14/01/2010
Original Version: Regime change in Tehran? Don’t bet on it
Le drammatiche immagini dei manifestanti iraniani che affrontano senza paura – e talvolta contrastano – gli attacchi brutali delle forze di sicurezza del regime giustamente si sono guadagnate l’ammirazione e la simpatia dei telespettatori in Occidente. Esse spingono anche molti occidentali a supporre che questo sia il preambolo di un cambiamento di regime a Teheran, il ripetersi della storia, ma con una svolta inattesa. Dopotutto, l’Iran ha l’onore di essere l’unico Stato del Medio Oriente che ha subito un cambiamento rivoluzionario – 31 anni fa – nato da una moderata protesta di strada.
Vista oggettivamente, però, questa ipotesi è troppo ottimistica. Essa trascura essenziali differenze tra il momento attuale e gli eventi del 1978-79 che portarono al rovesciamento dello scià dell’Iran e alla fondazione di una Repubblica islamica sotto la guida dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini. La storia dimostra che un movimento rivoluzionario trionfa solo quando si fondono due elementi essenziali: esso è sostenuto da una coalizione di diverse classi sociali, e riesce a paralizzare il meccanismo di governo del paese e a frammentare l’apparato repressivo dello Stato.
Due movimenti, due momenti
Una breve rassegna della Rivoluzione iraniana, che ha ormai compiuto 31 anni, è d’obbligo. Nel febbraio del 1979, la monarchia autocratica dello scià crollò quando l’economia del paese registrò una battuta d’arresto a causa di scioperi compiuti non solo dai mercanti religiosamente devoti del bazar, ma anche dai dipendenti pubblici, dai dipendenti delle fabbriche, e (elemento fondamentale) dai lavoratori del settore petrolifero, simpatizzanti per la sinistra. Allo stesso tempo, i fondamenti dello Stato moderno – le forze armate, le forze speciali, la polizia, le agenzie di intelligence, e i media controllati dallo Stato – cedettero tutti insieme.
Le manifestazioni di strada, avviate nell’ottobre 1977 da intellettuali e professionisti iraniani per protestare contro le violazioni dei diritti umani da parte della SAVAK, la brutale polizia segreta dello scià, mancavano sia di concentrazione che di un insieme globale di richieste coerenti articolate da una personalità carismatica. Questa situazione cambiò quando Khomeini, un ayatollah violentemente ostile allo scià, esiliato nel vicino Iraq per 14 anni, fu coinvolto nel processo a partire dal gennaio 1978. Da allora in poi, le file dei manifestanti si gonfiarono in modo esponenziale.
Oggi, l’interrogativo chiave è: le recenti manifestazioni di strada, innescate dai brogli alle elezioni presidenziali dello scorso giugno, sono riuscite a coinvolgere uno o più di quei segmenti della società che inizialmente avevano ignorato la frode elettorale o respinto le rivendicazioni in tal senso?
L’evidenza dei fatti finora suggerisce che le proteste, pur conservando il loro tono di sfida e la loro forza, sono rimaste relativamente uguali a se stesse – anche se il 27 dicembre 2009, il giorno della festività sciita di Ashura – si sono estese per la prima volta alle città più piccole. Ciò che è rimasto immutato è il retroterra sociale dei partecipanti. Essi sono in gran parte giovani, laureati e ben vestiti, dotati di cellulari, utilizzatori di Internet, YouTube, Facebook e Twitter.
Nella capitale, essi provengono di solito dalla lussuosa zona settentrionale di Teheran, che contiene circa un terzo della popolazione della città, la quale ammonta a nove milioni di abitanti. Essa è la residenza delle famiglie benestanti, molte delle quali hanno parenti in Europa occidentale o nel Nord America. Spesso trascorrono le loro vacanze in Occidente, e la maggior parte di loro parla fluentemente l’inglese e ha dimestichezza con i computer.
Naturalmente, poi, i giornalisti e i commentatori occidentali si identificano con questa sezione della società iraniana, e si concentrano in gran parte su di essa, inavvertitamente o meno.
Anche nell’autunno del 1977, persone di questo genere dominarono le proteste di piazza contro lo scià. La differenza, ora, è una differenza di scala. Dopo la Rivoluzione islamica, c’è stata un’esplosione nel campo dell’istruzione superiore. Tra il 1979 e il 1999, mentre la popolazione è raddoppiata, il numero dei laureati è cresciuto di nove volte, da una base di 430.000 a quasi 4 milioni. Il corpo studentesco delle università e delle scuole superiori è cresciuto enormemente. Ciò spiega la vastità delle proteste e la loro “omogeneità di abbigliamento”.
Ora, l’interrogativo più importante per gli specialisti di questioni iraniane dovrebbe essere: negli ultimi sei mesi un numero significativo di residenti della zona povera a sud di Teheran, con i suoi sei milioni di persone, si è unito alla protesta? Stando alle immagini su Internet e sui canali televisivi occidentali, la risposta è “no”. Gli abitanti della zona sud di Teheran non indossano jeans alla moda, e se le loro donne protestassero apparirebbero velate dalla testa ai piedi, e senza vistosi make-up.
E’ la zona sud di Teheran che contiene il Gran Bazar, che copre otto chilometri di labirintici vicoli e più di una dozzina di moschee. Il bazar è la spina dorsale commerciale della nazione, con la sua intricata commistione di commercio, cultura islamica, e politica. I suoi orientamenti sono seguiti da tutti gli altri bazar dell’Iran. Siccome il Profeta Maometto era un mercante, vi è stato un rapporto simbiotico tra la classe commerciale e la moschea fin dai primi tempi dell’Islam. L’Iran non fa eccezione, e l’importanza di influenzare il bazar può essere difficilmente sopravvalutata. Dopotutto, il petrolio fu scoperto nel paese appena un secolo fa, mentre l’industrializzazione ha preso piede solo dopo la seconda guerra mondiale.
Dunque, i commercianti del bazar hanno cominciato a chiudere i loro negozi per manifestare la loro solidarietà con i manifestanti – come fecero ai tempi del movimento contro lo scià? Ancora una volta la risposta è “no”.
Lasciando da parte la chiusura dei negozi, se alcuni operatori del bazar avessero semplicemente creato propri blog e aderito alle proteste on-line, ciò di per sé avrebbe sicuramente attirato l’attenzione del regime della Guida suprema Ayatollah Ali Khamenei, e avrebbe anche potuto spingerlo a prendere in considerazione un compromesso con i riformisti.
I limiti del 2010
Finora, l’opposizione è stata guidata dai candidati sconfitti alle elezioni presidenziali – Mir Hussein Moussavi e Mahdi Karroubi – nessuno dei quali ha un carisma lontanamente paragonabile al prestigio religioso che aveva Khomeini.
Inoltre, l’opposizione soffre dell’assenza di un insieme complessivo di rivendicazioni. All’epoca del movimento del 1978-79, Khomeini radunò diverse forze ostili allo scià – dagli esponenti religiosi sciiti ai gruppi marxisti-leninisti – attorno a una rivendicazione chiave: detronizzare lo scià.
Inoltre, Khomeini riuscì a tenere insieme questa improbabile alleanza difendendo le cause di ciascuna delle classi sociali che componevano la coalizione ostile allo scià. Le classi medie tradizionali composte da commercianti e artigiani videro in lui un sostenitore della proprietà privata e un fautore dei valori islamici. Le classi medie moderne lo considerarono un nazionalista radicale, impegnato a porre fine alla dittatura monarchica e alle influenze straniere in Iran. La classe operaia urbana lo appoggiò a causa del suo reiterato impegno a favore della giustizia sociale, che, secondo tale classe, poteva essere raggiunta solo trasferendo il potere e la ricchezza dai ricchi ai poveri. I poveri delle campagne lo videro come colui che avrebbe fornito loro terre coltivabili, impianti di irrigazione, strade, scuole, ed elettricità.
Khomeini portò a termine questo compito sovrumano mantenendo uno studiato silenzio su questioni controverse come la democrazia, lo status delle donne, e il ruolo del clero nella futura Repubblica islamica.
Oggi, lo slogan più popolare dei manifestanti è “Morte al dittatore”, cioè la Guida suprema Khamenei (in persiano, “Marg bar Diktator” suona bene). Eppure questo non è certamente ciò che vogliono Moussavi o Karroubi.
Sul suo sito web, Moussavi ha recentemente chiesto la liberazione di tutti i prigionieri politici e la modifica della legge elettorale, assieme all’applicazione della libertà di espressione, di assemblea, e della libertà di stampa, come indicato nella Costituzione iraniana. In breve, egli vuole riformare il sistema attuale, non distruggerlo.
Così com’è, vi è un meccanismo nella Costituzione per la rimozione della Guida suprema. L’Assemblea degli Esperti, composta da 86 membri eletti dal popolo, ha il potere di nominare o licenziare la Guida.
Questa assemblea è presieduta da Ali Akbar Hashemi Rafsanjani. In qualità di ex stretto collaboratore dell’ayatollah Khomeini, le sue credenziali rivoluzionarie sono alla pari con quelle di Ali Khamenei.
Rafsanjani appoggiò Moussavi nella sua candidatura presidenziale fornendogli fondi e pianificazione strategica. Ora, se egli lo decidesse, potrebbe convocare l’Assemblea degli Esperti per una sessione di emergenza allo scopo di discutere l’attuale crisi causata dalle divisioni ai vertici del regime. Normalmente quest’Assemblea si riunisce solo due volte all’anno. Ma essendo un politico accorto, Rafsanjani dapprima consulterebbe i più importanti membri dell’Assemblea per sondare il terreno. Sembra che egli finora non sia riuscito ad ottenere un appoggio sufficientemente forte per la convocazione di una sessione speciale.
A livello della base, i numerosi blog e siti web di opposizione raramente trattano il panorama complessivo. Essi si dedicano principalmente a mettere in evidenza la brutale repressione, e a sostenere che il regime di Khamenei si è allontanato drasticamente dalle sue radici islamiche e dalle sue promesse rivoluzionarie di giustizia, libertà e indipendenza.
La loro critica, però, copre solo un aspetto importante della situazione. Non è sufficiente per determinare un cambiamento di regime. Un secondo aspetto complementare dovrebbe precisare alcuni dettagli su come i manifestanti vogliono vedere messa in pratica la loro visione del cambiamento. Perlomeno, l’opposizione dovrebbe discutere la questione, cosa che attualmente non sta facendo; oppure potrebbe emulare Moussavi, che ha ritirato la sua precedente richiesta di nuove elezioni presidenziali non più controllate dal ministero degli interni ma da un organismo non-governativo. Gesto che potrebbe, presto o tardi, aprire la strada a un compromesso con il presidente Mahmoud Ahmadinejad, il quale a sua volta potrebbe portare ad un governo di unità nazionale composto dai seguaci dell’attuale presidente e dai leader dell’opposizione.
Una delle principali differenze tra il 1979 e il 2010 è che Internet offre una grande opportunità per una sorta di dibattito che era impensabile fino a un decennio fa. Per altro verso, ciò che il movimento del 1979 e quello attuale hanno in comune è l’idea di fare un uso politico delle festività religiose sciite, del costume islamico di commemorare una persona deceduta nel 40° giorno della sua scomparsa, nonché del complesso del martirio radicato tra gli sciiti. L’ayatollah Khomeini fu un pioniere in queste tattiche. Egli usò coerentemente il 40 ° giorno di lutto per i martiri del regime dello scià allo scopo di attirare folle sempre più numerose e sempre più entusiaste per le strade, e usò il mese sacro del Ramadan per caricare la nazione di fervore rivoluzionario.
I tentativi degli attuali leader dell’opposizione di emulare l’esempio di Khomeini non sono riusciti, soprattutto perché il loro fronte manca di un leader religioso della statura di Khomeini.
Khomeini inferse un colpo quasi mortale al regime dello scià con la sua fatwa (editto) nella quale decretò che sparare sui manifestanti disarmati era equivalente a far fuoco contro una copia del Corano. La maggior parte dei soldati dello scià, essendo sciiti, e militari di leva spesso giovani, accettarono l’interpretazione di Khomeini. Molti di essi avevano già perso la fiducia nei loro comandanti dopo che alcuni impiegati di banca avevano rivelato, nel settembre del 1978, che gli alti ufficiali dell’esercito stavano trasferendo ingenti somme all’estero. Non c’è da meravigliarsi che, quando lo scià lasciò l’Iran nel gennaio 1979, la forza dell’esercito era scesa da 300.000 a poco più di 100.000 uomini, principalmente a causa delle diserzioni.
Al contrario, non ci sono prove, fino a questo momento, del fatto che le forze di sicurezza dell’attuale regime – il pesantemente indottrinato Corpo della Guardia Rivoluzionaria, la milizia Basij, o la polizia armata – stiano vacillando quando viene ordinato loro di disperdere le manifestazioni con la forza. Da parte sua, il regime, consapevole del pericolo di creare martiri, e dei precedenti storici, ha avuto cura di fare un uso minimo delle armi da fuoco nel disperdere le folle dei manifestanti.
Nei 12 mesi del movimento rivoluzionario che si protrasse dal 1978 al 1979, l’uso indiscriminato delle armi da fuoco da parte del regime dello scià provocò tra i 10.000 – secondo le statistiche governative – e i 40.000 morti – secondo i dati dell’opposizione. Nei sei mesi della protesta di strada attuale, il totale delle vittime è, secondo l’opposizione, di 106 persone.
Il nazionalismo come fattore
Se questa lettura della situazione attuale in Iran si è concentrata esclusivamente sulle dinamiche politiche interne, ciò non significa che le forze esterne siano trascurabili. Considerata la rilevanza geo-strategica dell’Iran nella regione e nel mondo, ogni eventuale mossa da parte di non-troppo-amichevoli governi occidentali nei confronti di Teheran è destinata a modificare la situazione interna in modo drammatico.
Se, ad esempio, le potenze occidentali dovessero riuscire ad inasprire le sanzioni economiche contro Teheran attraverso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, l’opposizione probabilmente porrebbe fine alle proteste e collaborerebbe con il governo di Ahmadinejad per affrontare una comune minaccia nazionale sotto la bandiera del patriottismo.
Con una gloriosa storia che risale per più di sei millenni nel passato, gli iraniani dell’epoca moderna si sono trasformati in fedeli nazionalisti. Si tratta di un fatto molto semplice, seppure di portata generale, che i leader dell’Occidente non possono permettersi di ignorare.
Dilip Hiro è un analista indiano residente a Londra; è autore di numerosi libri sul Medio Oriente, fra cui “The Iranian Labyrinth”; ha scritto per giornali come l’Observer, il New York Times, il Guardian e il Washington Post; il suo ultimo libro, “After Empire: The Birth of a Multipolar World” (Nation Books) è stato appena pubblicato




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