Anna Foa è Professore di storia moderna all’Università La Sapienza di Roma. Il suo ultimo libro “Diaspora, Storia degli Ebrei nel Novecento”, edito recentemente da Laterza (2009), ripercorre la storia degli Ebrei nel “secolo breve”, ovvero tra gli ultimi venti anni dell’800 al 1970, dall’emancipazione, attraverso l’Olocausto, fino alla contemporaneità di Israele e del mondo ebraico-americano.

1. Prof.ssa Foa, che significato ha la Giornata della Memoria per la comunità ebraica italiana?

L’Olocausto è una ferita ancora aperta e costituisce uno shock profondo, quasi fosse morta il 90% della comunità. Me ne sono accorta perché personalmente sto tornando con la memoria al 1943, cercando di ricostruire chi abitava nel palazzo dove vivo attualmente (al Ghetto ebraico di Roma, ndr). Vorrei ripercorrere la memoria di questa casa, perché all’epoca era tutta abitata da Ebrei e ad ogni famiglia dev’essere successo qualcosa: o essere riuscita a scappare, o esser stata nascosta e salvata da qualcuno o aver perso alcuni parenti nei rastrellamenti. Salendo le scale è impossibile non domandarsi se i Tedeschi siano venuti o meno, e mi accorgo parlando con la gente per le strade qui intorno che, in questo quartiere, la memoria è vivissima. Esiste infatti un primo livello di memoria, interna alla comunità ebraica, che adesso si incanala nel 27 gennaio, mentre prima magari riaffiorava il 16 ottobre nelle commemorazioni che avvenivano su iniziativa della comunità di s. Egidio: adesso il 27 gennaio si è imposto come data unica, è diventata un’occasione di tale forza da assorbire e concentrare tutti gli eventi memoriali.

2. La Giornata della Memoria parla alle nuove generazioni? Riesce nel suo intento di trasmettere ai giovanissimi consapevolezza sulla Shoah?

I ragazzi ormai dovrebbero sapere tutti, perché ormai si riempie loro talmente la testa con la Giornata della Memoria che sembrerebbe un tema assodato: si ha la sensazione che sia tutto noto, tutto conosciuto, che non vi sia più niente da aggiungere, tanto la sua memoria è stata affidata agli interventi, ai libri, alle  testimonianze e agli audiovisivi. Poi però non è insolito sentire liceali romani che alla domanda: “27 gennaio?”, rispondono che si tratta di una giornata dedicata alla memoria, senza ricordare bene di cosa. Cosa strana, perché tutti avrebbero dovuto leggere a scuola il libro di Primo Levi, La Tregua, con le sue pagine splendide dedicate alla descrizione della liberazione del campo di Auschwitz da parte di tre soldati dell’Armata Rossa giunti a cavallo e rimasti storditi dalle immagini d’orrore che si spalancavano davanti ai loro occhi, e anche perché da anni ormai si tenta di fare un lavoro sistematico di trasmissione della memoria che ogni tanto però incappa in un vuoto, che non può spiegarsi altrimenti che con una mancanza d’interesse.
Non credo comunque che le giovanissime generazioni possano immaginarsi la Shoah, forse per trasmetterne consapevolezza emotiva dovremmo selezionare 10 libri straordinari che abbiamo saputo effettivamente rendere, e non attraverso gli orrori, tutto il significato specifico di quell’esperienza, ma non siamo ancora arrivati a questo punto.

3. Ricordare la Shoah, serve a comprenderla?

Il mondo ebraico espresse molti dubbi sull’utilità di istituire una “Giornata della Memoria”. Essa, però, ha certamente avuto un merito: quello di aver “socializzato” la memoria, di averla resa da un evento che riguardava solo ed esclusivamente la comunità ebraica ad un fatto storico che coinvolge tutta la società europea,  e questo rappresenta un elemento di importante rottura nell’autocoscienza  occidentale. Ciò non significa che, grazie alla Giornata della Memoria, ci sia avvicinati maggiormente a capire l’evento in sé. Forse, come diceva la scrittrice israeliana Nava Semel presente in Italia lo scorso 27 gennaio, è più vero il contrario e il suo caso lo esemplifica bene: dopo aver parlato con sua madre sopravvissuta per vent’anni nell’intimità della cucina di casa, la madre le confessò che comunque era impossibile per lei, figlia, capire cosa fosse stata la Shoah.
Forse quando si arriva ad un livello di dolore eccessivo e straordinario tutti i dolori si assomigliano: qualcuno potrebbe obiettare che il Rwanda non sia stato affatto differente. Si arriva allora ad una certa universalizzazione, ad una comprensione generale del dolore senza ragione, gratuito, che passa per l’immagine del bambino impiccato di Wiesel, ma non si trova solo lì. Un dolore senza ragione che può essere riassunto e equiparato al dolore di Cristo. Ma così facendo si acquista la capacità emotiva di comprendere la Shoah nella sua dimensione di dolore ma si perde la sua specificità storica.

4. I massacri e i genocidi, si tende a pensare in Europa, sono crimini di un mondo primitivo o premoderno. Nel sentire comune, si ha fiducia che oggi non potrebbero ripetersi..

Gli anni ’30 in Europa non presentavano assolutamente società premoderne: chi sostiene tesi di questo genere pecca di mancanza di senso storico. Non solo oggi potrebbe capitare nuovamente, ma episodi simili sono già tornati ad avvenire. Pensiamo al Rwanda ed al rapporto tra tecnologia, informazione e genocidi: una sopravissuta tutsi, Yoland Mokagasana, infermiera colta e che vantava relazioni sociali importanti nella società ruandese ed internazionale negli anni’90, riuscì a telefonare negli Stati Uniti e ad avvertire dell’imminenza di un massacro nel suo Paese.  Questa possibilità, di avvertire persone o autorità di un Paese lontano affinché sapessero non fu data ai deportati ebrei del 16 ottobre, nessuno di loro poté “telefonare” mezz’ora prima che rastrellassero le loro famiglie, ma questo non ha cambiato l’esito delle loro sorti. Gli Stati Uniti non sono intervenuti, così come non lo fecero tante persone italiane che erano perfettamente a conoscenza della deportazione degli Ebrei. Pensiamo alla popolazione di Fossoli ( vicina all’omonimo campo di concentramento) che faceva affari con il campo..

5. Esiste una rimozione collettiva da parte italiana?

Sicuramente. Io insisto sempre sul fatto che sia stata la polizia di Salò ad arrestare gli Ebrei italiani e che i Tedeschi abbiano scritto esplicitamente che non sarebbe stato possibile rastrellare gli Ebrei senza la collaborazione degli Italiani. L’unico treno che andò direttamente ad Auschwitz partì da Roma..

6. Perché la Giornata della Memoria europea e quella israeliana non coincidono?

Si tratta di due “Giornate della Memoria” differenti, perché Europa e Israele hanno percorsi memoriali diversi. Yom ha Shoah è legato alla rivolta del Ghetto di Varsavia e per questo cade tra  aprile e maggio (a seconda del calendario ebraico): commemora una pagina di eroismo ebraico e non la passività degli Ebrei, uccisi come pecore al macello.
Sono altre le forme che la memoria ha assunto e le cose che Israele e l’Europa hanno voluto ricordare. Lo spiega molto bene Georges Bensoussan nel suo ultimo libro “Israele, un nome eterno”, quando evidenzia che per Israele fare della Shoah uno dei pilastri essenziali dello Stato ha significato storicamente una “ri-ebraizzazione” degli Ebrei, ovvero un ritorno degli Israeliani alle proprie radici. Perché gli Israeliani sono allo stesso tempo Israeliani ed Ebrei, come gli Ebrei della diaspora, sono ad esempio, Italiani e Ebrei, Francesi ed Ebrei, ecc., con la sola differenza che gli Israeliani per tanto tempo hanno voluto credersi solo Israeliani.
Inoltre Yom ha Shoah precede di molto la Giornata della Memoria, stabilita nel1959 in  Israele e nel 2000 in Europa. Gli Stati Uniti non hanno ancora una data. E anche in Europa fu un lungo dibattito ed altre date avrebbero potuto essere più caratterizzanti le singole esperienze nazionali, come il 16 ottobre in Italia, ma poi si concordò sull’utilità di averne una in comune e si optò per la liberazione del campo di Auschwitz, che è una data che per l’insieme dell’Europa funziona e d’altra parte è meglio commemorare l’apertura di un campo che la sua formazione.

7. La Shoah, o un fenomeno equiparabile, avrebbe potuto darsi nei Paesi arabi?

Anche gli Ebrei dei Paesi arabi hanno sofferto i rastrellamenti e i campi di concentramento, ma dovuti ai nazisti, hanno avuto pogrom ma concepiti in Europa, dai Tedeschi. La Shoah affondò le proprie radici in una concezione religiosa, nelle modalità in cui si era strutturato il rapporto degli Ebrei con le società europee ospitanti e nei nuovi miti della razionalità e dell’efficienza europee. Un’esplosione di violenza si poteva dare in qualsiasi momento anche nei Paesi arabi, ma la Shoah no, quella è specificatamente legata alla follia di Hitler ed alla cultura novecentesca europea.
Anche in Africa con gli Herero, che compivano esperimenti sui prigionieri, tali esperimenti erano gestiti dai Tedeschi, l’idea alla base era sempre quella dell’”uomo nuovo”, il nazismo, il mito ariano, nozione che gli Arabi non hanno: loro concepiscono la dhimmitudine ma non il mito della razza.

8. Secondo Lei questa può essere una chiave del risentimento arabo nei confronti di Israele?

Una delle chiavi, si. Di fronte al suo rovesciamento, la dhimmitudine ha raggiunto una maggiore virulenza: all’infedele è stato in un certo senso concesso di essere più potente e più ricco, è come se l’ordine morale conosciuto dal mondo arabo fosse stato rovesciato
A ciò si aggiunge lo schiacciamento di Israele sul paradigma coloniale, quando nel 1956 partecipò accanto a Francia ed Inghilterra, due delle potenze europee più odiate dal mondo arabo nel suo complesso, nell’impresa di Suez. Da allora Israele è stato percepito dai Paesi arabi come un Paese colonialista e occidentale estraneo al Medio Oriente, mentre in realtà Israele è un Paese eterogeneo ed un esperimento del tutto nuovo, come quello dell’Yichouv, che non ha niente a che spartire con il colonialismo europeo. Io, personalmente, credo sia molto importante che Israele resti lì: che un pezzo di Occidente resti in Medio Oriente.

9. Da più parti si sente dire che l’Europa stia tornando ad essere antisemita, Le sembra corretto? E’ per questo che nel Suo ultimo libro, “Diaspora”, Lei scrive che tra i tre grandi poli dell’ebraismo mondiale (Israele, Stati Uniti e Europa), l’Europa si collochi all’ultimo posto?

No, l’Europa non sta ritornando maggiormente antisemita.
L’Unione Europea ha preso posizioni molto pro-palestinesi e forse questa è una delle ragioni per cui è criticata da larga parte del mondo ebraico e da Israele. D’altronde, io mi auguro che sia Israele che lo Stato palestinese entrino un giorno nell’Unione Europea e che questo possa essere un elemento che sani i conflitti.
L’altra ragione per la quale l’Europa viene tacciata di antisemitismo credo sia una ripercussione della mentalità da stato d’assedio prevalente in Israele. Gli Ebrei sono sopravvissuti in  Europa per secoli, la diaspora è per definizione europea, le comunità in Israele e negli Stati Uniti provengono dal mondo ebraico russo, e gli ebrei americani possono anche propendere per un’altra versione e decidere di recidere ormai le proprie radici, ma non negarle. Come storica dell’Europa, posso dire che è assolutamente falso che agli Ebrei sia stato chiesto ovunque di assimilarsi. Vi sono stati alcuni casi celebri di richieste in questo senso, come l’idea di ricostituire il Sinedrio formulata da Napoleone e simili, ma, in tutti i Paesi europei, gli Ebrei non si sono affatto assimilati, ma integrati, che è una cosa diversa. Affermare una tesi simile, da parte degli Ebrei americani, è un atto di propaganda, che cela un determinato progetto politico.
 Per quanto riguarda il declino dell’Europa come centro autonomo di vita ebraica invece confermo: dal 1967 in poi le comunità ebraiche europee non sono più riuscite a esprimere un progetto originale, alternativo a quello di Israele, e, nel bene e nel male, si sono schiacciate, anche intellettualmente, sulle scelte e le proposte di quest’ultimo. Tutto questo nonostante Israele non si senta comunque appoggiato a sufficienza dalle comunità della diaspora. Il mondo ebraico italiano, ad esempio, esprime e conserva una tradizione completamente originale, profondamente influenzata dal continuo contatto con la Chiesa cattolica, e contraddistinto da una profonda appartenenza culturale al Paese. Il Rabbino Riccardo Di Segni sostiene, ad esempio, che alcuni esempi di “assimilazione” liturgica a costumi e tradizioni, anche popolari, della Chiesa cattolica, siano stati adottati dalla tradizione ebraico-romana.
Credo, per concludere, che ciò che Israele rimprovera all’Europa sia di essere un luogo profondamente mescolato con gli Ebrei ma non ebraico e spesso non filo-israeliano.

10. L’immigrazione dai Paesi arabi e musulmani sta cambiando il volto dell’Europa: che rapporto vi è tra la crescita del numero dei musulmani in Europa e il ricorrere di fenomeni antisemiti?

L’immigrazione islamica nelle nuove generazioni è molto aggressiva, nelle banlieux francesi, dove i fenomeni di disperazione sociale, musulmani e non, non sono rari, vi sono stati alcuni casi di omicidi interpretati all’insegna dell’antisemitismo. Ho però l’impressione che nei casi avvenuti in Francia si riprenda una “guerra” che era già in corso nei Paesi arabi, perché se si scorrono i nomi degli Ebrei aggrediti (Ilan Halimi, Youssouf Fofana, Sébastien Selam) sono anche’essi tutti di provenienza del Maghreb. Riesco poco a figurarmi delle aggressioni aperte dirette a degli Ebrei ashkenaziti di discendenza alsaziana, che apparirebbero a tutti gli effetti francesi.  Si tratta invece di dinamiche importate da Paesi del Maghreb, di un universo sociale che si ritrova lì, che si ricostituisce nelle periferie francesi.
Non vorrei con questo escludere del tutto il peso giocato da Israele, che può diventare il bersaglio perfetto per la rabbia araba in quanto simbolo di tutto quello per cui il mondo arabo ha sofferto o è stato umiliato, ma credo che in questi fenomeni specifici conti di più la dimensione sociale, il fatto che si ritrovino immigrati con le stesse origini in posizioni anche sensibilmente diverse.

11. Che tipo di integrazione prevede per queste comunità?

L’integrazione delle comunità musulmane, rispetto a quelle ebraiche, avrà bisogno di tempi più lunghi. L’Islam è una religione più coinvolgente di quella ebraica, o tanto quanto quella ebraica per gli Ebrei osservanti, gli haredim, che però non sono quasi presenti in Italia.
Se tra le prescrizioni religiose si accetta il velo, si pone una difficoltà obiettiva all’integrazione. Io credo invece che la parola d’ordine dovrebbe essere proprio “integrazione” e che poi,  su ogni questione specifica, si possa e debba discutere nel dettaglio. Trovo per altro molto giusta l’idea espressa da Adriano Sofri riguardo a Ayann Hirsi Ali (giovane donna somala autrice del libro “Submission” trasposto in un film dal defunto regista olandese Theo Van Gogh)  di una necessità da parte degli stati e delle società europee di sostenere le minoranze nelle minoranza, ovvero “l’altra metà” della popolazione islamica, difendendo i diritti dei più deboli e concependo l’integrazione come sfidante abitudini tradizionalmente consolidate nei Paesi di provenienza. La libertà di scelta individuale dev’essere salvaguardata come principio-guida, e “individuale” significa non quella solo a tutela del capofamiglia. Occorrerebbe chiedersi, di fatto, come democratizzare le strutture interne a queste comunità e queste famiglie, come sensibilizzare in questo senso. Ma la piena integrazione si realizzerà soltanto quando si produrrà una rivoluzione interna, che parta magari dalle donne musulmane e trovi l’appoggio dello Stato e della società ospitante.

12. E’ cambiata la percezione di Israele dopo Gaza? 

Nell’immaginario politico europeo la guerra a Gaza ha avuto un impatto molto forte, ma le comunità ebraiche hanno sostenuto l’offensiva a Gaza: erano caduti i missili, bisognava pure che Israele rispondesse, perché solo Israele non si dovrebbe difendere?
Io credo che il mondo ebraico europeo non si senta in pace, ancora oggi, che il peso della Shoah stia ancora sulle sue spalle e non sia stato del tutto elaborato: il solo fatto che Israele esiste, tutela tutti gli Ebrei. E’ come se Israele in fondo combattesse le sue guerre per tutti gli Ebrei. Certo, però, che anche mio padre coglieva un paradosso nel fatto che vivere in Israele, oggi, di fatto sia per gli Ebrei molto più pericoloso che vivere in Europa!

13.  Si possono dunque giustificare i timori israeliani sull’Iran?

Io credo che la minaccia iraniana sia molto reale, al di là di quello che si tende a percepire come un mezzo di intimidazione retorica da parte di Ahmadinejad.  Sicuramente il tono dei suoi discorsi serve anche a ricompattare la popolazione e l’establishment nazionale all’interno, cosa che risulterebbe più difficile se  l’Unione Europea, gli Stati Uniti  e Israele avessero fatto più attenzione ai ragazzi massacrati nelle piazze e li avessero sostenuti in qualche modo. Ma la minaccia rappresentata dall’Iran è reale, non credo esiterebbero a condurre un attacco su Israele.
In Europa si è letto troppo sulla retorica del potere nei Paesi islamici per non confondere tali discorsi con della semplice propaganda,  ma viene in mente che Hitler avesse già detto tutto nel suo libro  “Mein Kampf” ma nessuno l’aveva preso sul serio, perché era rozzo, ma anche Ahmadinejad lo è nella stessa misura.
Il problema semmai è come reagire alla minaccia, e lì si apre un dibattito più ampio: l’Europa e gli Stati Uniti vogliono scongiurare l’eventualità di un altro intervento militare diretto, in passato Israele avrebbe risolto il problema con un raid preventivo, ma questa volta ha manifestato la necessità di avere l’appoggio americano. Occorre dunque riflettere su come reagire.
Certamente vi è anche un elemento di propaganda da parte di Israele sulla questione iraniana, che complica la comprensione: se si guarda al contenuto propagandistico espresso da un blog pro-israeliano come quello di Fiamma Nirenstein, il livello di mobilitazione dell’opinione pubblica contro il nemico sfiora la paranoia. Ciò non significa, purtroppo, che dietro la paranoia non ci sia anche indubbiamente un elemento di realtà, in questo caso vi sono tutti e due.  Un linguaggio più asciutto di Israele aiuterebbe, perché il linguaggio propagandistico tende a offuscare le minacce reali.
La rivoluzione in Iran è qualcosa che serviva all’Occidente nel profondo, e non condivido assolutamente le opinioni di coloro, anche nel mondo ebraico, che non distinguono tra establishment ed opposizione iraniana o che tacciano tutti indistintamente di antisemitismo o di essere comunque favorevoli al proseguimento del programma nucleare iraniano: i fumetti ironici della Satrapi ricordano, descrivendo l’atteggiamento sarcastico della famiglia dell’autrice rispetto all’incipit della Rivoluzione iraniana, che una parte di quel mondo è ancora presente nella società iraniana e che queste persone potrebbero ancora volere un Iran diverso.

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