02/02/2010

Original Version: Fears that US missiles move may be exploited by Iran’s hardliners

Il dispiegamento di sistemi antimissile americani nel Golfo rafforza il regime repressivo di Teheran, e potrebbe portare ad azioni contro gli interessi americani nella regione – scrive il corrispondente Robert Tait

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L’Iran ha salutato i piani statunitensi di installare sistemi di difesa missilistica nei vicini paesi arabi con un silenzio di tomba ufficiale all’indomani della notizia. Mentre il fatto non è stato riportato dalle due agenzie di stampa ufficiali IRNA e Fars, la cosa più somigliante a una risposta del governo è stata un commento del parlamentare intransigente, Hassan Sobhani-Niya, il quale ha affermato che la questione sarebbe stata “probabilmente” discussa dalla commissione parlamentare per la sicurezza nazionale e la politica estera.

Eppure, dietro la facciata di voluta noncuranza, la mossa americana ha instillato un nuovo senso di urgenza nel processo decisionale a Teheran. “Le reazioni in Iran saranno gravi”, ha detto un esperto analista iraniano, che ha chiesto l’anonimato.

La Repubblica Islamica ha ricevuto il segnale più chiaro che l’incerta politica dell’amministrazione Obama di coinvolgere l’Iran a livello diplomatico è stata inequivocabilmente messa da parte a favore di un ritorno alla contrapposizione dura che è stata tipica dei rapporti tra i due paesi negli ultimi 30 anni.

Alcuni funzionari degli Stati Uniti, in privato, hanno ammesso la stessa cosa nelle ultime settimane, citando la brutale repressione ai danni del Movimento Verde di opposizione, e quella che essi considerano come la protratta intransigenza iraniana nel non accettare una proposta occidentale per risolvere lo stallo relativo al programma iraniano di arricchimento dell’uranio.

Il dispiegamento di missili difensivi da parte degli Stati Uniti potrebbe rafforzare gli elementi radicali all’interno della Guardia Rivoluzionaria, i quali hanno invocato una risposta aggressiva oltre i confini dell’Iran, se gli Stati arabi del Golfo accettano basi militari americane sul loro territorio. Ciò potrebbe significare agire contro gli interessi americani nella regione – che sono visibili e numerosi, data la presenza delle truppe americane in Iraq e in Afghanistan.

“La linea ufficiale in Iran è che se i paesi del Golfo Persico cooperano con i nostri nemici contro di noi, ci riserviamo il diritto di difenderci, anche attaccandoli”, ha detto l’analista iraniano. “Normalmente ciò che i funzionari iraniani fanno in simili circostanze è iniziare a contattare i loro alleati nella regione”. Dopo la guerra in Iraq, la Guardia Rivoluzionaria ha svolto attività di ricerca sull’esperienza irachena, e ha tratto la conclusione che l’errore più grande che ha commesso Saddam Hussein è stato quello di cercare di difendersi all’interno del territorio iracheno.

“Essi hanno concluso che se sono minacciati, cercheranno di difendersi non solo in Iran, ma anche al di fuori dei suoi confini”.

In base a questa logica, la presenza americana nel Golfo e in Medio Oriente in generale rappresenta un’opportunità e una minaccia allo stesso tempo. “Essi ritengono che gli americani hanno alleati e basi che sono potenziali obiettivi di simili azioni, mentre al tempo stesso essi li considerano come un pericolo”, ha detto l’analista. “E’ molto complicato, e tali politiche militari possono davvero creare molti problemi nella regione.”

Una rafforzata presenza degli Stati Uniti minaccia anche di alterare gli equilibri della già instabile politica interna dell’Iran. Mentre  il regime già processa gli attivisti dell’opposizione accusandoli del reato capitale di “mohareb” (colui che fa guerra contro Dio) a seguito dei disordini della festività di Asuhra il mese scorso, i sostenitori della linea dura potranno ora avere un ulteriore pretesto per compiere una repressione ancora più feroce contro i sostenitori di Mir Hossein Moussavi e Mehdi Karroubi, i due candidati riformisti che sostengono che il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha usurpato le elezioni presidenziali dello scorso giugno.

Moussavi, Karroubi e altri esponenti dell’opposizione hanno drizzato le antenne nelle ultime settimane sperando in un riavvicinamento con i conservatori che potesse isolare le figure più estremiste attorno a Ahmadinejad. Ciò potrebbe essere più difficile da raggiungere ora, se i sostenitori della linea dura trarranno vantaggio dal dispiegamento missilistico degli Stati Uniti per ingigantire il pericolo di una “rivoluzione di velluto” che miri a rovesciare il sistema islamico dell’Iran.

Di conseguenza, la decisione USA potrebbe fornire la copertura di cui essi hanno bisogno per far di tutto per distruggere il Movimento Verde.

Ancora una volta, l’esperienza di Saddam fornisce un significativo precedente che non è passato inosservato. Gli studi della Guardia Rivoluzionaria sull’esperienza irachena sono giunti alla conclusione che Saddam rimase al potere nel 1991, nonostante la sconfitta militare subita per mano della coalizione guidata dagli USA dopo che egli aveva invaso il Kuwait, perché non c’era alternativa al suo regime. Nel 2003, invece, egli fu deposto, perché – secondo la versione iraniana – gli americani erano stati in grado di identificare un potenziale nuovo regime.

Gli intransigenti iraniani hanno giurato di evitare lo stesso destino.

Robert Tait è stato corrispondente del Guardian da Teheran a partire dal 2005; in precedenza ha lavorato per il Times da Gerusalemme

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