04/02/2010
Original Version: Sudan Needs International Action
Il Sudan, il più grande paese dell’Africa, rischia di scivolare nuovamente in una guerra civile che potrebbe portare alla disintegrazione del paese e ad una catastrofe umanitaria di proporzioni enormi – scrive il giornalista britannico Patrick Seale
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Distratto dalla catastrofe umanitaria di Haiti, dalla guerra in Afghanistan, e dalla rinascita di Al-Qaeda nello Yemen, il mondo sta facendo poco o nulla per il Sudan. Eppure, se ignorata, la crisi incombente potrebbe portare tutti questi eventi in secondo piano.
I problemi sudanesi sono semplicemente troppo grandi per essere lasciati ai sudanesi stessi, o addirittura agli arabi e agli africani. Benché si sia parlato di convocare un vertice africano per discutere la situazione del Sudan, sostenuto da Egitto e Libia, poco è stato realizzato fino ad ora. Infatti, la portata dell’impresa sembra aver generato un sentimento di disperazione.
E’ necessario intraprendere un’iniziativa internazionale – forse guidata congiuntamente da Stati Uniti e Cina – per salvare il più grande paese dell’Africa da una nuova guerra civile e dal suo eventuale collasso come stato unitario, con conseguenze disastrose per la stabilità della gran parte dell’Africa orientale e centrale.
Alcuni osservatori temono che, ad un’eventuale partizione del Sudan, seguirebbero scambi di popolazione forzati e uccisioni di massa e, di conseguenza, miseria umana su vasta scala, simile a quella che accompagnò la divisione del subcontinente indiano nel 1947 dando origine a India e Pakistan.
L’obiettivo immediato deve essere una conferenza internazionale patrocinata dalla comunità internazionale per fermare la deriva verso il disastro. Ciò richiederebbe notevoli pressioni da parte degli Stati Uniti e della Cina, ma anche della Gran Bretagna e di altri membri dell’Unione Europea, per portare tutte le parti in conflitto al tavolo dei negoziati.
Al contrario, c’è evidentemente poca propensione da parte del mondo esterno ad impegnarsi in tali iniziative, sebbene sia ampiamente riconosciuto che il Comprehensive Peace Agreement (CPA), firmato tra il nord e il sud del Sudan il 9 gennaio 2005, rischia il collasso. Molti dei problemi che il CPA avrebbe dovuto affrontare restano irrisolti. Nel frattempo, entrambe le parti hanno intrapreso una rapida corsa al riarmo, suscitando il timore che la guerra protrattasi per 22 anni tra il nord e il sud, a cui pose fine il CPA cinque anni fa, possa ora riaccendersi.
All’inizio di questo mese, in occasione del quinto anniversario del CPA, il segretario di stato americano Hillary Clinton, il ministro degli esteri della Gran Bretagna David Miliband e il ministro degli esteri norvegese Jonas Gahr Store hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui hanno fatto appello a “tutte le parti in Sudan perché si riuniscano a lavorare intensamente per affrontare le sfide che il loro popolo deve affrontare”. Ma, al tempo stesso, se ne sono lavati le mani. “In ultima analisi,” hanno dichiarato, “le questioni riguardanti il futuro del Sudan devono essere risolte dai sudanesi stessi”.
Tra questi problemi, due si distinguono in modo particolare: il futuro del Sudan meridionale, nel caso in cui il CPA dovesse fallire, e la guerra civile nel Darfur, scoppiata nel 2004 nella provincia occidentale del Sudan al confine con il Ciad, la quale continua a farsi sentire.
Negli ultimi anni, il Darfur ha attirato maggiore attenzione internazionale rispetto al problema del sud a causa della violenza spietata con la quale il governo di Khartoum ha cercato di sopprimere la ribellione – spesso impiegando delle milizie come i Janjaweed, che hanno ucciso, violentato e deportato la popolazione locale. Si dice che siano state uccise tra le 200.000 e le 400.000 persone, e che 2,5 milioni di persone siano fuggite dalle loro case.
Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di cattura internazionale nei confronti del Presidente del Sudan Omar al-Bashir, ritenuto responsabile di queste atrocità; il mandato, tuttavia, deve essere ancora eseguito. Nel Golfo, lo stato del Qatar ha compiuto sforzi di mediazione per convincere i leader ribelli del Darfur a partecipare a colloqui di pace con il governo sudanese a Doha, ma il mandato della Corte Penale Internazionale per l’arresto di Bashir potrebbe aver complicato la ricerca di una soluzione negoziale.
Nella lotta tra il nord e il sud la posta in gioco è molto più alta. Il presidente Bashir a Khartoum e il presidente Salva Kiir Mayardit a Juba sono dei signori della guerra poco inclini al compromesso e alla riconciliazione. Hanno trascorso gran parte della loro vita a combattersi, e sembrano tutt’altro che pronti per una convivenza pacifica.
L’ormai sessantaseienne Omar al-Bashir è un soldato professionista formatosi all’accademia militare del Cairo. Combatté nell’esercito egiziano durante la guerra del 1973, prima di tornare in Sudan, dove guidò le operazioni contro i secessionisti del sud. Nel 1989, prese il potere con un colpo di stato militare, rovesciando il governo del primo ministro eletto, Sadiq al-Mahdi. Quattro anni più tardi, nel 1993, divenne presidente.
Il governo di Omar al-Bashir è stato segnato dal suo tentativo di schiacciare la ribellione del Darfur; da un riavvicinamento con la Cina, ansiosa di sfruttare le risorse petrolifere del Sudan; da un accordo di sei anni per concedere l’autonomia al Sud, seguito da un referendum per l’indipendenza previsto per il prossimo gennaio; e dal dominio della scena politica da parte del National Congress Party (NCP) di Bashir – un organismo ferocemente nazionalista e islamista – come unico partito legalmente riconosciuto dallo stato.
Gli interrogativi fondamentali sono i seguenti: l’NCP permetterà un referendum trasparente? Accetterà la secessione del Sud se la popolazione voterà per l’indipendenza? O andrà in guerra per impedirlo?
Il cinquantanovenne Salva Kiir Mayardit, principale avversario di Bashir e presidente del governo autonomo del Sud, è uno dei fondatori del Sudan People’s Liberation Army, che ha combattuto Khartoum per decenni. Dopo la morte di John Garang, il carismatico leader del sud del paese, il 30 luglio 2005 – meno di sette mesi dopo la firma del Comprehensive Peace Agreement – Salva Kiir divenne presidente. Mentre Garang sembrava pronto ad accettare l’autonomia all’interno di un Sudan unito, Salva Kiir è noto per appoggiare la piena indipendenza.
Come in Iraq – dove arabi e curdi combattono per la spartizione delle ricchezze petrolifere – in Sudan, nord e sud non hanno ancora raggiunto un accordo definitivo su come spartire i proventi dei campi petroliferi di Abyei, una regione che si trova sulla linea di divisione tra nord e sud.
Abyei è stato chiamato “il Kashmir del Sudan”. Qui la controversia è tribale, etnica, e spesso violenta. I Ngok Dinka, legati etnicamente al sud, hanno il controllo effettivo di Abyei, ma sono contrastati da una tribù araba, la Misseriyya, che chiede la libertà di migrare in tutto il territorio, ogni anno, in cerca di acqua e pascoli per le sue mandrie. Gli scontri degli ultimi tre anni hanno causato molti morti e decine di migliaia di sfollati.
L’Occidente è stato incline a sostenere i sudisti, mentre la Cina, nella sua lotta per le risorse, ha armato e sostenuto il governo di Khartoum. È per questo che un’intesa tra Stati Uniti e Cina – e la loro congiunta sponsorizzazione di una nuova conferenza per risolvere le controversie in sospeso – può essere l’unico modo per evitare che il Sudan scivoli in una nuova guerra che nessuna delle due parti può vincere.
Patrick Seale è un giornalista inglese specializzato in questioni mediorientali; è autore del libro “The Struggle for Syria”


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