20/01/2010

Original Version: What Does the Green Movement Want from the United States?

All’indomani delle contestate elezioni presidenziali iraniane del giugno scorso, i decisori politici a livello internazionale si sono trovati di fronte a un dilemma: come avviare un dialogo diplomatico con l’Iran. Il problema, che l’amministrazione Obama sta attualmente affrontando, è se sia possibile trattare con l’Iran riguardo al suo programma nucleare e appoggiare, al tempo stesso, il Movimento Verde  prendendo posizione contro la repressione e le violazioni dei diritti umani commesse dallo stato iraniano.

Adesso che le manifestazioni di protesta avvenute nella giornata di Ashura, il 27 dicembre scorso, hanno dimostrato che il Movimento Verde non ha perso slancio nel lungo periodo trascorso dalle elezioni, i decisori politici si chiedono: cosa si aspetta il Movimento Verde dall’Occidente e in particolar modo dagli Stati Uniti?

A questa domanda non esiste un’unica risposta, a causa delle diverse correnti ideologiche che animano il movimento di opposizione, e per via della sua origine popolare. Comunque, un esame generale delle dichiarazioni fatte dai leader del movimento, nonché degli editoriali e delle analisi firmate da iraniani (residenti nel proprio paese e all’estero), mette in luce una certa comunanza di opinioni riguardo ad alcuni aspetti.   

I  politici e gli intellettuali alla guida del Movimento Verde hanno sottolineato quanto la sovranità e l’indipendenza del movimento e dell’Iran rappresentino una priorità assoluta. Uno dei leader politici, legato sia a Mir Hossein Moussavi che al precedente presidente Hashemi Rafsanjani, ovvero Ataollah Mohajerani, durante un’intervista al giornale RaheSabz, ha dichiarato che la nazione accantonerebbe temporaneamente la crisi interna per combattere contro qualsiasi tipo di invasione, nel caso subisse pressioni o attacchi. Moussavi ha fatto il possibile per prendere le distanze dai governi occidentali e dai loro principi ideologici, affermando nel suo ultimo discorso: “Non collaboriamo né con gli americani, né con gli inglesi. Non abbiamo inviato i nostri auguri a nessun leader di nessuna potenza nazionale, né speriamo nel loro aiuto.”  

La preoccupazione principale per molti iraniani dell’opposizione è rappresentata dalle trattative in corso fra l’Occidente e il governo iraniano sulla questione nucleare. Diversi leader dell’opposizione pensano che trattare con il presidente Mahmoud Ahmadinejad significhi riconoscere al suo governo una legittimità che non merita. In particolare, è di questa opinione il Nobel per la Pace Shirin Ebadi che, in precedenza, si era dichiarata favorevole a negoziati incondizionati fra Stati Uniti e Iran. Adesso, afferma la Ebadi in un’intervista rilasciata alla rivista Foreign Policy, “Non si possono fare accordi con il regime”. Soltanto un governo che rispetti i diritti umani e sia legittimamente eletto dal popolo, sostiene la Ebadi, può offrire una base stabile e concreta per un dialogo.  

Abbas Milani, direttore dell’Istituto di Studi Iraniani dell’Università di Stanford, definisce la ‘solita faccenda’ delle trattative sul programma nucleare iraniano moralmente non meno offensiva e inopportuna del “chiudere gli occhi davanti alla piaga vergognosa dell’apartheid continuando a fare affari con il regime sudafricano”. Continuare a tacere sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo iraniano renderà ostile la popolazione del paese e poco efficace l’influenza americana nell’Iran di domani, afferma Milani.   

Ali Ansari, direttore dell’Istituto di Studi Iraniani presso l’Università di St.Andrews, non propone necessariamente l’interruzione di ogni relazione diplomatica con l’Iran, ma sostiene, in un’intervista con il Council on Foreign Relations, che il presidente Obama debba esprimersi sulla questione dei diritti umani in Iran. Tacere, dice Ansari, significherà alienarsi le simpatie del popolo iraniano, inviando il messaggio che all’Occidente interessa solo la questione della sicurezza in relazione al programma nucleare iraniano, piuttosto che la difesa dei diritti umani più essenziali. Le critiche, afferma Ansari, non precludono un dialogo diplomatico, né quest’ultimo preclude le critiche. Di conseguenza, l’accademico è a favore di un duplice approccio caratterizzato da trattative diplomatiche in merito alla questione nucleare, e da una ferma presa di posizione, dal punto di vista morale, riguardo agli arresti, le torture e le violenze sessuali inflitte ai prigionieri politici.    

Ansari, nella sua intervista, evidenzia un altro aspetto rilevante per i decisori politici occidentali: l’eterogeneità del Movimento Verde e l’assenza, al suo interno, di una riconosciuta gerarchia di comando non rappresentano affatto una debolezza. Piuttosto, la natura decentralizzata del movimento presenta delle analogie con precedenti tentativi di riforma che hanno interessato la storia dell’Iran, come la Rivoluzione Costituzionale del 1906. Tale Rivoluzione, fa notare Ansari, consisteva in un movimento populista guidato da noti intellettuali e leader religiosi iraniani, molto simile al Movimento Verde, che nell’arco di un anno riuscì a realizzare diverse radicali riforme capaci di limitare il potere assoluto del governo.        

Riguardo al termine “rivoluzione”, Ansari mette anche in evidenza che il Movimento Verde non sta tentando di rovesciare l’assetto della Repubblica Islamica, ma piuttosto di apportare delle ampie riforme che circoscrivano il potere del governo centrale.

Inoltre, l’intervista di Ansari rileva un’altra preoccupazione del Movimento Verde, ovvero la minaccia delle sanzioni americane. Sanzioni che, sottolinea Ansari, non devono colpire la  popolazione civile dell’Iran, altrimenti Ahmadinejad potrà accusare l’Occidente per i dissesti economici iraniani. 

Trita Parsi, presidente del National Iranian American Council,e Muhammad Sahimi, un professore di ingegneria presso l’Università della California del Sud, sollevano un’importante questione riguardo alle sanzioni ventilate contro la Guardia Rivoluzionaria, in un  articolo pubblicato sul quotidiano The Hill. Il Corpo della Guardia Rivoluzionaria (IRGC) dispone di una vasta rete di compagnie e società affiliate che operano nella vita quotidiana della società iraniana, comprendendo settori come i servizi di messaggistica SMS, provider di servizi Internet e compagnie di telecomunicazione. Pertanto, sostengono gli autori, “sarebbe difficile individuare delle sanzioni efficaci che possano danneggiare solo l’IRGC, risparmiando la gente comune. Quindi, un’accorta azione politica sarebbe quella di provare a imporre limitazioni alle figure di primo piano del regime, individualmente”.  

Un editoriale del Wall Street Journal a firma di Nazenin Ansari, una giornalista iraniana che scrive da Londra, e di Jonathan Paris, un analista politico esperto di questioni mediorientali, estende questa proposta di colpire singoli membri del governo, citando come opzione aggiuntiva la possibilità di negare visti e permessi di viaggio internazionali.  

Nonostante le divergenze di opinioni all’interno del Movimento Verde, la maggior parte dei suoi membri concorda nel dire che i governi occidentali si dovrebbero mostrare solidali con il popolo iraniano, condannando pubblicamente le violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo dell’Iran. Allo stesso tempo, l’Occidente non deve mostrare un sostegno troppo marcato o compiere ingerenze eccessive, altrimenti il Movimento Verde sarà sminuito ed emarginato come un tentativo di “rivoluzione di velluto” pilotato dall’esterno. Infine, per quanto concerne la questione nucleare, se nuove sanzioni saranno applicate, dovranno avere degli obiettivi specifici da colpire al fine di garantire che non vadano a danno della gente comune. E’ superfluo dire che si tratta di una sfida da equilibristi per gli Stati Uniti e i suoi alleati.   

Shayan Ghajar, assistente di ricerca per InsideIRAN.org, si è recentemente laureato presso l’Università della Virginia con una tesi in Storia e Studi Mediorientali, con una particolare attenzione all’Iran

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