Nelle ultime settimane, in Francia, una commissione parlamentare ha presentato il rapporto Gerin-Raoult, dal nome dei deputati promotori, appartenenti all’UMP (l’Union pour un Mouvement Populaire, il partito di centro-destra che detiene la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea nazionale francese e il cui leader è il Presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy), che – se approvato – vieterebbe di indossare burqa e niqab (i veli islamici che coprono integralmente il corpo delle donne musulmane) negli edifici e nei luoghi pubblici. La polemica su una questione così delicata è divampata non solo in Francia ma in tutta Europa, con una copertura mediatica a livello globale. La proposta di legge ha suscitato tanto clamore perché non si tratta soltanto di una norma che tutela la laicità dello stato francese, ma è diventata uno scontro di ideologie e culture alla base delle quali spesso ci sono ignoranza e sospetto reciproco [1].
Negli anni ’60, furono gli immigrati nei paesi europei che cercavano di integrarsi ad abbandonare spontaneamente l’abitudine di portare indumenti tradizionali islamici tanto da imporre alle generazioni successive di fare altrettanto. È in questi ambienti che adesso si sta verificando un’ondata di contro-massificazione: le figlie europee degli immigrati maghrebini si stanno ribellando all’autorità rappresentata dalla famiglia per riappropriarsi dell’individualità perduta durante la silenziosa battaglia contro la discriminazione, e il metodo che seguono per riuscire in questo scopo è fare scalpore tirando fuori dai bauli impolverati i vecchi niqab, chador e burqa, mentre i ragazzi hanno ricominciato ad indossare il qamis (una tunica che arriva al di sopra del polpaccio). Secondo Samir Amghar, dottorando all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi specializzato in sociologia ed esperto del movimento salafita (una corrente islamica dall’impostazione settaria devota ai precetti del Corano degli “antichi antenati”, ovvero l’islam tale e quale a quello praticato dal Profeta), sono proprio queste nuove generazioni ad essere le prime tra i “rinati dell’Islam”, quelli che fanno della religione e della tradizione uno scudo contro la società che li rigetta o, passando da un estremo all’altro, che li vorrebbe uguali a qualunque altro individuo [2].
Il proposito di questo articolo è individuare le contraddizioni, europee e mediorientali, sulla controversa questione del velo islamico: quali sono le posizioni dei governi nord-africani a questo proposito? I Paesi europei adotteranno un atteggiamento comune? Ma ancora prima: cosa pensano le donne che il velo lo portano quotidianamente?
Dopo le polemiche partite dalla Francia, alcuni imam si sono espressi in merito alla questione della donna, della sua presunta sottomissione ai precetti del Corano, e del divieto per legge di indossare indumenti tradizionali che celino completamente o solo in parte il volto delle donne. L’imam di Marsiglia, Abdelhadi Doudi, sostiene che le donne non siano affatto obbligate ad indossare il niqab (il velo composto da due pezzi di stoffa, che lascia visibili solo gli occhi) ma che sia una loro libera scelta. “Allora perché vietarlo se lo fanno per proteggersi o per rispetto?” [3]. Questa risulta un’obiezione legittima date le opinioni espresse da molte donne musulmane intervistate in diversi paesi d’Europa e del Medio Oriente.
Partendo dall’Iraq, molte di loro – siano esse musulmane o cristiane – affermano che solo in tempi recenti hanno ripreso ad indossare il velo, spinte dal desiderio di proteggersi dallo sguardo degli uomini che dopo la guerra sono cambiati, diventando meno rispettosi e più violenti. “Quando devo camminare per strada indosso il velo per nascondermi ai loro occhi – dice Nadi, studentessa dell’Università di Baghdad. Saranno sicuramente attratti da quelle che vanno in giro a capo scoperto e lasceranno in pace me. Prima non era così. Le ragazze non sono affatto costrette a indossarlo. Io lo porto di mia spontanea volontà” [4]. Sono le stesse madri “liberate” dagli americani ad ammantare le proprie figlie per proteggerle dai crescenti stupri e rapimenti. Il velo in Iraq è diventato uno strumento per difendersi, non un obbligo imposto dalla religione.
In Marocco, invece, le studentesse hanno ripreso ad indossare la tannurah (o tabliyah) ovvero il vestito intero che 20 anni fa era vissuto come un giogo, un indumento asfissiante. “Il vestito nero distingue l’allieva dalla ragazza di strada” dice Ihsàn, una matricola della facoltà di lingua araba [5].
Quando viene rivolta la domanda diretta “Perché porti il velo?” le reazioni sono molteplici: ultimamente è sempre più diffusa quella aggressiva e indignata. Moltissime donne sono orgogliose di quel simbolo che ne nasconde i capelli perché “è frutto di un percorso personale, totalmente libero. È la mia libertà di coscienza che mi ha portata a scegliere di camminare col velo, ed è ingiusto che non ci venga riconosciuto questo diritto” risponde offesa Iham, del Collectif des Musulmans de France. “Siamo messe di fronte alla stigmatizzazione delle donne velate, come se una donna col velo fosse solo un essere sottomesso, incapace di pensare da sola”. Quando il discorso verte sul velo indossato durante le ore di lezione a scuola o all’università, Iham si infiamma: “Non si parla abbastanza della questione della dignità. Il modo in cui si parla del velo fa di quelle ragazze degli oggetti. Scuola, lavoro, uffici pubblici… perché non parlare invece della cittadinanza politica, di cui il velo è solo la punta dell’iceberg? Ci sono donne – continua – che oggi rivendicano la propria emancipazione a partire da valori religiosi. Secondo noi la laicità appartiene a tutti e permette a tutti di esercitare la libertà di culto. Bisognerebbe avere un atteggiamento di condivisione e uguaglianza” conclude Iham [6].
Dall’altra parte, invece, ci sono ancora migliaia di donne senza libertà di parola, senza voce, obbligate da vincoli tribali o di rispetto verso l’autorità maschile della propria famiglia a indossare indumenti che celano integralmente non solo il loro viso, ma anche tutto il corpo. Il Burqa, diffuso principalmente in Afghanistan e in alcune regioni del Pakistan, è un obbligo legato a tradizioni locali, indipendenti dalle prescrizioni del Corano. In molti paesi arabi e musulmani, il pericolo più grande non è rappresentato dal mostrare una ciocca di capelli o meno, ma dall’essere donna in sé per sé. La Sharia, la legge islamica, sostiene che uomo e donna siano ontologicamente uguali, ma l’interpretazione che ne viene data può tradursi in gravi disuguaglianze ed esplicitarsi, nel caso di determinate violazioni, in pesanti condanne, a seconda del Paese in cui viene emessa la sentenza. Solo pochi mesi fa, in Sudan, una giornalista che aveva indossato dei pantaloni era stata incriminata per indecenza e condannata a 40 frustate (poi commutate in una multa). Se si allargasse il dibattito oltre alla questione del velo si arriverebbe a parlare di brutali episodi legati all’adulterio o alle violenze sessuali, e alla pena di morte per lapidazione che ciò comporta in paesi non troppo lontani dal nostro. Anche un articolo del blog “Palestine Note” ha tacciato di ipocrisia la reazione del mondo musulmano contro la proposta di legge francese. Ray Hanania, editorialista di questa rivista palestinese ha scritto: “Sebbene in molti nel mondo arabo e musulmano abbiano condannato la legge francese, queste stesse voci hanno taciuto riguardo alle leggi e alle pratiche imposte sulle donne e sulle non-musulmane a casa loro” [7].
Del resto, non solo i legislatori francesi sono alle prese con la spinosa questione del bando del velo. Anche l’Egitto sta attraversando un momento di tesa riflessione sul divieto di indossare il niqab: lo scorso ottobre, il ministro dell’Educazione, Hani Hilal, aveva escluso le studentesse che portavano il velo dal partecipare agli esami universitari ma la sua direttiva è stata annullata mercoledì 27 gennaio per incostituzionalità da una sentenza della Corte Amministrativa Suprema, nella quale si può leggere che “la libertà di indossare il niqab è garantita dai diritti umani e dalle libertà costituzionali. Si tratta di un diritto inviolabile e ogni ragazza può disporre del proprio abbigliamento come crede”. I principali oppositori alla direttiva ministeriale sono state proprio le studentesse che hanno accusato il ministero di impedire loro di accedere all’educazione superiore non consentendo loro di sostenere gli esami col velo. “Scoprire il volto espone le ragazze al rischio di molestie e violenze sessuali”, ha dichiarato un rappresentante legale degli studenti ai microfoni di Al Jazeera. Come protesta, alcune studentesse dell’università del Cairo hanno aggirato la restrizione indossando mascherine da chirurgo per andare agli esami. Il ministero ha sollevato due obiezioni in difesa della propria politica anti-velo: da una parte sostiene che indossare il niqab durante gli esami favorisca gli imbrogli, dall’altra ha sottolineato come la direttiva riguardasse solo una minoranza di studentesse, in quanto la maggior parte di loro indossa soltanto lo hijab. Solo in seguito ha rettificato la sua posizione ponendo l’accento sulla questione della sicurezza nei dormitori femminili, tuttavia la disputa resta aperta in quanto il ministro ha dichiarato di voler trovare una soluzione che consenta di normalizzare l’utilizzo del velo nelle università egiziane.
Tornando in Europa la domanda sorge spontanea: nel clima odierno, in cui la lotta al terrorismo ed esigenze di sicurezza collettiva hanno condotto ad un giro di vite in diverse sfere della libertà privata, a cosa si deve dare la priorità? Alla libertà, alla tolleranza, alla laicità nel senso più ampio del termine, oppure bisogna imporre il rispetto di determinate leggi anche a costo di inficiare l’autonomia di scelta dei singoli individui? La proposta di legge francese, pioniera europea in questo campo (ma seguita immediatamente da dibattiti diffusi in gran parte degli altri paesi dell’Unione) a quale di questi estremi appartiene? Eccoci di nuovo al punto di partenza: è uno scontro ideologico per affermare la supremazia dei costumi occidentali, o riguarda effettivamente una necessità legata alla sicurezza negli ambienti pubblici? Non c’è chiarezza nelle dichiarazioni di certi parlamentari: alcuni sostengono che la loro sia una lotta per la libertà della donna affinché possa sottrarsi alle costrizioni inflitte dalla religione musulmana; eppure certe donne non sembrano affatto desiderose di questa liberazione; perché imporre una legge che va contro la loro volontà? (Proprio martedì 2 febbraio, il ministro dell’Immigrazione Éric Besson ha negato la cittadinanza ad un uomo marocchino che aveva obbligato la moglie ad indossare il velo. Alla donna, una francese musulmana appartenente alla corrente Tabligh – un movimento di rinascita islamica nato originariamente in India – era stato imposto di coprirsi integralmente altrimenti non sarebbe potuta uscire di casa. Sebbene lei fosse d’accordo, questo obbligo ha rappresentato un caso cui il ministro Besson ha dedicato parecchia attenzione emanando un decreto nel quale si afferma che un simile vincolo religioso è contrario ai principi costituzionali della Repubblica, pertanto all’uomo è stato negato il procedimento di naturalizzazione per ottenere la cittadinanza francese). Altri sostengono che siano necessarie misure per contrastare la dilagante prepotenza di certe culture che credono di poter perpetrare pratiche forse ammissibili nei loro paesi di origine ma che invece un paese occidentale rigetta persino tramite leggi ad hoc (si pensi ad esempio all’infibulazione).
Si tratta dunque di islamofobia? Se la proposta di legge dell’UMP sarà approvata, la Francia sarà il terzo paese al mondo a legiferare espressamente sull’abbigliamento femminile (insieme ad Iran e Arabia Saudita). Il “New York Times” sostiene che imporre a una donna di indossare il velo è una discriminazione dei diritti umani tanto quanto l’imposizione tramite legge statale di non poterlo indossare nei luoghi pubblici, siano essi ospedali, mezzi di trasporto o scuole (luogo in cui, tra l’altro, lo hijab è vietato dal 2004). Sarkozy e i suoi luogotenenti hanno già ventilato l’ipotesi di proibire alle donne di portare il niqab o il burqa anche solo per strada. In Francia ci sono 5 milioni di musulmane. Di queste, solo 2.000 portano il velo integrale, eppure una percentuale così piccola sembra avere una valenza politica molto rilevante [8]. In Francia il velo è diventato una questione di identità nazionale. E in Europa?
Il governo danese ha deciso, non molti giorni fa, di vietare l’utilizzo del burqa e del niqab negli spazi pubblici, escludendo dal provvedimento lo hijab. I veli, integrali o parziali, “non hanno spazio nella società danese – ha detto il premier Rasmussen – combatteremo la concezione umana della donna imposta da questo simbolo”. Un divieto completo del velo rappresenterebbe una violazione della costituzione danese, per questo il governo ha lasciato uno spiraglio di libertà per lo hijab, ma ha fatto intendere chiaramente che il suo utilizzo è sconsigliato vivamente. I datori di lavoro o i funzionari pubblici possono chiedere ad una donna di rimuovere il velo “per poter verificare la sua identità e la sua sincerità, leggendone l’espressione sul viso”.
In Inghilterra non c’è un divieto specifico, ma le scuole sono libere di imporre un codice di abbigliamento a proprio piacimento già dal 2007. L’ex leader dell’UKIP (United Kingdom Independence Party, Partito per l’Indipendenza dell’Regno Unito) sostiene che i veli siano viepiù il simbolo di un’Inghilterra divisa, che opprimono le donne e sono una potenziale minaccia per la sicurezza. Il British National Party, invece, ha chiesto direttamente un divieto totale del velo islamico.
In Olanda il governo ha considerato e poi abbandonato un disegno di legge che vietasse qualsiasi tipo di copricapo per celare il volto femminile; tale proposta è stata stroncata sul nascere da proteste per violazioni dei diritti civili e dei principi costituzionali.
La Turchia ha vietato per più di 85 anni di indossare il velo nelle istituzioni e nei luoghi pubblici, ma questo retaggio della secolarizzata repubblica di Ataturk si sta scontrando con una ritrovata diffusione dell’indumento: più di due terzi delle donne musulmane, comprese la moglie e le figlie del presidente Erdogan, indossano il velo in pubblico. Dal 2008 una deroga consente l’uso di foulard all’università, in quanto migliaia di studentesse non avevano più il permesso di accedere ad un’istruzione superiore. Questa apertura ha fatto infuriare i sostenitori di una Turchia laica, i quali sostengono che sia stato il primo passo per un imminente ritorno dell’Islam all’interno dello Stato.
In Italia, la Lega Nord è il principale oppositore al velo islamico, insieme a qualche esponente politico di estrema destra (Daniela Santanché, Movimento per L’Italia). Resuscitando una vecchia ordinanza comunale che vietava l’utilizzo di maschere, alcuni comuni del nord hanno proibito il burqa, mentre l’estate scorsa il costume da bagno integrale (noto come “burkini”) è stato espressamente vietato in alcuni stabilimenti del Nord-Italia.
In Germania, la Corte Costituzionale federale si è espressa in favore di un’insegnante che voleva indossare il velo, ma ha specificato che i singoli stati della federazione possono cambiare le leggi locali se lo vogliono, e almeno 4 hanno già imposto questo divieto alle insegnanti che indossavano il velo.
Alcuni distretti del Belgio hanno vietato il burqa nei luoghi pubblici, tuttavia non esiste una legge nazionale che vieti il velo integrale.
La Russia, invece, ha revocato una direttiva del ministero degli Interni che vietava alle donne di indossare foulard attorno al capo nelle foto del passaporto.
In Svizzera, alla fine del 2009, il ministro della Giustizia Eveline Widemer-Schlumpf ha affermato che si dovrebbe discutere di un divieto del velo che copre il viso nel caso in cui la percentuale di donne che ne fa uso dovesse aumentare, in quanto “la mettono a disagio”.
La domanda resta sempre la stessa: si tratta di una vera affermazione della laicità, o di una deriva verso l’intolleranza?
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[1] Affrontando la questione con un approccio storico si potrebbero eliminare numerosi pregiudizi e falsi miti: il “velo”, contrariamente a quello che pensa la maggior parte degli occidentali, non è stato introdotto dall’islam, ma risale ad un’epoca di molto precedente, quella della Mesopotamia assira (XII secolo a.C.) in cui per le donne sposate era obbligatorio coprirsi il capo per uscire di casa. Nella Grecia classica era un simbolo che contraddistingueva le donne rispettabili dalle prostitute. Queste ultime, paradossalmente rispetto ai canoni moderni, al tempo erano le uniche a poter accedere all’istruzione e, di conseguenza, libere di far mostra di una maggiore emancipazione dalle imposizioni dettate dalla tradizione. Successivamente il velo diventò un mezzo sia di rivalsa che di distinzione dalle donne di basso ceto sociale (erano le serve ad andare in giro a capo scoperto). Se il Corano obblighi o meno le donne a celarsi dietro un velo resta una questione contraddittoria. In alcuni versetti (XXXIII:59) si invoca il Profeta affinché intimi alle donne musulmane di indossare i jalabib (mantelli) per distinguerle dalle non credenti. Oppure vengono indicate le uniche occasioni in cui dovrebbe essere consentito loro non mostrarsi coperte. La parola hijab (cortina, tenda) compare in riferimento alle mogli del Profeta, che devono restare isolate alla vista di altri uomini; successivamente diventò un termine usato per riferirsi a tutte le donne musulmane. In sintesi, è possibile dire che l’usanza di indossare il velo non è esclusivamente musulmana, ma è una pratica araba anteriore all’avvento dell’Islam, la cui funzione principale era quella di un indicatore sociale. La donna velata era una donna rispettabile, solo col tempo ha perso questa connotazione per essere associata, soprattutto in Occidente, all’immagine di una donna preda dell’arretratezza. Fu solo nella prima metà del XX secolo che cominciò un processo di “svelamento”. Nel 1923 una delle prime femministe, l’egiziana Hoda Sharawi, ripudiò il velo. Fu poi la volta della secolarizzata Turchia di Ataturk e dell’Iran in cui lo Shah tentò di modernizzare la Nazione imponendo un abbigliamento occidentale. La Tunisia vietò di indossare lo hijab nelle amministrazioni pubbliche; in Marocco la figlia del re fu la prima a togliersi il velo davanti al popolo su ordine del padre, per finire con l’Algeria che durante la Guerra di indipendenza dal colonialismo francese portò avanti anche una campagna di bando del velo
[2] Boris Thiolay, “Un discours de rupture avec la société”, L’Express, 21/01/2010
http://www.lexpress.fr/actualite/societe/un-discours-de-rupture-avec-la-societe_843498.html
[3] Boris Thiolay, “Si certaines veulent porter le niqab, pourquoi les empêcher?”, L’Express, 22/01/2010
http://www.lexpress.fr/actualite/societe/si-certaines-veulent-porter-le-niqab-pourquoi-les-empecher_843642.html
[4] “Per paura di essere uccise o rapite”, tratto da sito Alarabyia.net, tradotto da Lidia Verdoliva per il sito “La donna nel Mediterraneo”, 31/12/2004
http://www.donnamed.unina.it/velo_cronaca09.php
[5] Adil Iqlì, “Nelle università del Marocco sì ai jeans scoloriti, no alla tablyiah”, tratto dal sito islamonline.net, tradotto da Lidia Verdoliva per il sito “La donna nel Mediterraneo”, 30/10/2002
http://www.donnamed.unina.it/velo_cronaca13.php
[6] “Veli e Valori Universali”, Isalmlaicite.org, 2004, tradotto da Francesca Auriemma e Fabio Boscaino per il sito “La donna nel Mediterraneo”
http://www.donnamed.unina.it/velo_cronaca11.php
[7] Ray Hanania, “Arab and Muslim worlds’ criticism of French niqab ban is hypocritical”, Palestine Note, 25/01/2010
http://palestinenote.com/cs/blogs/blogs/archive/2010/01/25/arab-and-muslim-worlds-criticism-of-french-niqab-ban-is-hypocritical.aspx
[8] “The Talibans would have applaud”, New York Times, 27/01/2010
http://www.nytimes.com/2010/01/27/opinion/27wed2.html
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Claudia Moschi è laureanda in Organizzazione Internazionale all’Università Luiss Guido Carli di Roma; attualmente collabora con l’Unimed, e con Liberalcafe.it; ha studiato un anno in Francia nel quadro del progetto Erasmus, presso la facoltà di Science Politique et Droit dell’Univeristé Paris X – Nanterre



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