La conferenza di Londra e lo Yemen: i problemi vanno al di là della guerra ad Al-Qaeda

26/01/2010

Original Version: There is more to Yemen than just combating Al-Qaeda

La conferenza di Londra potrà essere una trappola per l’Occidente, o l’inizio di un vero tentativo di avviare delle riforme interne per evitare che lo Yemen diventi un altro Afghanistan – scrive la ricercatrice saudita Mai Yamani

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Lo Yemen si è improvvisamente aggiunto all’Afghanistan e al Pakistan nella lista dei Paesi pericolosi per la sicurezza mondiale. E’ infatti considerato sempre di più un “nascente” Stato fallito e una potenziale nuova base per Al-Qaeda.

Il fallito attentato a un aereo di linea diretto a Detroit il giorno di Natale ad opera di un giovane ragazzo nigeriano addestrato nello Yemen da Al-Qaeda, ha aperto gli occhi degli occidentali sui problemi del Paese. In seguito a questo evento, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ed il primo ministro britannico Gordon Brown hanno deciso insieme di organizzare una conferenza a Londra per proporre soluzioni alla crisi nello Yemen, finora trascurata.

Qualora la conferenza si concentrasse troppo sulla presenza di Al-Qaeda nello Yemen, farebbe più male che bene. Al contrario, la conferenza dovrebbe cercare di affrontare questioni più generali, che riguardano la stabilità politica e sociale interna dello Yemen.

Al-Qaeda non è sicuramente il principale pericolo per la stabilità e la sicurezza dello Yemen, ma la posizione geografica ed i problemi politici del Paese si adattano bene alle sue attività. Un dato particolarmente interessante è la diffusione del rigido credo religioso wahhabita, importato nello Yemen dall’Arabia Saudita, che ora costituisce un terreno fertile per reclutare giovani yemeniti insoddisfatti proprio per attaccare l’Arabia Saudita.

I principali problemi dello Yemen sono due: la guerra civile che il governo ha intrapreso contro gli Houthi nel nord del Paese e la soppressione del movimento secessionista nel sud. Ed è l’incapacità del governo yemenita di trovare una soluzione politica a questi problemi, che ha portato lo Yemen sull’orlo della disintegrazione.

Sembra che ad oggi Obama e Brown non abbiano afferrato completamente il fatto che i problemi dello Yemen vanno ben al di là della presenza di Al-Qaeda nel Paese. Sembra invece che facciano il gioco del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh. Quest’ultimo vorrebbe infatti sfruttare la conferenza di Londra per far leva sul sostegno dell’Occidente, in particolare quello militare, allo scopo di portare avanti le sue guerre contro gli Houthi e i secessionisti del sud.

Saleh si è spesso servito del pericolo di Al-Qaeda come scusa per ottenere sia dall’Occidente sia dall’Arabia Saudita ulteriori aiuti finanziari e militari. Per lui il fallito attentato di Natale è stato un regalo dal cielo. Il problema di Saleh è che però ora gli aiuti occidentali potrebbero arrivare insieme ad una maggiore intromissione negli affari interni dello Yemen, in un momento in cui egli preferirebbe che il mondo chiudesse un occhio sulla sua condotta nelle guerre civili del Paese.

L’Occidente e Saleh non combattono però lo stesso nemico. Mentre Al-Qaeda è il nemico dell’Occidente, i veri nemici di Saleh sono gli Houthi ed i separatisti del sud. E se l’obiettivo dell’Occidente è quello di contenere le attività di Al-Qaeda nello Yemen, Saleh sarà costretto a cercare dei compromessi sia con gli Houthi sia con i sudisti, e questo inevitabilmente vorrà dire condividere il potere con loro. Saleh cercherà sicuramente di evitarlo.

Lo scorso dicembre, Saleh ha affermato di volere avviare un dialogo nazionale, ma alle sue condizioni: gli Houthi e i leader dei sudisti saranno esclusi da qualsiasi discussione se non appoggeranno la costituzione yemenita che ha tenuto Saleh al potere per decenni. Ma la linea dura di Saleh sta fallendo. Il governo sta infatti perdendo il controllo su più della metà del territorio dello Yemen.

Gli Stati Uniti non dovrebbero essere sorpresi da nessuno di questi avvenimenti, poiché il coinvolgimento americano nello Yemen non è recente. La presenza di Al-Qaeda nello Yemen è stata infatti segnalata da quando la USS Cole fu bombardata mentre era ormeggiata nel porto di Aden nel 2000. E lo scorso dicembre, gli attacchi missilistici statunitensi ad Abein e a Shabwa hanno ucciso alcuni membri di Al-Qaeda, ma anche di alcuni civili.

Combattere Al-Qaeda nello Yemen in questo modo forse potrebbe temporaneamente ridurre il terrorismo, ma non lo eliminerebbe. E’ importante capire invece se l’Occidente si impegnerà per risolvere le fallimentari strategie politiche e militari dello Yemen, che sono le principali cause della crescente presenza di Al-Qaeda nel Paese. Ci potrà essere qualche possibilità di contenere Al-Qaeda, solo se l’intervento occidentale si porrà l’obiettivo di salvare lo Stato yemenita da se stesso.

E la colpa non è unicamente dello Yemen. Anche i suoi vicini hanno giocato un ruolo rilevante. L’Arabia Saudita ha facilitato l’esportazione del wahhabismo e di Al-Qaeda nello Yemen finanziando migliaia di scuole religiose dove viene insegnato il fanatismo. Inoltre, a partire dalla Guerra del Golfo del 1991, l’Arabia Saudita e il Kuwait hanno continuato ad espellere i lavoratori yemeniti dal loro territorio. Solo lo scorso mese, dall’Arabia Saudita sono stati espulsi 54.000 lavoratori yemeniti.

Lo Yemen è stato escluso dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), sebbene geograficamente appartenga alla Penisola Araba, principalmente perché le sue dimensioni – è lo Stato più popoloso della penisola – gli avrebbero garantito una grande influenza. Infatti la popolazione dello Yemen supera quella di tutti e sei i Paesi membri del CCG messi insieme.

Lo scorso dicembre Saleh ha ricevuto un notevole sostegno per le sue guerre interne da parte del CCG, l’Arabia Saudita ha dovuto contrastare direttamente gli Houthi, ed il suo esercito ha oltrepassato i confini dello Yemen. Ma l’incapacità dei membri del CCG di aprire le loro economie – sempre bisognose di lavoratori esterni – ai giovani yemeniti è poco lungimirante.

Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, entrambi influenti nel CCG, se vogliono risolvere i loro problemi, dovranno incoraggiare i Paesi del Golfo ad includere lo Yemen. Gli yemeniti sono infatti  noti per essere lavoratori qualificati. Invece di esportare il radicalismo religioso nello Yemen, importare la sua forza lavoro potrebbe quindi neutralizzare i problemi del paese.

La conferenza di Londra potrà essere una trappola per l’Occidente, o l’inizio di un vero tentativo di avviare delle riforme interne per evitare che lo Yemen diventi un altro Afghanistan. Se l’Occidente crederà ciecamente a Saleh ed alla sua volontà di intraprendere una guerra contro Al-Qaeda, cadrà nella trappola di sostenere lui e le sue politiche fallimentari. Se invece riuscirà a vedere al di là del terrorismo la vera radice del problema, ed eserciterà pressioni su Saleh affinché cominci a cedere parte del suo potere, lo Yemen potrebbe non diventare un nuovo rifugio sicuro per i terroristi.
 
Mai Yamani è una ricercatrice saudita; è Visiting Scholar presso il  Carnegie Middle East Center, con sede a Beirut; il suo libro più recente è “Cradle of Islam”; questo articolo è apparso sul quotidiano libanese “Daily Star” in collaborazione con Project Syndacate

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