Iran: le nuove sanzioni mancano l’obiettivo

30/01/2010

Original Version: New sanctions miss the target

Giovedì scorso, il Senato americano ha approvato il Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act del 2009, che autorizza il presidente Obama ad imporre sanzioni a qualsiasi soggetto che esporti benzina in Iran, o che aiuti ad ampliare le capacità di raffinazione petrolifera del paese, in parte negando a tali soggetti prestiti e altre forme di assistenza da parte delle istituzioni finanziarie americane. La normativa è presumibilmente intesa a esercitare pressioni sulla Repubblica Islamica affinché rinunci al suo programma di arricchimento dell’uranio. Ma, anche se fosse davvero questo l’intento della legge, essa è mal concepita.

Il disegno di legge

Il 15 dicembre 2009, la Camera dei Rappresentanti a stragrande maggioranza approvò l’ “Iran Refined Petroleum Sanctions Act” del 2009, che è molto simile al disegno di legge del Senato. Quest’ultimo estende le sanzioni fino ad includere le imprese che costruiscono oleodotti e gasdotti in Iran e che forniscono navi cisterna per trasportare il petrolio iraniano. Esso vieta inoltre al governo degli Stati Uniti di acquistare beni da aziende straniere che operano nel settore energetico dell’Iran. Così, in effetti, il disegno di legge del Senato impone sanzioni sull’intero settore del petrolio e del gas naturale dell’Iran.

Anche se l’Iran possiede la terza maggiore riserva di petrolio al mondo, deve importare una parte significativa della sua benzina per soddisfare la domanda interna perché ha una scarsa capacità di raffinazione sul territorio nazionale. Anticipando le sanzioni sulla benzina di almeno due anni, la Repubblica Islamica ha lavorato sodo per ridurre la sua dipendenza dalle importazioni di benzina, che è scesa dal 40% del consumo totale al 25-30%. Almeno una nuova raffineria è in costruzione, che sarà operativa entro circa due anni. Inoltre, Teheran può compiere alcuni passi relativamente semplici per ridurre ulteriormente la sua dipendenza dalle importazioni di benzina.

E’ significativo che, anche se il presidente Obama ha avvertito l’Iran di “crescenti conseguenze” riguardo al suo programma nucleare nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, mercoledì scorso, la sua amministrazione non ha dimostrato un grande interesse per la legge.

Riserve

L’11 dicembre 2009, il vice segretario di Stato James B. Steinberg ha inviato una lettera al senatore John F. Kerry, presidente della Commissione Esteri del Senato, nella quale affermava che,

“come ho dimostrato davanti al Congresso nel mese di ottobre, la nostra speranza è che ogni iniziativa legislativa preservi e massimizzi la flessibilità del Presidente, assicuri una maggiore collaborazione da parte dei nostri partner nel prendere misure efficaci e, infine, favorisca un cambiamento nelle politiche iraniane. Tuttavia, stiamo entrando in un periodo critico di intensa diplomazia per imporre una forte pressione internazionale sull’Iran. Ciò richiede che noi continuiamo a concentrarci sull’Iran. In questo frangente, temo che questa legislazione, nella sua forma attuale, possa indebolire piuttosto che rafforzare l’unità internazionale e il sostegno ai nostri sforzi. In aggiunta ai tempi, abbiamo seri problemi sostanziali, tra cui la mancanza di flessibilità, le soglie monetarie e i livelli di sanzione inefficienti, e la creazione di una lista nera che potrebbe causare conseguenze di politica estera indesiderate”.

Il 4 gennaio, il segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato che,

“il nostro obiettivo è quello di fare pressione sul governo iraniano, in particolare su elementi della Guardia Rivoluzionaria, senza contribuire alla sofferenza dei comuni cittadini [iraniani], che meritano qualcosa di meglio rispetto a quello che attualmente stanno ricevendo”.

P. J. Crowley, portavoce del Dipartimento di Stato, ha ribadito la posizione dell’amministrazione il 5 gennaio:

“Come ha detto il segretario di Stato, una possibilità è quella di concentrarci più specificamente sulla Guardia Rivoluzionaria, i Pasdaran. Stiamo assumendo un ruolo molto più importante all’interno dell’Iran. Vogliamo far ciò in una maniera che prenda di mira entità specifiche all’interno del governo iraniano, senza punire il popolo iraniano, che è chiaramente alla ricerca di un diverso rapporto con il proprio governo”.

E’ stato riferito che altri anonimi funzionari dell’amministrazione hanno detto che si oppongono ad una legislazione che colpisce la gente comune. Ad esempio, il 29 dicembre 2009, Paul Richter del Los Angeles Times riferiva che,

“alcuni funzionari [degli Stati Uniti] sono sempre più preoccupati della possibilità che ampie sanzioni che danneggiano i normali cittadini appaiano dure al mondo esterno e rischino di allontanare parti della popolazione iraniana con le quali l’Occidente mira a stabilire una causa comune”.

Anche gruppi d’affari statunitensi hanno avvertito l’amministrazione che il disegno di legge rischia di compromettere la strategia del Presidente di lavorare con gli alleati degli Stati Uniti per trovare una soluzione diplomatica al programma nucleare iraniano, in quanto la normativa colpisce imprese degli alleati degli Stati Uniti che fanno affari con l’Iran. Ma i neoconservatori, la lobby israeliana e i suoi alleati al Senato, come ad esempio il senatore Joseph Lieberman, hanno appoggiato fermamente questa legge. E ciò che la lobby israeliana vuole, la lobby israeliana ottiene. Pertanto, la normativa è stata approvata. E infatti, l’approvazione della legge è stata lodata dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), che ha chiesto anche sanzioni più severe.

Fiasco

Sebbene l’amministrazione americana possa essere in cerca di sanzioni mirate contro i leader del Corpo della Guardia Rivoluzionaria (IRGC), la vera forza che si nasconde dietro la giunta militare guidata da Mahmoud Ahmadinejad, le sanzioni alla benzina danneggeranno solo i comuni cittadini iraniani che lottano per sbarcare il lunario, soprattutto dopo le elezioni presidenziali truccate del 12 giugno.

Almeno un milione di iraniani lavora nel settore dei trasporti, e altri milioni di iraniani dipendono dai trasporti per il loro lavoro o per i loro affari. Il settore agricolo, specialmente nelle aree più remote del paese, dipende pesantemente dai mezzi di trasporto.

Inoltre, è opinione diffusa in Iran – e vi sono prove considerevoli che lo confermano – che vi sia una “mafia” della benzina legata ai sostenitori della linea dura. Questa mafia vende la benzina, che è sovvenzionata dal governo, ai paesi vicini ad un prezzo molto più alto e ricava profumati guadagni da queste operazioni. Le sanzioni determinerebbero inevitabilmente prezzi della benzina molto più elevati in Iran. Ciò non farebbe altro che rafforzare la morsa della mafia della benzina sul mercato, aumentando così il potere che l’IRGC e gli estremisti già possiedono. Questo è esattamente l’effetto opposto a quello che la normativa presumibilmente vorrebbe ottenere.

Coloro che hanno esercitato forti pressioni perché questa legge venisse approvata, hanno sostenuto che il disagio che essa è destinata a produrre spingerà il popolo iraniano a chiedere un cambiamento di politica da parte del governo. Ma se fosse davvero questa la finalità della normativa (e io ne dubito fortemente), non vi era alcun bisogno di essa. Vi sono attualmente ben pochi dubbi sul fatto che la grande maggioranza degli iraniani sia profondamente indignata per quello che sta accadendo in Iran a seguito delle elezioni presidenziali truccate del 12 giugno. Vi sono state ricorrenti manifestazioni, spesso sanguinose, e arresti quotidiani. Esponenti politici e attivisti, giornalisti, studenti universitari, difensori dei diritti umani e comuni cittadini sono divenuti il bersaglio degli estremisti. A decine sono stati uccisi, sia in carcere che durante le manifestazioni; due uomini, il nipote di Mir Hossein Moussavi e il professor Masoud Ali-Mohammadi, sono stati assassinati; sono stati celebrati dei processi farsa; sono state emesse sentenze ingiustificate; diversi giovani sono stati impiccati, e molti di più violentati e sodomizzati. Molti giornali e altre pubblicazioni sono stati messi al bando.

Di quali ulteriori motivazioni dovrebbe aver bisogno il popolo iraniano?

In realtà, sono proprio tali sviluppi che hanno dato vita al Movimento Verde, che ha acquisito forza nel corso degli ultimi mesi. I leader del Movimento Verde – l’ex primo ministro Mir Hossein Moussavi, l’ex presidente del parlamento Mehdi Karroubi, e l’ex presidente Mohammad Khatami – si sono opposti alle sanzioni, in particolare a quelle che danneggiano soltanto i comuni cittadini iraniani. Ma mentre i promotori del disegno di legge del Congresso sulle sanzioni, a parole, appoggiano l’audacia del popolo iraniano e il suo coraggio nel resistere ai sostenitori della linea dura, in pratica lo danneggiano imponendo tali sanzioni. E questo perché l’obiettivo non è di aiutare il popolo iraniano, ma di soddisfare Israele e la sua lobby.

Altri hanno sostenuto che sanzioni dure danneggerebbero l’economia iraniana, al punto da paralizzare i sostenitori della linea dura, e da impedire loro di perseguire il loro programma nucleare. Ma ancora una volta, se ciò fosse il vero scopo della legge, non vi sarebbe alcun bisogno di essa.

Infatti, in primo luogo, il programma nucleare iraniano è notevolmente rallentato, sia a causa della crisi interna sia a seguito della serie di difficoltà tecniche con cui esso deve confrontarsi. Documenti recentemente trapelati indicano che l’amministrazione Obama ritiene che, anche se l’Iran intendesse produrre un’arma nucleare (e almeno finora non vi è alcuna prova che lo dimostra), non raggiungerà la “breakout capability”, la capacità di produrre in poco tempo una testata atomica, per almeno altri tre anni. Questo è un tempo ampiamente sufficiente per esplorare le opzioni diplomatiche e lasciare che gli sviluppi interni all’Iran giungano a maturazione.

In secondo luogo, la politica economica di Ahmadinejad – se così si può chiamare – ha già fortemente danneggiato l’economia dell’Iran e il benessere economico dei cittadini. L’inflazione è talmente dilagante che il governo sta seriamente considerando l’ipotesi di svalutare la moneta. A partire dal 21 marzo, il capodanno iraniano, Ahmadinejad ha in programma di abrogare il controllo dei prezzi ed eliminare tutte le sovvenzioni sui prodotti di base (ad esempio, i prodotti alimentari). La maggior parte dei più importanti economisti iraniani ha avvertito che tali provvedimenti faranno salire il tasso di inflazione ad almeno il 60% – attualmente è attorno al 30% – impoverendo ulteriormente milioni di iraniani e portando molte imprese alla rovina.

In terzo luogo, l’Iran ha un movimento operaio che è sempre più forte e fa sentire sempre di più la propria voce. Il movimento chiede una migliore retribuzione, leggi più favorevoli alla forza lavoro, la fine della corruzione, e l’esclusione dell’IRGC dall’economia. Il movimento dei lavoratori è una fonte supplementare di energia per il Movimento Verde.

Pertanto, senza la necessità di ingerenze illegittime negli affari interni dell’Iran, gli sviluppi e le dinamiche proprie del paese possono compiere ciò che neanche la migliore legge promulgata da potenze straniere potrà mai raggiungere. Gli iraniani stanno già spingendo a favore di un sistema politico democratico, dello Stato di diritto, e di una stampa libera che riveli l’entità della corruzione e della cattiva gestione dei sostenitori della linea dura e dell’IRGC, che sono le cause alla base del terribile stato in cui si trova l’economia iraniana.

A mio parere, il popolo iraniano non ha bisogno – e non ha fatto richiesta – dell’ingerenza straniera negli affari interni dell’Iran (che è il presunto intento della legge sulla benzina). Esso può affrontare da solo i propri problemi. Quello di cui ha bisogno è un sostegno morale, e una forte e significativa condanna delle gravi violazioni dei diritti umani che sono all’ordine del giorno in Iran.

Se si devono imporre delle sanzioni, esse dovrebbero essere progettate in maniera tale da impedire ai sostenitori della linea dura di bloccare il libero flusso delle informazioni su Internet. Se si devono imporre delle sanzioni, esse dovrebbero essere finalizzate a isolare i capi dell’IRGC ed i loro alleati del campo conservatore iraniano, il che significa sanzioni diplomatiche, non sanzioni economiche che danneggiano gli iraniani proprio nel momento in cui la loro lotta (ormai vecchia di un secolo) per la democrazia sta cominciando a dare risultati.

Muhammad Sahimi insegna presso la University of Southern California, con sede a Los Angeles; autore di numerosi studi e di diversi libri, ha scritto anche su giornali come il Los Angeles Times, il Wall Street Journal e l’International Herald Tribune, approfondendo i temi legati agli sviluppi politici iraniani ed al programma nucleare di Teheran

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