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L’Iran si sta preparando ad assistere a nuovi giorni di tensioni, manifestazioni e proteste, che verosimilmente culmineranno con la celebrazione del 31° anniversario della Rivoluzione Islamica, l’11 febbraio prossimo.

Le manifestazioni dei prossimi giorni saranno un nuovo episodio, presumibilmente non decisivo, nel lungo confronto che vede il movimento di opposizione, guidato da leader come Moussavi e Karroubi, contrapporsi al governo di Ahmadinejad sostenuto dalla Guida suprema Ali Khamenei – un confronto che ormai molti analisti hanno definito come “una maratona, piuttosto che uno sprint”.

Diversi episodi dei giorni scorsi lasciano presagire che si andrà verso un nuovo “braccio di ferro” per misurare le forze in campo. L’impiccagione di due dissidenti, accompagnata dalle minacciose dichiarazioni dell’Ayatollah Jannati, e prima di lui dell’Ayatollah Yazdi, sono state interpretate da molti come un tentativo del regime di intimidire l’opposizione alla vigilia di una importante ricorrenza per la Repubblica Islamica.

La pronta risposta di Moussavi e Karroubi, i quali hanno lasciato capire di non essere affatto intimoriti, dimostra, da un lato, che nessun compromesso è per il momento all’orizzonte, e dall’altro, che l’opposizione non è affatto disposta a rinunciare alle proprie rivendicazioni.

Nel (relativamente calmo) mese di gennaio – seguito alle imponenti proteste ed ai violenti scontri del 27 dicembre scorso, in occasione della giornata di Ashura, una delle più importanti festività sciite – gli analisti si sono interrogati sul futuro del Movimento Verde e sui possibili sbocchi della crisi interna che l’Iran sta vivendo in questi mesi.

Molti commentatori hanno fatto dei paragoni tra gli eventi attuali e la Rivoluzione Islamica del 1979, evidenziando analogie e differenze. Da analisi di questo genere emergono in particolare due fattori che, forse più di altri, rendono i due movimenti di protesta (quello del 1979 e quello attuale) non sovrapponibili: il Movimento Verde, a differenza di quello affermatosi sotto la guida carismatica dell’Ayatollah Khomeini, fino a questo momento manca di un vero leader e di obiettivi ben delineati.

Moussavi e Karroubi sono due figure che appartengono entrambe all’establishment della Repubblica Islamica, e che hanno ricoperto incarichi politici importanti (Moussavi fu primo ministro, Karroubi fu presidente del parlamento). Essi intendono riformare il sistema, non certo rovesciarlo. Entrambi rappresentano due figure di riferimento all’interno di un movimento che però ha molte anime, ed anche una propria autonomia nei confronti dei suoi leader.

Al suo interno vi sono coloro che vogliono semplicemente la rimozione di Ahmadinejad, ritenuto colpevole di aver usurpato la carica presidenziale attraverso un processo elettorale viziato da brogli; vi sono coloro che vogliono riformare il sistema della Repubblica Islamica, rendendola più democratica e più rispettosa dei diritti umani; e vi sono coloro che vogliono un vero e proprio cambio di regime, ovvero che intendono rovesciare il sistema stesso della Repubblica Islamica.

In realtà, anche il movimento rivoluzionario del 1979 era estremamente eterogeneo, composto da nazionalisti, liberali, simpatizzanti della sinistra, e seguaci del clero sciita; ma tutte queste componenti si unirono al seguito di Khomeini. Secondo alcuni, il Movimento Verde si contraddistingue invece proprio per il fatto di essere un movimento orizzontale, non gerarchico, e caratterizzato da molteplici centri di comando. Secondo altri, esso semplicemente manca di un vero leader, che dovrà emergere, se questo movimento popolare vorrà raggiungere i propri obiettivi.

Ma le differenze fra il 1979 e la fase attuale sono anche altre: l’esercito dello scià non può essere paragonato al Corpo della Guardia Rivoluzionaria, che costituisce la vera spina dorsale del regime attuale; il regime dello scià era stato imposto da potenze straniere (gli Stati Uniti e la Gran Bretagna), mentre il regime attuale è genuinamente iraniano; inoltre, il cuore del movimento di protesta attuale è costituito dal movimento giovanile e studentesco, in un paese in cui circa il 60% della popolazione è al di sotto dei trent’anni, ed in cui il numero dei laureati e di coloro che frequentano l’università è cresciuto enormemente, proprio per merito della Repubblica Islamica che ha fatto della diffusione dell’istruzione una delle sue priorità.

Un altro argomento molto dibattuto fra gli esperti di questioni iraniane riguarda la reale composizione del movimento di protesta. Secondo alcuni, esso continuerebbe tuttora ad essere circoscritto alle fasce più benestanti, alle famiglie agiate della zona nord di Teheran, alle elite intellettuali, ed ai giovani più istruiti ed aperti alla modernità. Altri sottolineano però come il malcontento sia in realtà molto trasversale, e molto diffuso nel paese, e come i passi falsi del governo iraniano a partire dalle elezioni del 12 giugno lo abbiano progressivamente delegittimato agli occhi di fasce sempre più estese della popolazione. Sembrerebbe confermarlo il fatto che, in occasione delle proteste di Ashura, le manifestazioni, fino a quel momento circoscritte a Teheran e a poche altre grandi città, si sono per la prima volta estese anche ad alcuni centri più piccoli, dove in realtà il controllo del regime è molto più capillare ed è molto più difficile per gli esponenti dell’opposizione agire senza essere individuati.

Un dato che emerge chiaramente dalle analisi spesso divergenti e discordanti degli osservatori è che nessuno in realtà è in grado di prevedere quali saranno gli sviluppi di questa crisi. I fattori in gioco, sia sul fronte interno che sul fronte internazionale, sono troppo numerosi ed imprevedibili.

Il panorama politico interno iraniano appare estremamente frammentato. Vi sono divisioni all’interno del clero; vi è una contrapposizione fra parte del clero e il sistema di potere al cui vertice si trova il Corpo della Guardia Rivoluzionaria; ed anche quest’ultima in realtà non è un blocco monolitico; gli stessi conservatori che sostengono Ahmadinejad, e che si stringono attorno alla Guida suprema Ali Khamenei, con le loro posizioni intransigenti rischiano di isolarsi sempre più dal resto del paese. Tuttavia sono loro che al momento hanno il controllo di tutte le leve del potere.

La leadership del Movimento Verde è in realtà fedele ai principi della Repubblica Islamica, e potrebbe temere le ali più estremiste all’interno del movimento. Essa preferirebbe senza dubbio una riforma graduale del sistema, che permetterebbe a quest’ultimo di accogliere al suo interno principi di maggiore democrazia e libertà, e un maggiore rispetto dei diritti umani. Nei giorni scorsi, sono circolate voci su possibili “trattative dietro le quinte” fra esponenti riformisti come l’ex presidente Mohammad Khatami e Mir Hossein Moussavi da un lato, ed il governo dall’altro. Ma tali tentativi finora si sono scontrati con l’intransigenza del regime, che non vuole accogliere nessuna delle richieste dell’opposizione.

Lo stesso Rafsanjani – figura pragmatica, e una delle colonne portanti della Repubblica Islamica fin dalla sua fondazione – il quale recentemente ha rinnovato il proprio invito al dialogo ed alla riconciliazione, appare ormai sempre più emarginato e viene accusato sempre più apertamente, dagli esponenti più intransigenti dell’establishment, di essere un traditore. Di fronte al muro invalicabile opposto dal regime, è possibile che le figure dell’opposizione più inclini alla riconciliazione ed al dialogo scivolino progressivamente nell’irrilevanza politica, sia nei confronti del governo che all’interno dello stesso Movimento Verde. Se dovesse emergere con chiarezza l’impossibilità di riformare il sistema dall’interno, ciò potrebbe contribuire a plasmare l’identità ancora incerta dell’opposizione secondo orientamenti che rischierebbero di portarla ad uno scontro frontale con il regime. In tal caso, secondo alcuni, il risultato potrebbe essere una guerra civile, più che una rivoluzione.

In questa partita, un ruolo determinante è giocato dai fondamenti della cultura iraniana sciita. L’opposizione cerca di ottenere consensi utilizzando la retorica sciita per definire le proprie rivendicazioni. Essa sostiene di incarnare i veri principi dello sciismo e della Repubblica Islamica. Il regime tenta invece di dipingere il Movimento Verde come un movimento anti-islamico che mette in pericolo i fondamenti stessi della Repubblica Islamica sciita. L’esito di questa battaglia sarà determinante per ottenere consensi all’interno del paese. Ma, soprattutto, essa rischia di rendere insanabile la spaccatura fra il governo e l’opposizione, e di conseguenza tra le masse popolari che sostengono l’uno o l’altra.

Infatti, se lo scontro avviene fra conservatori e riformisti all’interno di un sistema condiviso, le divergenze possono essere ricomposte all’interno di questo sistema; ma se chi si oppone al governo viene tacciato di essere un “mohareb”, un nemico di Dio (e dunque della Repubblica Islamica) – con questa accusa sono stati condannati i due giovani impiccati la settimana scorsa – allora la contrapposizione può diventare uno scontro all’ultimo sangue tra chi è accusato di voler rovesciare la Repubblica Islamica (l’opposizione) e chi è accusato di aver tradito i veri principi di tale Repubblica esercitando un potere dispotico (il governo).

In una situazione così tesa e delicata, è evidente quanto pesantemente i fattori internazionali possano influire sulla situazione interna iraniana . In un paese in cui il regime al potere accusa continuamente l’opposizione di essere al servizio di forze straniere, è evidente come qualsiasi ingerenza esterna possa rivelarsi un boomerang per il movimento di protesta. Molti esponenti del Movimento Verde hanno ripetuto più volte di non essere affiliati a potenze straniere e di non volere il loro appoggio. L’unica cosa che essi accettano, ed anzi esortano, dall’Occidente è una pubblica condanna delle gravi violazioni dei diritti umani commesse dal governo iraniano.

Numerosi osservatori iraniani hanno affermato che eventuali minacce esterne – come ad esempio l’imposizione di sanzioni o addirittura la possibilità di un intervento militare in relazione al programma nucleare iraniano – andrebbero a vantaggio del regime togliendo forza all’opposizione.

Secondo alcuni, il regime stesso si rende perfettamente conto di questo fatto, e punterebbe a ricompattare il fronte interno spostando l’attenzione del paese su questioni di politica internazionale. In questo senso andrebbero lette le affermazioni fatte da Khamenei proprio nel giorno in cui il mondo intero celebrava il ricordo dell’Olocausto. Lo scorso 27 gennaio, egli ha infatti affermato che “verrà il giorno in cui le nazioni della regione assisteranno alla distruzione del regime sionista”.

Con queste dichiarazioni, di per sé assolutamente condannabili, egli sembra fare il gioco di coloro che, sulla base della presunta minaccia nucleare iraniana, vogliono isolare ulteriormente l’Iran con nuove sanzioni, le quali potrebbero a loro volta aprire la strada a un intervento militare.

Diversi esponenti dell’opposizione iraniana hanno affermato che un attacco militare rappresenterebbe la fine del Movimento Verde, e che anche l’imposizione di sanzioni che dovessero colpire il popolo iraniano danneggerebbe pesantemente l’opposizione nel paese.

Il “Comprehensive Iran Sanctions, Accountability, and Divestment Act”, approvato dal Senato americano giovedì scorso, sembra però andare proprio in questa direzione. Sebbene in linea di principio l’obiettivo di questa legge sia quello di colpire gli interessi economici del Corpo della Guardia Rivoluzionaria, in realtà, colpendo il settore energetico dell’Iran, essa danneggerà la popolazione che dovrà confrontarsi con consistenti aumenti del prezzo della benzina e con gravi difficoltà nel settore dei trasporti.

Se alla legge approvata dal Senato americano, ed alla minaccia di ulteriori sanzioni internazionali, aggiungiamo la decisione presa questo finesettimana dall’amministrazione Obama di schierare sistemi antimissile di produzione americana in Arabia Saudita, Qatar, Bahrein e Kuwait, appare evidente che il segnale che viene inviato da Washington a Teheran indica in sostanza la fine dei tentativi di dialogo e un netto scivolamento verso la logica dello scontro.

Secondo le valutazioni del’intelligence americana, qualora l’Iran volesse davvero puntare alla produzione di un’arma nucleare, per raggiungere il proprio obiettivo avrebbe comunque bisogno di un periodo che non è dell’ordine di qualche mese, bensì di qualche anno. Come alcuni hanno fatto osservare, si tratta di un tempo sufficiente per esplorare più a fondo la via diplomatica e per permettere che gli sviluppi del panorama politico interno iraniano diano i loro frutti.

La vittoria della linea dura a livello internazionale, con l’imposizione di nuove sanzioni e con la minaccia di un intervento militare, rischia invece di far mancare il terreno sotto i piedi all’opposizione iraniana e di favorire gli esponenti più intransigenti a Teheran, facilitando un’ulteriore deriva autoritaria del paese.

Lo scenario che si profilerebbe in conseguenza di ciò è quello di uno scontro fra la “linea dura occidentale” e la “linea dura iraniana”, uno scontro che rischia di essere di natura militare e – data la predisposizione aggressiva di coloro che a quel punto avrebbero il potere incontrastato a Teheran – di coinvolgere non solo l’Iran ma anche i numerosi fronti caldi del Medio Oriente sui quali Teheran ha il potere di intervenire: dal Libano alla Palestina, dall’Iraq allo Yemen.

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