurezza del regime è al primo posto; e gli arabi vadano pure all’inferno, se servire il nemico è nell’interesse del regime.

E questo significa che, se la minaccia alla sicurezza di Israele implica una minaccia alla sicurezza del regime, difendere la sicurezza di Israele diventa una priorità; trovare delle giustificazioni non sarà impossibile, e i mezzi di informazione governativi non proveranno alcuna vergogna nel continuare ad ingannare le masse.

La sicurezza del regime egiziano è in contraddizione con la sicurezza dell’Egitto, e l’interesse del regime non è in accordo con l’interesse del paese. Ciò non vale soltanto per la Striscia di Gaza, ma si applica anche alla politica dell’Egitto nel Corno d’Africa e in corrispondenza delle sorgenti del Nilo, così come alla sua politica nel Golfo.

Il regime egiziano cura gli interessi americani a spese degli interessi nazionali arabi ed egiziani, e spreca i punti di forza degli arabi per aggrapparsi agli elementi di debolezza. In questo modo, esso non pregiudica la strategia della maggior parte dei regimi arabi, che è fondata sulla vulnerabilità e sulla dipendenza. Non c’è dunque da stupirsi del fatto che la maggior parte dei regimi arabi collaborino, segretamente e alla luce del sole, con Israele più di quanto collaborano fra di loro.

Abdul Sattar Kassem è un politologo palestinese; insegna Scienze Politiche all’Università an-Najah di Nablus

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